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Mister 45 [Articoli]

Tra le storie di Tex definite “minori”, o peggio ancora “riempitivo”, appare nella serie Cobra, dal 22 agosto 1966 al 12 settembre 1966, “Oro nero” nella sequenza dei titoli “Oro nero” (39), “Lotta senza quartiere” (40), “Una visita inattesa” (41) e “Dente per dente” (42), per i testi di G. L. Bonelli e i disegni di Galleppini (matite), Gamba (chine) e interventi di Raffaele Cormio.

Difficile capire se la definizione “riempitivo” derivi dal fatto che si tratta di una storia breve, come per le mitiche “Avventura sul Rio Grande”, “Il mistero delle Montagne Lucenti”, “Guerra sui pascoli”, “La regina dei fuorilegge”, “Sulla frontiera del Nevada” o se proprio la loro brevità sia indigesta a tutti coloro che considerano la narrazione Texiana sviluppabile solo a frequenze di non meno di un paio di albi.

Allora potremmo tranquillamente dire che Tex è un quasi totale riempitivo per i primi 100 numeri, anche se qualcuno identifica in “Gilas”, “La dama di picche”, “Gli sterminatori”, “A sud di Nogales”, cioè storie cosiddette dell’epoca d’oro post 100, come “riempitivi”. Riempitivi di cosa? Non sarà che proprio il gettar addosso a questi gioielli ombre immeritevoli faccia perdere il gusto di leggere le “minori” a chi si approccia per la prima volta a Tex?

Del resto, se si apre un blog texiano, un sito dedicato all’eroe o qualsiasi forum in cui si discuta di Tex, si scoprirà presto che “Il figlio di Mefisto”, “Terra promessa”, “La cella della morte”, “Il giuramento” o “Sulle piste del nord” sono tra le più gettonate per un commento o un articolo mentre quasi nessuno ricorda, ad esempio, “Oro nero” e compagnia cantante.

Narrativamente le lunghe storie hanno più presa tra i lettori, ma Tex è comunque sparso in più angoli della saga ed ha la stessa e identica valenza: ecco, forse dalle storie brevi esce il lato del carattere del personaggio più apicale ma al tempo stesso più sommerso, ai più sconosciuto o di non rilevante importanza.

Nelle storie epocali Tex può dedicarsi alla morte di Gentry in un paio di vignette, a quella del padre addirittura fino ad una. Ma come? Gentry si fa in quattro per guidare l’amico tra le gole del Grand Canyon e lui non lo ricompensa neanche con una cerimonia funebre, un pensiero? E al padre tutto quello che riesce a fare è guardarne il cadavere dall’alto? Nessuna sorpresa, G. L. Bonelli ha sempre solo sfiorato certe “tematiche”, vuole ricondurre al più presto il lettore nell’alveo per cui il personaggio è stato costruito: il dolore per la scomparsa dei propri cari, degli amici, il lutto in generale, non può e non deve primeggiare rispetto alla radice “fondativa”. E in genere è proprio nelle storie brevi che non si ha modo di incagliare in questioni intime che riguardano l’eroe. Al contrario nelle storie brevi emerge quel Tex capace di interpretare al meglio la parte di “colui che sovverte” mandando in tilt con azioni criminose e con ogni tipo di ricatto un intero sistema precostituito. Ciò che appunto avviene in “Oro Nero”, dove l’amico Filippo Iiriti ha puntualmente segnalato le vignette dialogate - e che dialoghi - a corredo dell’articolo. “L’arma psicologica preferita di Tex: l’intimidazione mafiosa!”, scrive Filippo, in un angolo della rete. E continua: “Vogliamo parlare di infallibilità? La cosa più particolare di questa storia è che alla fine Tex... le prende! Saranno Kit e Tiger a riportare l’ordine in paese a suon di dinamite, mentre Tex se ne sta a letto con due pallottole in corpo”.

Tacito che in questo ormai continuo commentare il Tex delle lunghe storie, certe tesi possono anche creare qualche imbarazzo (se non totale confusione) in coloro che vedono il personaggio in una sola maniera, ma tant’è.

In fin dei conti, con questa roba (col Tex eversivo e ricattatore, intendo) qui ci si potrebbe fare un album… chiaramente non quello di inutili ed insulse figurine commemorative, ma un album di diaboliche figurine dialogate pescate dai “riempitivi”. Forse gli album sarebbero però più di uno.

“Ehi, e questo dove lo butto?”

Francesco Bosco [15/10/2017]

TEXIANI IN LIBERA USCITA n. 11 [Documentazione]

“Proviamo!” ci siamo detti quasi per scherzo. Veramente qualche timore c’era, ma cosa vuoi che sia? Al massimo avremmo perso qualche ossicino, qualche cartilagine, tutto sommato niente di grave. Insomma, alla fine abbiamo preso coraggio e l’abbiamo fatto: ci siamo tolti le bende. Solo che… (orrore!) sotto non c’era niente! NIENTE! Neppure uno sbuffo di polvere. Ma quale carne putrefatta? Quale odore nauseabondo? Di tomba c’era solo il silenzio del nostro stupore. “Horror vacui”, ecco cosa ha invaso la nostra anima. Anima? Forse non c’è rimasta neppure quella… Svanita, con tutto il resto. Ma dopo tutto, un’anima… l’abbiamo mai avuta? La realtà è che non sappiamo più nulla, il terreno vacilla sotto i nostri piedi, non c’è sostegno, non c’è appiglio. Men che meno uno zoccolo duro sul quale appoggiarsi disperati…

Texiani in libera uscita n. 11

 

La redazione [08/10/2017]

FUMETTO O ALTRO? [Documentazione]

200.000 mila persone visiteranno da domani Romics 2017, eppure anche quest’anno non si hanno notizie di stand Bonelli al padiglione dei fumetti. La cosa succede da almeno tre anni e francamente non se ne capiscono i motivi: la rassegna è fatta su misura per la casa editrice milanese, visto il materiale librario e “gadgettistico” proposto dalla SBE da un paio d’anni a questa parte, sotto la direzione di Airoldi.

Non crediamo sia un problema di costi, che peraltro riteniamo facilmente ammortizzabili, quanto di gestione e organizzazione di una trasferta considerata probabilmente troppo impegnativa. Peccato, quale occasione migliore di Romics per sponsorizzare le ultime iniziative e spingere con tutto il merchandising?

