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In primo piano

Dai, 70 anni di Tex! [Articoli]

dice… ma potevi far passare sotto silenzio questo 30 settembre 2018 senza scrivere una sola riga sul tuo più amato “eroe” di fumetti? (eroe, poi?). In realtà, si, stavo per non scrivere niente, perché non amo troppo le ricorrenze, ma alla fine mi sono detto che 70 anni sono un qualcosa di incredibile: un arco di tempo di successi che nessuno credo possa vantare sia nel fumetto che in altri settori della società italiana. E in effetti, lui è Tex, l’unico fenomeno italiano che ha attraversato la storia del nostro paese facendosi scivolare addosso tutto. Non un infallibile uomo (o meglio è un uomo fallibile), come nell’immaginario collettivo, e forse nemmeno un eroe a tutto tondo, anzi, a volte in Tex veleggiano poesia e sentimenti, ma Tex è soprattutto intrattenimento intelligente sotto forma di avventura a fumetti. Non ha pretese culturali, ma il ribaltamento di luoghi comuni come l’indiano cattivo e il bianco buono, l’autore di Tex lo mette in pratica dieci anni prima della rivoluzione culturale cinematografia americana e, in ogni caso, senza alcun bisogno di schierarsi politicamente. "Un Pannella che fa a cazzotti" lo definì il suo creatore. Su Tex il negro si chiama negro e il cieco cieco, senza troppe ipocrisie, l’indiano è giusto e ingiusto, il bianco è giusto e ingiusto... in nome del "politicamente scorretto". Ho un amico cieco, Andrea, e ci mancherebbe pure che perdessi la sua amicizia a chiamarlo non vedente... o diversamente vedente o che cavolo ne so io. E avevo Bruno, un ragazzo, poco più della mia eta negli anni ’70, dalla sfiga incredibile: semi-paralitico su una carrozzina a tre ruote, manubrio ad asta con freno, manovella a catena con cui produrre faticosissimo movimento e persino un pochino dislessico. Ebbene, Bruno e noi del gruppo ce le suonavamo di santa ragione tutti i giorni, altro che buona educazione e rispetto, gli avevamo insegnato a fumare. E Bruno voleva sentirsi vivo solo così; a volte caricandoci con il suo bolide tentando di investirci e a volte cercando spinte che lo facessero cappottare in curva. “Spingi bene,eh?” mi faceva. Ma se è per questo c’era pure Hamar, un marocchino che ancor oggi trovi alla fermata del bus e nell’attesa legge Tex, con Hamar vi risparmio il dialogo degli “italiano di merda” o “sporco mussulmano” tra un abbraccio e l’altro. E chi non conosce Bruno e Hamar a Fiumicino. Hamar è anche un grosso collezionista del Tex a striscia francese che da bimbo comprava nel suo paese di origine e che oggi conserva ancora.

Bene, oggi Tex compie 70 anni, non so se nasca da Spillane o Hammett, sicuramente da Alexander Dumas e Peter Cheyney, ma pare che sulla scena ci resterà ancora per molti lustri. Certo, sarebbe salutare per tutti che la si finisse di metterlo in relazione a tazze, giochi, t-shirt, statuine, interazione, album e altre amenità (non è il merchandising che fa salire le vendite del fumetto, ma solo quel logo), altrimenti potremmo trovarci di fronte ad amare sorprese nei prossimi anni. Ma soprattutto tutto questo bagattellame toglie quello spirito “cattivo” ma giusto nel rapporto con i Bruno e gli Hamar. Sarà forse diseducativo come l’idea di Steve Jobs di piegare il mondo su uno smartphone?

Sono “cattivo” e giusto. E lo rimarrò sempre, nel nome di Tex!

TEX 30 settembre 1948- 30 settembre 2018

Francesco Bosco [30/09/2018]

Giulia Francesca Massaglia [Articoli]

Una decina di anni fa mi capitò di vedere un bellissimo libro-catalogo a bassissima tiratura tutto dedicato a Mauro Vannini e curato dal mio amico Vincenzo. Rimasi subito impressionato da quell’illustratore che aveva nel colore il suo punto di forza e disponeva oltretutto un talento per il disegno non comune e quando Vincenzo mi accennò al fatto che aveva in casa qualche sua opera, gli dissi subito che me ne sarei andato portandomene via una. Così scelsi quella che ad oggi rimane, secondo me, la più bella opera dipinta da Vannini: Tex e i suoi pards che stagliati su un tramonto incendiato attraversano un fiume. Un quadro a tempera in formato orizzontale di considerevoli dimensioni, già incorniciato e dunque solo da appendere al muro. Naturalmente mi portai a casa anche il catalogo e iniziai a pubblicare qualche illustrazione sui vari siti internet. Il successo fu immediato… ma, diavolacci, nessuno conosceva Luca Vannini, il “texiano”. 