Si apre giovedì 5 ottobre alle ore 10.00 e si chiude domenica 8 alle 19.00. I prezzi dei biglietti di ingresso, ci si può scommettere sopra qualsiasi cosa, saranno in aumento come è stato per tutte le ultime edizioni della kermesse: solo pochi anni fa si pagava 6 euro il giovedì e il venerdì e 8 euro il sabato e la domenica. Non ci meraviglieremmo se quest’anno si arrivasse a 9-10 euro per i primi due giorni e naturalmente 10-12 euro per il weekend. Se così fosse, salutiamo la fiera, che tanto di fumetto “vecchio stile” non sa che farsene. E loro, c’è da scommettere anche qui, saluteranno noi, che tanto dei vecchi appassionati non sanno che farsene: hanno i loro bravi polli da spennare.

Insomma, se una famiglia desiderasse passare una domenica a Romics, dovrebbe sborsare un minimo di 40 euro in biglietteria, un tot al parcheggio (una volta 5 euro, ora non sappiamo) e siccome al padiglione non ci si arriva con l’aria, mettici anche un po’ di benzina. Non parliamo di spese per mangiare qualcosina in loco; un panino, un caffettino, un gelato ed ecco il centozzo volar via sommessamente dal nostro portafogli. 

Fumetti? Manco a parlarne. Almeno per quel che riguarda il settore vintage, ormai ridotto ad un paio di eroici amici, i quali, se non avessero anche qualche banco Manga parallelo, potrebbero tranquillamente chiudere bottega. Sappiamo di persone che hanno preferito mollare - pur vendendo manga - a causa dei prezzi assolutamente esosi, per non dire proibitivi, per l’affitto dei banchi, i costi per i parcheggi, l’organizzazione etc etc…

Questa è la realtà “Romics”, uno spettacolare guazzabuglio senza nessun significato… e laddove in passato sono state presentate iniziative, ci sarebbe da discutere sulla valenza di alcuni prestigiosi intervenuti.

Beh, alla fine se volete visitare una fiera del fumetto, lasciate stare Romics. Non che il Manga non sia fumetto, ma una rassegna con così alti introiti (almeno quelli da biglietto: 200000 visitatori, fate voi i conti) che non fa nulla per promuovere davvero la storia del comics italiano, se non salvando capre e cavoli con qualche retrospettiva su qualche autore o qualche personaggio, che ruolo ha? Pagate 10 euro e non lo saprete mai.

La redazione [04/10/2017]

Magari neppure sa che esiste altro? [Articoli]

Prendete questo articolo, apparso sul Fatto Quotidiano qualche giorno fa, e leggetelo al contrario. Sì, proprio al contrario… dall’ultima frase, espressa da colui che Tex evidentemente non deve averlo mai letto con sufficiente cura, fino a risalire ad altre discutibili considerazioni sparpagliate lungo le quattro colonnine. Non mi riferisco al fatto che si sbaglino le informazioni più semplici, che non ho bisogno di citare perché le conoscete già, quanto a certi concetti che appartengono ad un Tex mai esistito o, appunto, esistito al contrario. Cita Stefano Feltri, l’autore del pezzo: “Congelato nella sua perfezione, Tex è ormai così anacronistico da essere diventato un personaggio originale e quasi sovversivo.

Ah beh, quel “quasi sovversivo” grida vendetta. Passi pure “originale” - è il Tex originale dei Boselli, Ruju, Manfredi etc… ci mancherebbe - ma sovversivo, caro Feltri, Tex lo è sin dalle prime pagine della sua scrittura, chiaramente quella del vecchio Bonelli! Non resta, dunque, che leggerlo con un po’ più di attenzione, poiché il Nostro oltre che essere un “sovversivo” è anche un latifondista, incendiario, baro e finanche corruttore, lascia impiccare un uomo senza intervenire e disobbedisce continuamente al potere. Certo Tex non è solo questo, è a suo modo un giustiziere, un uomo leale, un difensore dei diritti, un uomo dai sani principi e, vabbè, mettiamoci pure ‘sto “tutto d’un pezzo” che tanto va di moda recentemente. “Quasi sovversivo” oggi? Chi, Tex? Sinceramente sovversivo Tex non lo è più da anni, cioè da quando Sergio gli ha cucito addosso un vestito diverso, fatto di aperture benevole e compassionevole umanità.

No, non starò a sindacare sul fatto che Feltri sbagli date ed informazioni tecniche, però è anche vero che uno che scrive che Tex nasce nel 1946 - e la colpa non è da attribuire al titolista del Fatto Quotidiano, visto che la stessa data appare anche nell’articolo - e che Lupe appare nei numeri 7 e 8 “degli anni quaranta”, mostra quantomeno un’approssimazione imbarazzante. Senza contare che sentenziare con “chi legge Tex non è un lettore di fumetti onnivoro che si applica anche alle 114 pagine mensili in bianco e nero. No, chi legge Tex è un lettore di Tex e basta, magari neppure sa che esiste altro”, è praticamente una puttanata mai sentita.

Forse è meglio che il dottor Feltri si applichi un po’ di più sulle 162 pagine e, a seguire, sulle 128 pagine texiane, prima di fare analisi sulle 114.

Alla fine mi domando… che ci danniamo l’anima a fare noi poveri commentatori di Tex se poi, in un sol guizzo, uno in vista mette a soqquadro il personaggio?

Spero non abbia voglia di commentare Gordon o Phantom la prossima volta, sennò qui tocca ricominciare  daccapo.

Francesco Bosco [03/10/2017]

Un fascicolo infiltrato [Collezionismo]

Scrive il nostro vecchio amico Angelo: “Dopo un periodo di pausa ho ripreso a collezionare Tex e ho avuto l’opportunità di acquistare un Tex 1 non censurato nella versione “Leggete” in terza, senza la parola purtroppo. Prezzo consono alle condizioni dell’albo, che presenta diversi problemi. Appena arrivato ho avuto la "sgradita" sorpresa di notare che il quarto fascicolo (quello che inizia con l’episodio dal titolo “Terrore a El Paso”) non era quello del numero 1, bensì quello del terzo fascicolo del numero 2 (riferimento “Sul Sentiero di Guerra”), sempre comunque non censurato. Stavo per contattare il venditore per riavere indietro il pagamento ma poi pensandoci bene ho ritenuto opportuno tenere l’albo. Il motivo lo si può ben immaginare e riguarda appunto i tempi di uscita del n. 1 di Tex non censurato da sempre appassionatamente dibattuti. Com’è possibile, infatti, che in tipografia fossero già presenti i fascicoli del n. 2, quando si stava cominciando a stampare il primo albo della collana?

C’è da supporre che la versione del n. 1 con dicitura “Leggete”, tra l’altro sicuramente uscita a breve distanza dalla versione con dicitura “Nel Bellissimo Albo”, sia stata preparata in tipografia assieme all’albo n. 2 e la conferma non può che arrivare dal fatto che per ridurre i costi di stampa e distribuzione, era più logico aumentare le tirature in tipografia: dunque, l’Audace faceva stampare gli albi spillati di prima generazione in coppia. Se ne dedusse qualcosa anche quando Sergio Bonelli parlò di cover del gigante preparate a coppie.