Pubblicai anche molto suo materiale dedicato a Julia (personaggio che disegnava per la Bonelli Editore) ed altri personaggi. Molto apprezzato anche in quel versante. 

Non mi dilungo troppo, ma vedevo Vannini così tanto a suo agio con Tex che decisi di buttar lì qualche commentino, affinché alla Bonelli si accorgessero della potenza narrativa dell’autore. Beh, passò molto tempo (risparmio alcuni delicati retroscena) ma alla fine Luca Vannini Tex lo ha fatto e lo sta ancora facendo, anche se si dice con lentezza.

Non so quanti anni passeranno stavolta, ma la stoffa, pur essendo giovanissima, c’è l’ha eccome: Lei è Giulia Francesca Massaglia che, la sparo subito grossa, andrebbe provata su un cartonato di Tex. Ho visto solo qualche prova ma mi è bastata per capire che il personaggio ce lo ha già nelle mani e soprattutto nella testa. Anzi, vorrei addirittura spingermi a dire che con una bella sceneggiatura in stile esotico, la brava Massaglia non fallirebbe: magari con un “en plein air” invaso dai Diableri.

Non chiedetemi perché e nemmeno se il suo segno ricorda quello di qualche autore famoso, non mi interessa e in genere non mi piace ricondurre un artista ad un altro. Bravissima coi cavalli, con gli spazi aperti e, a quanto ho visto, anche con la messa a punto della sua caratterizzazione del personaggio, l’unica incognita rimarrebbe quella del taglio delle vignette che nei cartonati è richiesto “alla francese” e che dunque necessità di un notevole lavoro a livello creativo e organizzativo. Anche qui non so perché, la Massaglia mi da l’impressione di una disegnatrice completa, sufficientemente visionaria, così buonanotte anche al problema del taglio “alla francese”. 

Il mio vero ed unico dubbio verte sul colore, dal momento che il suo tratto è così lontano dalla sintesi, dall’impressionismo, dall’abbozzo, anzi così assolutamente ricco e narrativo che si potrebbe creare qualche problema. A vedere il disegno che accompagna questo breve articolo, vien subito da pensare al prode Matteo Vattani di fronte a quel campo fiorito nel quale affondano le zampe dei cavalli: una bella grana, se mai dovesse affrontare situazioni del genere! Ma si sa, i cartonati di Tex sono frutto di una collaborazione stretta tra il soggettista, il disegnatore e il colorista… e la nostra Giulia Francesca Massaglia saprebbe superare anche questo ostacolo. 

Ma chi ti da tutte queste convinzioni Francesco? Nessuno, sempre campato di sensazioni… nel 2011 mi capitò di averne su Giuseppe Prisco, e lo scrissi. Ed ora Prisco disegna Tex e, secondo me, bene.

In ogni caso brava Francesca.

Francesco Bosco [21/09/2018]

Más allá del Gran Río [Documentazione]

In Tex la storia è importante, ma la geografia lo è ancor di più! Davvero! Nelle sceneggiature di Bonelli, ricorderete, le note a margine riguardanti fatti storici sono pochissime, quasi nulle rispetto a cartine e mappe geografiche di cui è invece piena la saga. “Non esiste Tex senza mappe” si direbbe! E invece nell’ultimo color di Ruju e Scascitelli assistiamo ad un certo punto a della gente che, dall’Arizona, vuole riparare in Messico passando il Rio Grande. Ecco, se Ruju si fosse preso la briga di piazzare una vignetta mappata, il fattaccio non sarebbe accaduto: non si può attraversare il Rio Grande nel confine fra Arizona e Messico, semplicemente perché il grande fiume americano, che nasce nelle Montagne San Juan del Colorado, da quelle parti proprio non ci passa. Il Rio Grande (o Rio Bravo del Norte) taglia in due lo stato del New Mexico e va a delineare i confini tra Texas e Messico, fino a sfociare nel Golfo del Messico. Per carità, non casca il mondo, almeno per noi: le sviste possono capitare a chiunque, però se il dibattito su ciò che è congruo o non congruo nelle dinamiche storico/geografiche di Tex pare sia diventato il solo motivo per cui si compra l’albo di Tex, è giusto allora usare la matita rossa anche per questo errore. Ora, se ci fossero voluti alcuni giorni di cavalcata (e non poche ore, come indicato nel soggetto di Ruju) per sconfinare in Messico, la cosa sarebbe stata tecnicamente possibile: la truppa avrebbe però dovuto passare il confine col New Mexico, attraversare una prima volta il Rio Grande in quello Stato, giungere a nord di El Paso (Texas), e attraversarlo di nuovo. Ecco fatto, tutti in Messico!! Ma non erano queste le intenzioni dello sceneggiatore.

Un errore, un semplice errore che è sfuggito ai più. Ci domandiamo, però, se vale la pena continuare a far “pesare” agli autori incongruenze e quant’altro quando Tex è lettura di svago a tutti gli effetti. Non bastano un triceratopo, un alieno, un’automobile a far mollare la presa? Avanti, fa specie parlare di “Navy Colt” di fronte ad un grosso mostro preistorico che ti vuole come colazione.

Vi incontrasse, GL vi sparerebbe tra i piedi senza nessun indugio con… la “Bonelli Colt”.

La redazione [16/08/2018]

L’ultima vendetta [Articoli]

Qualche giorno fa, vedendo su Facebook le fasi di lavorazione della copertina per il settantennale di Tex, postate da Villa, mi è venuto subito in mente quale destino redazionale avrebbe avuto l’illustrazione dell’autore. Non è un mistero infatti che una certa critica (formata dai lettori e anche da qualche addetto ai lavori) lamenta già da tempo una gestione inadeguata degli originali delle cover di Villa.

Io non mi schiero, pro o contro che sia, dal momento che l’errore è, a mio avviso, a monte. Non si può più imporre sulle cover una scena ripresa dalla storia, sarebbe ora di lasciar libero il copertinista di scegliersi i soggetti che vuole e… questo 695 lo dimostra. Dei colori originali tracciati da Villa, mi importa poco. L’arte non “buca” necessariamente in quanto arte, e i colori a tinta unita di vecchia memoria, visti per decenni sul Tex di Galep, di artistico non avevano assolutamente nulla. Però bucavano. Ciò nonostante, Villa è un artista diverso da Galep e la sua dimensione di illustratore meriterebbe approcci diversi da quelli guadagnati da Galep.

Ma, ciò detto, vorrei porre l’attenzione su un fatto che mi ha colpito molto e che forse è solo mio. Questa cover, stavolta magnificamente editata dalla redazione, sembra essere un omaggio a Luigi Corteggi e in special modo al Corteggi di Satanik. Gli elementi che creano in me questa sensazione sono innanzitutto l’impostazione generale della cover (crack… mi arriva così) e poi tutta una serie di elementi che rimandano al personaggio della Corno. Che sia solo un caso è lecito pensarlo, non amo fare accostamenti soprattutto se inconsapevoli, ma voglio convincermi che nella testa di chi ha montato la cover di questo numero a colori (probabilmente la più bella copertina di Tex degli ultimi decenni, sicuramente la più bella di Villa) ci sia stato questo nobile intento, pensando appunto a Corteggi. Il titolo, ad esempio, è tipico della visione di colui che recentemente ci ha lasciati: quanti ne abbiamo visti realizzati così nelle testate della Bonelli? Con quella graffiatura sul nero compatto? Direi moltissimi! Erano il marchio di fabbrica del bravo Luigi.

Come direttore artistico Luigi Corteggi ha rappresentato il massimo in redazione Bonelli. E bene aveva fatto anche il suo predecessore, Raffaele Cormio. Ecco, uomini che hanno accompagnando il nostro cammino di lettori lavorando senza essere costantemente sotto la luce dei riflettori.

Insomma, stavolta non possiamo che congratularci con la redazione che ha partorito davvero un enorme capolavoro grafico, valorizzando l’opera pittorica di Claudio Villa.

 

Francesco Bosco [13/08/2018]

BLEK E’ TORNATO! VIVA BLEK! [Altri fumetti]

Faccio una premessa (concedetemela): stamattina (vi scrivo in un pomeriggio leggermente nuvoloso del 24 luglio) mio padre mi ha portato il primo numero della nuova ristampa di Blek allegata a Gazzetta. Ascoltare le sue parole, e vedere il suo entusiasmo per questa nuova collana di ristampe, mi ha un po’ commosso perché poi, con il suo solito stile nichilista e da menagramo, mi ha detto: “Questa è l’ultima serie che faccio in vita”.