Riguardo al fascicolo immesso erroneamente, possiamo testimoniare che oggi esistono versioni in brossura dei vari personaggi Bonelli che risentono dello stesso problema: come, ad esempio, un fascicolo (perchè anche gli albi in brossura nascono in fascicoli) di Zagor che puoi ritrovarti in un Mark. E qui dobbiamo dire che le testimonianze non mancano.

Lo stesso numero 8 di Tex, nella sua versione censurata e spillata con strillo in quarta, è stato ritrovato con impressa la matrice degli interni di copertina della raccoltina della serie “Rossa” n. 71 “Caccia Notturna” (dicembre 1961) all’interno delle sue pagine. Alchimie tipografiche vere e proprie!

In ultimo, non sappiamo quante copie dei non censurati venivano commissionate alla tipografia dall’Audace, probabilmente non tante, è ovvio allora che assommare materiale, per giunta di ristampa, agevolava la contrattazione del prezzo. Se fossero state 50 mila, sembra normale che venissero portate a 100 mila (quindi due albi) portando la commessa ad un prezzo più vantaggioso. E non è escluso che questa procedura di stampa possa inoltre aver scaturito il n. 43 spillato che si ritrovò solo soletto in fondo alla fila con appiccicato sulle chiappe uno dei misteri più grandi della cronologia texiana: il “continua”.

La redazione [29/09/2017]

Casa dolce casa [Articoli]

Dopo aver forse un po’ troppo incautamente mollato la presa del nostro sito a favore di un lungo viaggio intrapreso in quel pazzesco luogo di rete che si chiama FB, eccomi qui pronto a dedicare un po’ di tempo al Baci e Spari. È un ritorno a casa. Mi vengono in mente i lunghi spostamenti di Zagor e persino quelli di Tex, tra Vichinghi e Canachi, Groenlandia e Panama… che non è esattamente la stessa cosa che un viaggio nelle terre di Facebook. E mi viene in mente anche il lunghissimo viaggio, durato quasi cinque anni, affrontato assieme al pard Mauro, per la realizzazione di un paio di volumi di cui poco si è parlato nei siti specializzati, se non attraverso la tastiera di qualche amico di forum. I nostri cari Western all’Italiana (il “paio” in questione) passati sottobanco! E dire che di materiale di discussione ne presentavano a valanghe  (e non solo quello riguardante la copiatura dei disegni). Qualcosa vorrà dire.

Nel frattempo i viaggi sono finiti, almeno per ora.

Breve nota: Facebook è qualcosa di estremamente sfiancante - con un po’ di sorriso mi viene da dire “un’esperienza difficile per un uomo di media intelligenza” - ma dal mazzo sono spuntate fuori delle carte affidabili, utenti con cui collaboreremo a breve… Corrado, Antonio, Maurizio e altri. I viaggi, anche se tra fiamme dell’inferno dei social, non sono mai vani, però non mi aspettavo una così bassa conoscenza dei fumetti in generale e di Tex in particolare: la gran parte degli utenti ha letto un paio di Tex e si scaglia nel dibattito senza nessuna pietà. Niente di male che non si sappia che esistono gli albi non censurati, la raccolta gigante degli 1-29, gli Albi d’Oro, per carità, ma quando arriva il racconto di un Tex mai esistito allora la sorpresa è grande. Esistono forse più Tex, per cui è inutile continuare a discutere? Esiste ancora la tavola originale incensurata di Tex (quella con “scagnozzi”)? Chi lo sa, però prendere intanto le distanze sembra il modo più semplice per continuare a vivere felici.

Francesco Bosco [28/09/2017]

Avventura Magazine - Omaggio a Galep - [Edicola]

Il quinto speciale di Avventura Magazine, omaggio al maestro Aurelio Galleppini, dal titolo 100 anni di Galep una vita con Tex è nelle edicole italiane da qualche giorno.

Contiene uno degli episodi di Tex più noti, Silver Bell (Araldo Tex gigante n. 99 La Sconfitta, 1969), pubblicato nella sua versione integrale e naturalmente a colori, Il Libro della Giungla, con i testi di Marcello Serra (Audace 1948/49) e Il Giuramento del Forzato, episodio di Occhio Cupo, su testi di G. L. Bonelli (Audace 1948/49).

Senza girarci troppo intorno, questa proposta della SBE lascia davvero il tempo che trova per una serie di motivi. Noi ne prendiamo in considerazione un paio:

1) proporre l’intera storia “Silver Bell”, che di memorabile non ha niente, sembra un’operazione che molti chiamano “riempitivo”. Ingiustamente, il termine è adoperato per alcune storie della saga di Tex, ma qui ha una giustificazione. Sarà anche in questo caso una famigerata gabbia a dettar legge? In ogni caso, tolta “Silver Bell”, cosa rimane di questo omaggio? Forse le tavole di Occhio Cupo che dalla versione “Albo d’Oro” vengono proposte, con dubbia riuscita, nel classico f.to Bonelli?

2) su Galep, se solo ve ne fosse stata la volontà, si potevano scrivere pagine mai scritte, visto che è stato uno dei più importanti disegnatori del dopoguerra e visto che in redazione ognuno avrebbe avuto un aneddoto o una storia da raccontare sul maestro. Non volevamo fuochi d’artificio ma neanche una retrospettiva di cose trite e ritrite… per di più pubblicata su un anonimo libretto. Spiace e basta.

Un’ultima considerazione: l’episodio “Silver Bell” è sì disegnato da Galep, ma molte delle tavole sono completate o completamente disegnate da Virgilio Muzzi e Raffaele Cormio. È noto il passaggio, romanzato, che vuole Muzzi chiuso in redazione in una notte di Natale a completare le tavole di questa storia. E se il Natale era quello del 1968 (e lo è), ricordiamo che l’albo n. 99 di Tex uscì verso la metà di gennaio del 1969, cioè venti giorni dopo quel simpatico siparietto forse mai accaduto. La verità è che Muzzi era un disegnatore che spesso si trovava in redazione e che un giorno (che non era Natale) rimase chiuso negli uffici per errore: cioè l’ultimo che aveva chiuso la porta non aveva immaginato che il povero Virgilio fosse ancora dentro.

La redazione [27/09/2017]

Il ’58 [Articoli]

Prendi “L’Asso di Picche”, poi mettigli vicino “Il Tranello”, “La Regina della Notte”, “Supertex”, ”L’Orda Selvaggia” e comincia a riflettere sul fatto che tutta questa roba appartiene alla mano di un solo scrittore… uno scrittore che non faceva nutrire di solo western il suo personaggio, ma che portava le colt del suo eroe addirittura tra i sauri del giurassico.

È il Tex ampio. Quello scritto e disegnato con leggerezza, senza manie di perfezionismo… e senza maniaci della perfezione che correvano in edicola. È il Tex con cui si vuole trascorrere un’oretta in santa pace sgranando gli occhi e chiudendo il cuore. Solo pochissime volte il contrario.

L’Asso di Picche & C. rientrano in questa mappa punteggiata dal vecchio Bonelli, cadenzata però di tanto in tanto da storie redazionali reclamate da Sergio, messaggero dei “pruriti del lettore”. Sì, bisogna dirlo: anche allora esisteva un lettore che chiedeva con forza chiarimenti sulla partecipazione di Tex alla guerra di secessione, sulla sua vita privata, su che fine ha fatto quello e che fine ha fatto quell’altro. Poi, vabbè, voleva Mefisto. E Sergio assorbiva quelle richieste come una spugna.

In mezzo a tutto ciò esiste un lettore molto particolare: quello del periodo di Tex targato “1958”, allorché sulle serie a striscia si affacciano storie come Attentato a Montezuma, Incidente a Fullertown e l’Asso di Picche (episodio comunque del 1956).

Oggi le sopracitate storie passano sottobanco, quasi dimenticate e finanche poco commentate… se non per mano di qualche amante delle incongruenze (qui il nostro commento http://www.baciespari.it/comune/?ID=405).

Alla base di questi tre gioielli, di chiara tradizione classica, c’è un terreno dove G. L. Bonelli costruisce movimentate storie di contesto cittadino ricche di presenze femminili dipinte dal Galleppini in un frullato d’ispirazione moliniana e raymondiana. Gli interni, poi, con toilette, specchiere, scrittoi, camini ed eleganti divani frutto della scoperta del poliziottesco Agent X-9 da parte del nostro Galep, il quale trasporta sulle tavole del suo Tex tutto il fascino della strip americana disegnata da Alex Raymond rendendo merito, appunto, all’ampiezza del Bonelli.

Rileggere (o per qualcuno “leggere”) il “’58” è assai utile.

La redazione [26/09/2017]

IL RITORNO DI LUPE [Edicola]

Infedeltà

Una che sa lavorare così bene di coltello l’aspettavamo da tanto. Finalmente è tornata, ed è proprio lei! L’abbiamo riconosciuta e le sensazioni di quella prima volta le abbiamo rivissute. Un bel ceffone ed è crollato il mito del “vedovo inconsolabile”. Dovranno farsene una ragione tutti quelli che gridano allo scandalo, perché non si tratta altro che di un mito creato a posteriori nel lontano 1969 e che da quel momento è diventato legge, sacra ed inviolabile. Come se non bastasse quell’unica vera legge che informa l’agire del nostro e che dice di indignarsi, di combattere, di reagire al sopruso e di non porgere mai l’altra guancia.

E poi lui è un uomo d’azione, che si rompe terribilmente le palle a oziare, che per ingannare il tempo va a cacciare il bisonte o il puma, che sente fortemente il bisogno di andare in cerca di guai. Non adatto a metter su famiglia, lui è quello che affida suo figlio ancora in fasce ai Navajos per andarsene a zonzo nel Far West. Lui è il “vedovo inconsolabile” che si fa psicanalizzare da Freccia Rossa (un suocero da niente!) che sa capire il cruccio che lo tormenta, la causa vera e dichiarata della sua infelicità: l’essere lontano dalle terre dei visi pallidi, poter riavere la stella di Ranger, riconquistare la stima di Marshall, ripartire per l’avventura…

Per fortuna la tessitura dei personaggi architettata da Gianluigi non obbliga ad improvvisarsi detective: non esiste alcuna chiave interpretativa. Esiste solo ciò che è scritto. E tutto questo va detto a chiare lettere, visto che negli ultimi tre lustri vi è la tendenza a costruire e diffondere la mappa di un Tex MAI scritto. Ma pensato chissà da chi?

Ma veramente Tex è infallibile? Veramente non sbaglia mai? Siamo sicuri di aver letto bene quello che è stato scritto? Siamo sicuri di aver capito? Noi, che non siamo sicuri di niente, un ripasso ogni tanto lo facciamo, senza drammi o patemi d’animo.

Quindi, cari parrocchiani, è inutile gridare al sacrilegio, è inutile levare i soliti sospiri pianti e alti guai per una presunta lesa maestà. Qui il moralismo apocalittico da fine dei tempi è fuori luogo. Ed è altrettanto inutile quanto penoso invocare il ritorno di un già bistrattato salvatore. Gli spalti, per fortuna, sono sempre gremiti. Quasi duecentomila tifosi sono sempre lì ad assistere alla partita, compresa la ditta “casti & puri”.

Povera piccola Lupe, leggiadra guerriera! Al momento non sappiamo come andrà a finire, ma non importa. Almeno con te è tornata l’avventura e, perché no, anche il sentimento. L’importante è che i texiani, che siano maritati o meno, si lascino divertire. Ma certo che sì: anche quelli infedeli.

Francesco Bosco & Mauro Scremin [20/08/2017]

Texone: Il MAGNIFICO FUORILEGGE [Edicola]

L’addetto era un ragazzino pelle e ossa sui venticinque anni, dall’aria scaltra. Sull’ascensore c’eravamo solo io e lui e quando ci fermammo mi tolsi di tasca una banconota e gliela mostrai.

Sto cercando Kalecki. George Kalecki. Si è appena trasferito in questo buco schifoso. Dimmi in che appartamento sta e questa diventa tua” dissi.

Lui mi guardò da capo a piedi, quella cartuccia. Poi mi strizzo l’occhio e fece: “Lei deve essere Mike Hammer. Il Signor Kalecki mi ha dato un pezzo da dieci per non dirle dove sta”.

Io aprii la giacca e tirai fuori dalla fondina la mia .45.

Al ragazzo schizzarono gli occhi fuori dalle orbite. “Nanerottolo, io sono Mike Hammer” gli dissi “e se non mi dici dove trovarlo ti darò questa”. Gli puntai la canna della pistola in mezzo alla faccia.

Numero 206” si affrettò a dire lui. La mia banconota era da cinque. L’appallottolai e la ficcai nella bocca spalancata del ragazzo, quindi misi via il ferro.

 

A volte mi domando come certi lettori non percepiscano immediatamente la valenza uncommon di una storia di Tex ma, al contrario, li si veda girare attorno a poco avvincenti e convincenti esercizi di equilibrismo letterario nel commentarla.

‘Sto Texone è puro spettacolo. Punto.