Ecco, fatti i debiti scongiuri (papà pienz’ ‘a salute!) posso dire che un po’ lo capisco: Blek è il fumetto della sua infanzia. E della mia. Perché entrambi lo abbiamo conosciuto e amato da bambini, una cosa che ci accomunerà per sempre. Allora mi sono messo nei panni di tanti sessantenni e settantenni che, come mio padre, stamattina si sono recati nelle edicole. Questi lettori che, ancora oggi, leggono pure Tex e che hanno ritrovato l’idolo della loro infanzia ripescando in quel bagaglio dei loro ricordi, ancora intatto, ancora prezioso.

Dal punto di vista editoriale la ristampa proposta da Edizioni IF insieme a Gazzetta è semplicemente meravigliosa. Blek torna in una cornice moderna ma attenta al passato: basti vedere la magnifica cover, tratta dalla ristampa Alternata degli anni ’70 realizzata da Sinchetto, utilizzata per il numero uno. Il formato è grande, le vignette pure, e questo va a premiare il disegno della Essegesse. E c’è stata anche un’attenta revisione dei testi. Forse i puristi storceranno il naso, ma finalmente alla pagina 2, vignetta 1, Roddy pronuncia “Blek” e non Bleck” come nelle passate edizioni. E poi c’è il colore.

Blek dunque torna. Dal 1954 a oggi è ancora vivo e vitale. E’ stato in Francia, Grecia, Germania e nella ex Jugoslavia, proposto in tante edizioni di ristampe ma anche di storie inedite. E torna nel migliore dei modi, proponendo in un unico volume le prime sette strisce uscite in quei meravigliosi anni ’50. Pagine che ho letto decine e decine di volte.

La prima avventura del biondo trapper creato dalla Essegesse è un capolavoro. Concedetemi toni entusiastici: chi pensa che quella e altre storie del trio torinese siano “ingenue” si sbaglia. E di grosso! Sarebbe come dire che Brick Bradford, Mandrake e Phantom siano ingenui.

Certo, in seguito e per motivi editoriali il trio torinese avrebbe improntato la sua serie di successo prettamente per un pubblico di bambini (legittimo), ma questa prima storia e le serie seguenti propongono avventure meravigliose e più mature adatte a tutti. Che potresti leggere cento, mille volte e non te ne stancheresti mai. Come quella, intramontabile, nel Regno di Akbat. O con Gli Uomini Lince.

Dei classici quindi. E in Trappers alla Riscossa (è questo il titolo che Gazzetta ha dato al primo numero) Blek si presenta al lettore ancora come quell’eroe che tutti abbiamo amato, quell’uomo coraggioso che adora vivere nei boschi, che odia i soprusi e che lotta per la libertà e la giustizia. E l’avventura inizia con un assassinio, quello del papà di Roddy, ed è subito dramma: migliaia di lettori si sono commossi. E, sempre in questa prima storia, facciamo conoscenza con uno dei tanti character della Essegesse, quel professor Occultis che, giunto in America, dice a Blek: “Pensai che gli uomini bianchi non erano poi meno ingenui dei rossi, e che avrei potuto imbrogliare anche loro perfezionando i miei trucchi”. Che inguaribile imbroglione questo Occultis! Lui sì che era per l’uguaglianza!

Come i migliori brani di Battisti e i più bei film di Totò, la prima avventura di Blek ha sempre quel fascino intatto, quel candore che nulla potrà mai sbiadire. Striscia, Raccoltina, Albo D’oro, Libretto, formato Bonelli: sono tante le incarnazioni che questo biondo eroe ha vissuto in sessantaquattro anni di vita editoriale. Ma ecco che torna, ancora, come un eroe che non si rassegna all’oblio. E torna in un periodo in cui gli smartphone e i like sui social hanno cambiato per sempre la percezione e il nostro modo di comunicare, di leggere e di acquistare i fumetti. Una ristampa che si rivolge agli antichi lettori, quindi, o a quelli come me più giovani, ma mummie dentro. E mi piace pensare che, idealmente, possa rivolgersi a qualche nuovo lettore. Ma questo sì che è utopistico.

Però al diavolo la tristezza. Blek è tornato! Viva Blek!