Sì vabbè, però alla fine Will ruba la scena a Tex… Sì vabbè, però Tex si limita a guardare le femmine, mentre altri… Sì vabbè, i comprimari… Sì vabbè, bla bla bla… Ma, cari amici, se non vi è piaciuto questo Texone, senza offesa, inviate curricula per cambiare mestiere.

Volevate un Tex modello “fiume in piena? Siete serviti.

Volevate un Tex tutto caffè nero, cicche e alcool? Siete serviti.

Volevate un linguaggio potentemente gergale? Siete serviti.

Volevate un disegno all’altezza? Siete serviti.

No, ora non venitemi a dire: “Sì, però…”, “ma forse…”, “il finale…”. Preoccupatevi, semmai, del fatto che per un’opera del genere occorre almeno un paio di anni e che quindi non possiamo leccarci i baffi tutti i mesi.

Il sottoscritto nel frattempo se li sta leccando. E, in prima battuta, per tutta quella serie di dialoghi ingigantiti dalla grafica del disegnatore che ha saputo ben affondare il segno nelle radici del personaggio… e, ad un certo punto, in quel “lato b” dell’indiana su un fianco, che manco Pippa Middleton.

Quand’è che in un Tex percepisci che la storia funziona? Quando ti sei sbarazzato di certe preoccupazioni sin dalle prime pagine. Diceva Pat Metheny, il grande chitarrista americano: “L’evoluzione di un assolo è determinato dalla prima nota che intoni”.

È tutto.

 

Il tuo whisky, ombre

Gracias

Ti credevo già morto, Tex!

Uomo di poca fede. Ci vuol altro per seppellirmi!…

Ci sono due dozzine di pistoleros sulle tue tracce! Non li hai… ?

Quei pellegrini che si fanno chiamare pomposamente guardie armate di Pinos Altos?…“. “Sì, ci siamo visti… ed abbiamo avuto un caldo scambio di opinioni!. A proposito, per quale motivo stai facendo finta di non conoscermi?…

Per prudenza, no? Sei tu il ricercato! A che servono gli amici?…

Davvero tu ed io siamo amici, Chato? Sicuro di non essere stato tu a mettere quegli uomini sulla mia pista?”

Caramba! Come puoi credere… ?

Già! Ti avrebbero dato troppo poco per un’informazione del genere… molto meglio, adesso che la taglia sulla mia testa è aumentata, provvedere di persona! Non ci hai fatto un pensierino, Chato Gonzales?

Tex!… Io non…

Francesco Bosco [21/06/2017]

Intervista a Gianluigi Bonelli [Documentazione]

a cura di Mauro Marcheselli, Franco Spiritelli

 

La prima cosa che le chiediamo è come ha cominciato e perché.

Ho cominciato a scrivere a diciotto anni, per puro caso. Vede, la gente non può sempre scegliersi il mestiere giusto. Anzi, in genere non accade. Ma ci sono anche i fortunati e io sono tra quelli. Sono nato con un mestiere addosso, quello dello scrittore di fumetti, e con l’aiuto della fortuna è stato proprio quello che ho fatto, per  tutta la vita.

Comunque lei non aveva altra gente in famiglia che faceva già quel mestiere? Lei e il capostipite?

Sì, io sono il capostipite. Anche perché non esistevano fumettari ai tempi di mio padre e mio nonno!

Come mai questo mestiere invece che un altro?

Glielo dico subito: perché all’inizio io scrivevo romanzi, ma questi non mi rendevano una lira.

Che romanzi ha scritto?

Dunque, I fratelli del silenzio, L’ultimo corsaro, Il crociato nero. Poi una pila di novelle che non finiva più.

Questi chi li stampava allora?

I primi due li ha stampati la Sadel di Milano, Il crociato nero, invece, l’Azione Cattolica di Roma.

L’Azione Cattolica?

Sì, mi pescarono che ero da Mondadori, mi chiamarono e mi dissero: “Lei è un bravo ragazzo...”, al che io risposi: “Guardi, reverendo, bravo ragazzo finché vuole, ma io voglio il grano perché lavoro da Mondadori e lá mi pagano bene”. Così andò a finire che mi fecero un contratto di due anni per  il Vittorioso, e io glielo tirai su dalle diciottomila copie che vendeva a centoventimila in due anni. Dopodiché senza neanche avvertirmi, alla scadenza non mi rinnovarono il contratto.

Ci sarà stato qualche motivo...

Il motivo è che ormai gli avevo insegnato tutto quello che c’era da sapere: come si scrive, chi deve disegnare, come cedere i diritti d’autore all’estero. Così sono andati avanti da soli.

Si ricorda il primo fumetto che ha fatto?

Uno dei primi fu Artagov, un racconto in cui l’eroe scopriva il fuoco e trascinava i suoi compagni verso le forme primordiali della civiltà.

Lei  per arrivare a scrivere ha fatto degli studi?

Soltanto il Ginnasio.

Per quei tempi era già molto.

In effetti, allora il ginnasio era una cosa seria. Ricordo che mi tiravano il collo e mi facevano sgobbare...Non continuai gli studi perché morì mio padre. Eravamo in tempo di guerra e mi trovai in una situazione difficile. Così rimboccai le maniche e cercai la mia strada.

Lei ha scritto anche poesie, come si inseriscono nella sua produzione letteraria?

Le poesie sono un’altra cosa, rappresentano i più intimi sentimenti di una persona in un determinato momento della sua vita. Se lei è contento difficilmente comporrà poesie: generalmente si scrivono quando si è molto tristi, e quando si pensa a qualcuno che si ama o che si è amato.

Torniamo a come ha cominciato...

Dunque, avevo appena terminato L’ultimo corsaro e andavo in giro cercando di appiopparlo a qualche editore. Dopo aver consumato inutilmente le suole di molte scarpe incontrai un conoscente, un certo Pesavento, che lavorava da Vecchi, l’ed. dell’Audace. Pesavento mi chiese: “Tu sei capace di scrivere? C’è il mio editore che cerca qualcuno che scriva dei racconti”. Non ebbi un attimo di esitazione: “L’ha trovato!” gli risposi. Andai da Vecchi e gli consegnai il romanzo. Lo lesse e la mattina dopo mi telefonarono di recarmi subito in viale Stelvio. C’era un posto per me! Presi il ètramvai, andai là e venni subito assunto come direttore con l’accordo di scrivere, di sceneggiare, di mandare avanti cinque o sei giornali contemporaneamente.

Così di punto in bianco?

Di punto in bianco. E fu allora che compresi la differenza tra il fumetto e il romanzo... il romanzo non rende niente.

Come era in quel periodo la situazione del fumetto in Italia?

Erano i tempi eroici dei pionieri. Nelle edicole si trovavano L’Intrepido, l’Audace, Jumbo, Rintintin, l’Avventuroso di Nerbini, Il Corriere dei Piccoli. Ricordo anche Lo Scolaro, un giornalino per bambini. Il più importante di tutti era l’Avventuroso, di grande formato, tutto composto di  fumetti  americani. Allora i collaboratori italiani erano pochissimi, e io, con tanti giornali per le mani, mi trovavo in difficoltà. Così dissi a Vecchi: “Perché non li facciamo noi i fumetti, invece di comprarli all’estero?” Da quella mi proposta prese avvio, in grande stile, la produzione italiana.

Lì ha cominciato subito a fare sceneggiature?

Subito. E mi trovai a mio agio: capii di aver infilato la strada giusta.

Non ha avuto qualcuno che le ha insegnato il mestiere?

Non è un mestiere che si possa imparare. Si può affinare, questo sì. Ma quello di scrivere è un dono di natura. O lo si possiede oppure buonanotte al secchio.

Ci racconta i motivi per cui si è messo per conto proprio?

Un po’ per ambizione, un po’ per una questione di carattere. Non voglio piedi sul collo e preferisco rischiare da solo. E se vedo una mela sull’albero, invece di restare a guardarla, la colgo.

Lei è ancora editore?

No, ma lo è mio figlio Sergio. Io ho una percentuale ma non mi interesso più di quello che può essere la stampa o la carta o di tutti gli altri problemi. Io scrivo il Tex e basta.

Tornando a Vecchi, lei a quel punto comprò l’Audace...

No, lo prese Mondadori e assunse me come direttore. Poi me ne andai per tener fede al mio ruolo di individualista. Io entravo e uscivo dal lavoro quando volevo, naturalmente entro i limiti accettabili, mentre loro, i mondadoriani, sostenevano che poiché ero il direttore dovevo dare il buon esempio. E me lo dissero proprio quando mi era venuta la voglia di bere un caffè, diedi le dimissioni a andai al bar. Via di lì andai al Vittorioso, sempre come direttore, ci restai per due anni...

Che periodo era?

La vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Comunque decisi di mettermi in proprio: racimolai quattro lire, mi coprii di debiti e comperai il giornale. Mi ricordo che lo pagai in dannatissime cambiali, che pagai regolarmente. Ma erano tante...

Allora è partito dal niente...

Dal niente.

Lei ha comperato l’Audace in un periodo che l’Audace non andava per niente.

Non era mai andato in vita sua.

Come lo ha portato su?

Mi sono detto: ormai il pubblico mi conosce, io conosco il pubblico. Gli scrivo una bella storia con cazzottate a volontà e scommetto che mi seguirà. E mi ha seguito.

C’erano delle serie con personaggi famosi?

Uno per tutti: Furio Almirante, l’uomo dal pugno d’acciaio, disegnato dal grande Carlo Cossio.

Poi l’Audace divenne l’Araldo. Come mai?

E’ una storia che va fatta risalire allo scoppio della guerra. Fu un periodo difficile per un editore come me che non aveva santi in paradiso. Per qualche tempo riuscii a tirare avanti. Poi, quando la situazione del paese si aggravò, fui costretto a chiudere bottega. Coinvolto nella guerra partigiana, decisi di cambiare aria e di cercar rifugio oltre frontiera, in Svizzera. Quando tornai in Italia, a guerra finita, mi separai da mia moglie Tea e le lasciai il giornale, anche se continuai a darle una mano per mandarlo avanti.

Lei diresse l’Audace per un sacco di tempo...

No, tutt’altro.

L’Audace cambiò nome quasi subito. Perché?

Le confesso che non me lo sono mai chiesto. Probabilmente, il cambio di testata fu dovuto a ragioni burocratiche e amministrative che mi sfuggono oggi come mi sfuggivano allora.

Ho letto su un libro che parla del fumetto italiano che al tempo del fascismo i giornali erano tutti allineati alle disposizioni del regime. Tutti, tranne lei e Lavezzolo che, non mi ricordo se era sul Vittorioso, avete fatto una specie di azione di fronda.

Non esageriamo. Sul Vittorioso non svolgevo azioni di fronda: badavo soltanto a mettere insieme un settimanale che piacesse ai lettori. E’ vero, peraltro, che ho sempre cercato di evitare gli incensamenti littori e le cortigianerie.

Adesso la inchiodiamo alle sue responsabilitá. Milioni di appassionati del Tex, per nostra bocca, hanno tante domande da farle.

Sun chi. (trad. dal milanese maccheronico: “Sono qui”)

E’ stanco di fare il Tex?

Sono stanco sì. Andrò avanti a scrivere ancora per un anno o due, dopodiché, ho già avvertito mio figlio, basta. Basta ragazzi, per piasée! La mia vita è attaccata alla macchina da scrivere per continuare a sfornare delle storie, e a settantaquattro anni non è che se ne abbia sempre voglia. A proposito, se le interessa, adesso sto scrivendo un episodio che disegna Vincenzo Monti...

Monti? ‘E il primo Tex che fa?

Ha già messo le mani in qualche albo, per aiutare i suoi colleghi.

Non sarà quel disegnatore che ha finito l’episodio iniziato da Nicolò poco tempo fa?

No, quello era Francesco Gamba. Comunque non mi chieda altro sulla produzione perché io mi disinteresso della casa editrice. Quasi non so nemmeno che cosa esce. Il figlio mi manda tre o quattro albi di quelli che escono in edicola, ma io l’unica cosa che faccio è di metterli negli scaffali della mia libreria, insieme agli altri.

Non ci dica così....

Ma cosa devo fare? A volte non li rileggo neppure, sennò mi sorgono mille dubbi. Spesso mi verrebbe voglia di dire: “Sergio, per favore, l’ultima pagina non mi piace, rifacciamola”. Ma so che è impossibile e so anche che quando la sceneggiatura è uscita dalle mie mani non la rivedrò più.

Quanto c’è di lei in Tex Willer?

Il carattere, il senso anarchico delle cose, l’istinto di disobbedire alle autorità.

Non pensa che Tex ha il successo che ha perché fa quello che vorrebbe fare tanta gente che non ha il coraggio di farlo?

Ne sono arciconvinto. Più che la trama delle storie è il modo di comportarsi di Tex che colpisce la fantasia dei miei lettori. Il senso della giustizia e della rivolta contro l’arroganza è istintivo in Tex: ecco perché picchia tanto sovente.

Lei si è picchiato molte volte?

Ho ancora il naso rotto. A Parigi, facendo il mestiere del pugile, guadagnavo quaranta franchi al giorno.

Io intendevo picchiare per strada.