Emanuele Mosca [25/07/2018]

TEXIANI IN LIBERA USCITA N. 12 [Documentazione]

Mangiato troppo, mangiato pesante? Un digestivo? Un cordiale? Un aiutino, un suggerimento, una spintarella, una dritta, una soffiata? Chiedete senza indugio. Rivolgetevi fiduciosi a noi. Palesateci il vostro rovello. Confidateci i vostri dubbi, le vostre incertezze, i vostri crucci. Da noi avrete la risposta, la soluzione su misura per tutte le taglie. Il nostro motto è “soddisfatti e basta” (mai rimborsati), il rischio è a carico vostro, l’avete voluto voi, sono cavoli vostri. Niente ricevuta di ritorno. Poi non venite a lamentarvi che non siete stati avvisati. E non fate gli schizzinosi che qui non si ha tempo da perdere con le manfrine…

Texiani in libera uscita n. 12

 

 

 

La redazione [14/07/2018]

Nato per uccidere [Edicola]

Anch’io a 30 anni scrissi una storia di Tex.

Titolo “Sulla pista di Sedona”.

Tex sta cavalcando fra le gole selvagge del Chimney Rock quando ad un certo punto… bang… una fucilata lo ferisce ad una guancia. Chi diavolo spara al nostro? Forse un misterioso nemico di cui non vedremo mai il volto? L’istinto suggerisce a Tex di trovare subito un posto sicuro per la difesa. Ok! Altro bang, pensieri, imprecazioni, passaggi muti… bla bla bla… e inizia così lo scontro con un nemico (in divisa?) che dura dalla tarda mattinata fin quasi al tramonto e dove il tempo viene scandito da una serie di pensieri dei due. Entrano in ballo anche una poiana nera e una lucertola del deserto, simboli dell’eterna lotta tra predatore e preda. La lucertola gira attorno a Tex, lui la osserva e alla fine sarà proprio il comportamento dell’animaletto a suggerirgli il modo per venirne fuori. La poiana? Lei compie di tanto in tanto pigre volute sul riparo del cecchino ma… ad un tratto attacca l’ingegnosa lucertola.

Ora, senza andare oltre, questa storia, sceneggiata con disegnini su dei fogliacci e modificata qualche decina di volte, di texiano non ha proprio un bel niente. Anzi, posso affermare, senza tema di smentita, che è l’antitesi del Bonelli pensiero, eppure chi mi conosce sa che il sottoscritto è un bonelliano doc!

Risvolti berardiani? Nella intima relazione che si stabilisce tra il personaggio e la lucertola, forse sì, ma in fondo non affatto kenparkeriana, visto che Ken non faceva a fucilate per ore sui costoni delle montagne. Una storia “personale”, chissà, forse più retaggio di qualche reminiscenza cinematografica che altro: mi viene da pensare a Butch Cassidy & Sundance Kid, di G. Roy Hill, pellicola dove i due vengono braccati da una pattuglia della Union Pacific, senza che di questi se ne mostri mai il volto. Oppure a “Duel”, di S. Spielberg, opera nella quale il regista mai svela il volto del nemico.

“Bocciata, signor Francesco Bosco!”

“Grazie lo stesso, ho fatto del mio meglio.”

Ora, a scanso di equivoci, ho imparato che si può rimanere ortodossi anche quando la tua creatività esprime cose in completa frattura con l’amata materia prima. Che male c’è? Essere lettore è diverso che essere scrittore.

È con questo spirito che affronto le letture dei Texoni di Boselli ormai da una decina di anni a questa parte. Cioè: come i Texoni di Boselli e basta. Sicchè, anche l’ultimo suo lavoro, “I rangers di Finnegan”, me lo sono gustato senza generarmi nella testa l’ombra incombente di Bonelli. Del resto G. L. Bonelli non ha mai firmato Texoni e i discorsi sul rispetto del logo lasciano il tempo che trovano, qui come sui cartonati, dove gli autori dei testi e dei disegni si sganciano ancor più disinvoltamente dal modello originale.

Paradossalmente, potrei addirittura accusare Boselli di non rischiare abbastanza, ma poi mi rendo conto che abbiamo a che fare con una pubblicazione che ha raggiunto un equilibrio “artistico-letterario” invidiabile e che il lettore premia con quasi centomila copie di venduto ogni suo appuntamento. Il Texone è una sintesi perfetta sviluppatasi nel tempo che, a questo punto, sarebbe opportuno proporre in una periodicità più ristretta: due/tre volumi l’anno, rappresenterebbero l’ideale.