No, no. L’unico scontro che ho avuto per la strada risale a qualche secolo fa, lungo le sponde dell’Olona, un canale di Milano che oggi è stato coperto.

Voi avete fatto il Tex così, quasi per caso. Il Galleppini dice che lui lo disegnava praticamente con la mano sinistra, quando era libero da altri impegni. Quando vi siete accorti che era una cosa che andava?

Bisogna fare un po’ di storia. Galep intendeva dire che a quei tempi era impegnato a disegnare Occhio Cupo, un personaggio nel quale la casa editrice credeva molto. Contemporaneamente dava alla  luce Tex, sui soggetti e le sceneggiature che io gli fornivo. Ma Tex, appunto, lo disegnava nelle ore sottratte al sonno. In seguito, Tex si rivelò il cavallo vincente e Galep passò il pennello dalla mano sinistra alla destra.

Qualcuno dice che il Tex è verboso, che è troppo il parlato...

Non è che parli molto. Parla quanto parliamo io e lei, quanto parlano tutti.

Lei non lo trova un po’ lento? Alterna a cazzottate furiose altri momenti, magari al tavolo del saloon, dove va avanti a parlare per dieci tavole.

Non può mica andare in giro cazzottando dalla mattina alla sera! Guardi, quando il personaggio è fermo io me ne accorgo e taglio la scena, sposto l’azione da dove si trova il Tex a dove si trova l’avversario. Io dico che se il pubblico dopo tanti e tanti anni continua a leggerlo (il calo che ha avuto negli ultimi tempi è roba da ridere se paragonato a quello di altri personaggi del fumeto) significa che ci trova qualcosa, forse qualcosa di più importante di quello che io stesso posso pensare.

Però è vero che nei primi tempi il Tex era tutto un colpo di scena: più veloce ecc. Ecc. Adesso invece...

Ammetto che qualcosa è cambiato. Ma  è un processo naturale. La tiratura di Tex dimostra che il personaggio ha saputo rinnovarsi. Un tempo il ritmo era più rapido? Può darsi. Io penso però che anche oggi i “tempi” tecnici delle sequenze delle azioni siano ben calibrati.

Quanto influisce il disegnatore sulle vendite?

Secondo me poco. Basta che sia un buon professionista.

Dicono che il taglio di Fusco sia quello che piace meno....

Non so. Come le ho detto, non dispongo, per mia scelta, di dati precisi sulla produzione. Posso tuttavia supporre che un illustratore dalla personalità così forte e insolita come Fusco crei qualche perplessità nel lettore di Tex.

Perché Fusco fa le facce diverse oppure...

Non lo so. Posso dire soltanto che Fusco è un artista e che io lo apprezzo molto.

A proposito di Fernando Fusco, per i tre episodi disegnati da lui, Caccia all’uomo, Mingo il ribelle e Il giudice Maddox, si dice che i testi non siano suoi, è vero?

Sì, sì, li ha fatti Sergio, mio figlio. Io poi gli ho corretto i dialoghi. Che cosa volete... ogni tanto, quando non ce la faccio più, lui scrive qualche racconto. Ma sa che il suo modo di parlare i personaggi è differente (il modo di parlare, non l’azione) e così mi manda i testi da rivedere e io glieli cambio quasi completamente.

Come mai non li ha fatti lei?

Ma perchè non ho il tempo!

Mi sembra che quasi tutti quelli che non ha scritto lei li ha disegnati Fusco, sbaglio?

Sbaglia. Io ho scritto dei testi per Fusco (basta ricordare L’idolo di smeradlo e l’avventure recente della setta satanica, Il marchio di Satana), così come mio figlio Sergio ha scritto per Ticci, Letteri, Nicolò e lo stesso Galleppini (El Muerto e Cruzado). Comunque, la collaborazione fra me e Sergio ha dato spesso buon i frutti.

Anche nei Ribelli del Canada?

Quello è una vaccata di racconto.

Abbiamo notato che in quei racconti c’ è la stessa struttura narrativa del Zagor...

Se n’ è accorta altra gente. E pensare che quando Sergio ha cominciato a scrivere Zagor, dopo due o tre numeri mi aveva chiesto di continuarlo io. Gli ho scritto due o tre episodi di Zagor completi, dopodiché gli ho detto che non potevo fare l’uno e l’altro fumetto, così ha continuato lui. Ma le cose che scrive non le condivido tanto.

Ma lui si rivolge ad un pubblico più giovane.

Sì, ma dice lo stesso cose un po’ sconclusionate.

C’ è uno scrittore a cui affiderebbe Tex?

No, assolutamente. Oppure...forse Grecchi...L’ho incontrato mesi fa a Nizza, dove lui abita, e stavo per proporglielo. Ma lui ha cominciato a lamentarsi che era vecchio e stanco, e così ho lasciato perdere. Ecco, Grecchi ha uno stile molto simile al mio. E’ bravo ed è anche intelligente.

Un ragazzo? Non ci pare.

Ha sessant’ anni circa e per me che ne ho settantaquattro è un ragazzino. C’ è da dire una cosa riguardo a Grecchi: lui è abituato a tessere le sue trame sulla distanza delle tredici tavole e penso che avrebbe seri problemi a lavorare sulle centinaia di pagine di un episodio di Tex. Come, del resto, è accaduto anche a me un po’ al contrario: i peggiori racconti da me scritti sono, in piena coscienza, il Tex 100 e il Tex 200, perché dovevo fare la storia completa, dato che erano a colori. Non si possono fare i romanzi su misura.

Visto che lei non si interessa del controllo del Tex, chi lo fa?

Mio figlio o Decio Canzio, che oltre a essere il direttore è anche molto bravo.

Lo abbiamo chiesto perché tempo fa c’ è stato un tradimento. Nicolò ha fatto Pat Mc Ryan alto come Tex. Identico spataccato.

No, Pat è molto più alto, più di un metro e novanta.

Ce lo siamo legati al dito questo tradimento. Non c’ è un disegnatore che le piacerebbe facesse il Tex? I disegnatori di Tex (non tutti) fanno cazzate tremende sulla documentazione...

Questa è un’affermazione di cui lascio a lei ogni responsabilità. E poi gli autori di Tex devono lavorare velocemente...

La velocità non conta, non penso che uno sia più veloce perché infila nelle tavole tepee o totem a casaccio.

Cos’ è? Una critica al sottoscritto? In tal caso caro amico, sappia che io i totem non li infilo affatto a casaccio. So benissimo che, nella realtà storica, si trovavano quasi esclusivamente nel Nord-ovest, sulle coste del Pacifico. Ma sono belli da vedere e fanno molto colore, così li faccio mettere. Tex non è l’enciclopedia Treccani: non se lo dimentichi mai.

Il Tex è anche quello che è per la fantasia che c’ è dentro, che c’era soprattutto...

Fulmini! Io a questo gli tiro una revolverata...

Non sarebbe meglio liberare il Tex da queste pastoie realistiche che gli stanno strette? Tra l’altro gli indiani sono ormai tutti in riserva, lui non può più fare una bella battaglia, come faceva un tempo, quando arrivava in testa a tutti i Navajos. Adesso al massimo può fare uno sconfinamento da una riserva.

Ma io non mi creo problemi di questo genere! Io leggo molto, ho letto molto sulla storia del west, se trovo qualche spunto ne approfitto, lo sviluppo. A me interessa il fatto, non faccio lo storiografo. Il Tex non è un trattato di storia, bensì un libero adattamento di fatti accaduti che il protagonista vive e risolve alla sua maniera.

Per Vendetta indiana s’ è rifatto al massacro di Sand Creek?

Sì, l’ho messo dentro pari pari: ho solo cambiato i nomi. Chivington, per esempio, l’ho chiamato Arlington.

Chi erano per lei gli indiani?

Dei poveri cristi.

Destinati alla distruzione, come poi è avvenuto?

Non è questione di predestinazione. E’ che da sempre, da quando i primi uomini hanno cominciato a usare le pietre come utensili, le civiltà tecnologicamente superiori hanno sopraffatto quelle più primitive. E’ una legge della storia. E in Tex mi sembra che non ci sia mai un velleitaristico pietismo nei confronti egli indiani, proprio perché è sempre presente la consapevolezza di questo gap fra due mondi tanto distanti.

Quando ha affiancato Kit Carson a Tex sapeva che nella realtà era stato un massacratore di Navajos?

Definire Carson un “massacratore” mi pare una forzatura. Comunque sapevo dei suoi trascorsi, ma mi piaceva la figura, e poi era un nome già conosciuto.

Ormai è diventato solo la spalla comica del Tex.

Sono le spalle che fanno grandi gli uomini.

A proposito di uomini, ma il Tex ci va no le donne o è una mammoletta?

Non è una “mammoletta”. Che Tex vada con le donne è una cosa naturale, che fa parte della vita di tutti, e non credo ci sia bisogno di farla vedere, così come non occorre mostrarlo anche quando fa i suoi bisogni corporali. Diciamo che è una specie di pudore dettato però dal buonsenso e dall’esigenza di non annoiare il lettore con il verismo delle “piccole cose” quotidiane.

Sì, ci sembra giusto, però una volta lei ci metteva più personaggi femminili, e tra l’altro i suoi personaggi femminili sono tutti cattivi.

Nella meccanica del western le donne hanno un ruolo secondario. Nel copione del film che ho preparato, per esempio, non ho messo neanche una ragazza. Non avrei saputo cosa farle fare...

Bè...poteva mettere un tipo come Calamity Jane.

Chi, quella bruttona?

Più che altro come personaggio femminile, dopotutto queste donne in fondo l’hanno fatta la storia del West.

E chi lo nega? Tuttavia il ruolo pur determinante della donna nell’epopea del West è stato oscuro, umile e, soprattutto, abbastanza estraneo a quei “momenti” avventurosi che io inserisco nel Tex e che i lettori si aspettano da me.

Si farà il film su Tex?

Sono anni che viene gente per farlo ma purtroppo io e loro non vediamo il personaggio allo stesso modo.  Addirittura c è il regista Tonino Valerii che mi ha mandato un copione scritto da lui. Io l’ho letto due volte, ma poi ho declinato l’offerta.

Per lei qual è la faccia del Tex?

Quella di John Wayne.

Lo sa che il linguaggio del Tex è diventato molto più spregiudicato? Ha cominciato a parlare come parlavano i suoi rivali nei vecchi tempi. Non è ora di moralizzarlo un po’?

Davvero? Bè, io non me ne sono accorto. Fin dall’inizio ho voluto usare nel Tex un linguaggio duro, violento, a volte amaro. Del resto tale linguaggio accompagna sequenze esse stesse violente: questo era il mondo del west. Quello che ho sempre cercato di evitare è la volgarità, la brutalità gratuita, il sadismo. E le parolacce. Se poi me ne scappa una, perdonatemi, gente! 

Se molla il Tex cosa fa, crea un altro personaggio?

No! Per piacere! Ma lei sa quanti quintali di carta ho scritto? Dal tempo di Vecchi, ancora prima. Da quando scrivevo poesiole per il Corriere dei Piccoli!

Cos’ è il fumetto per lei?

Un mezzo di espressione, come molti altri. C’ è chi lo usa con intelligenza e c’ è chi sbaglia tutto e fa delle grandi castronerie. E poi c’ è anche chi lo utilizza subdolamente soltanto per far soldi, vedi i pornofumetti. Io il fumetto  lo rispetto: è stato la mia vita.

Tornando al Tex, non trova che i personaggi comprimari di Tex abbiano poco spessore psicologico? Non sarebbe meglio ogni tanto, non dico ridimensionarlo, ma almeno dargli degli avversari più degni del suo peso? Perché ultimamente Tex è troppo sicuro di sé, e poi non soffre mai.

E’ l esperienza che lo rende tanto sicuro di sé. E poi oramai è vecchio, ne ha passate di tutti i colori.

Ma i lettori no...

Lo so, il lettore è sempre giovane.

Lei non usa la tecnica americana di riproporre certe situazioni, in certi intervalli di tempo?

No, direi di no.

Tex morirà?

Non credo, ormai mi è scappato di mano. Credo che arriverà un altro scrittore: io cercherò di fare da supervisore. Creperò prima io del Tex.

Trasportiamo Tex ai giorni nostri, cosa diventerebbe?

Un Pannella che fa a cazzotti.

Non c’ è un personaggio, tra quelli che ha fatto, che le piace di più?

Yorga, quello che ho fatto con Canale.

Lei  conosceva Lavezzolo?

Sì, era un bravo ragazzo, non meritava di fare la fine che ha fatto. Meritava di invecchiare bene, senza acciacchi, tranquillamente...Purtroppo non è stato così.

Bè... noi abbiamo finito, la ringraziamo per la sua gentilezza e disponibilità, sapendo che è così gentile chissà quanti d’ora in poi verrano a trovarla...

Ah, no. Per voi ho fatto un’eccezione, amigos, da anni non rilasciavo un’intervista. Ma basta così e per il futuro prometto solennemente che prenderò a fucilate tutti quelli che mi verranno a intervistare. Cuntent?

In confidenza, è tutto vero quello che ci ha detto?

Certo! Io non racconto mai balle, le racconto già sul Tex.

Francesco Bosco [01/06/2017]