“I rangers di Finnegan” è una storia del Tex “boselliano”, che rispetta la pasta originaria, e che rientra di diritto tra quelle decisamente ottime espresse negli ultimi anni sul Texone… e di cui, credo, l’autore vada orgoglioso anche per la parte grafica affidata in questo caso a Majo (alias Mario Rossi). Le tavole di Majo mettono in evidenza uno “scontro di luci”, basato in parte anche sull’utilizzo di modelli fotografici dell’epoca, davvero interessante. Non ho l’abitudine di rimandare questo o quel disegnatore ad un modello stilistico di riferimento: Majo è Majo, come Andreucci è Andreucci, ecc…, e ognuno di questi si misura sempre e solo con se stesso. Si può parlare, dunque, di una pubblicazione che ha un suo mondo di libertà in tutti i sensi e che dovremmo tentare di leggere senza la fotocopia del Tex di G. L. Bonelli in controluce. Poi, indipendentemente da come la si pensi, bisognerebbe mettere la collana dei Texoni in cima alle classifiche di tutta la produzione a fumetti italiana, e questo a prescindere da loghi ed ortodossie varie.

Boselli non è affatto un narratore facile da seguire, lo sappiamo, le sue sceneggiature sono sempre ricche di trovate, così mentre nelle storie del mensile non è insolito ritornare al numero precedente per rimettere a fuoco alcuni passaggi, sui cartonati e sul Texone questo “contrattempo” non esiste, anzi diventa il vero “motivo catturante” per il lettore.

In conclusione, ottimo lavoro, che rientra pienamente nei miei gusti di texiano doc. Insomma, un Tex di tradizione, visto dallo stile di uno che maneggia il Ranger da qualche decennio.

Francesco Bosco [29/06/2018]

STORIE DEL WEST [Libri e magazine]

Tra un rimprovero e l’altro, ma sempre con la promessa di ritrovare prima o poi un po’ di tempo da dedicare al nostro sito, vorrei per ora segnalare un paio di interessanti volumi, curati dai miei amici Roberto Guarino e Matteo Pollone: “Storie del West” e “Altre Storie del West”, Allagalla Editore - Torino.

In genere, nel mio piccolo, non mi riesce mai facile dare visibilità a pubblicazioni o iniziative riguardanti il fumetto - in verità non lo faccio nemmeno per le mie - ma questa volta non posso sottrarmi dal fare un commento che, credetemi, parte dall’anima di un vero appassionato di fumetto popolare e d’avventure. Francamente fino a qualche tempo fa non immaginavo vi fossero persone pronte a dar visibilità a opere un po’ dimenticate di autori come Virgilio Muzzi, Renato Polese, Roy D’Amy, Gino D’Antonio, Renata Gelardini, ecc…

E invece Roberto e Matteo, spalleggiati da un coraggioso editore, hanno semplicemente dimostrato che con un po’ di coraggio, qualche idea e parecchia volontà si possono rispolverare perle della storia del fumetto italiano, produrli e piazzarli sul mercato.

Perché promuovo questa iniziativa? Perché questa iniziativa, che non è la prima dei due autori, andrebbe secondo me premiata a prescindere. Perché è ben sviluppata. Perché, come tutte le buone iniziative, ha bisogno di un sostegno e non di chiacchiere.

Tanto per cominciare, il sottoscritto non aveva mai avuto il piacere di leggere “Kit Carson e il mistero di orecchie alate” (Kit Carson & the strange adventure of Winged Ears - Cowboy Picture Library, 1958), disegnato da Rinaldo Dami e Studio (molto Studio, per la verità) e nemmeno “Fort Cimmaron” (Fighting Cheyenne - Cowboy Picture Library, 1962), disegnato magnificamente da Virgilio Muzzi quando questi era peraltro coinvolto anche con la pubblicazione Tex. Con il volume “Altre Storie del West” ho avuto la possibilità di farlo… così come ho avuto questo privilegio con il volume “Storie del West”, che di fatto apre il progetto antologico di racconti western pubblicati in Italia da dopoguerra ad oggi, nel quale vengono proposte due storie scritte nel biennio ’58/’59 da Renata Gelardini per due big del fumetto nostrano: Gino D’Antonio e Renato Polese. Entrambi i racconti sono presentati da Claudio Nizzi in una pagina che può definirsi un volo radente sull’attività del Vittorioso di quegli anni: un volo radente bello e appassionato, forse anche un po’ nostalgico, sicuramente interessante.

Qui, quello che mi ha letteralmente sorpreso è stato Renato Polese, un disegnatore che negli ultimi periodi della sua carriera ha forse tirato un po’ via col segno. In “Fort Laramie”, l’episodio riportato da “Storie del West”, io trovo che sia formidabile e che le ultime due pagine siano un esempio di chi erano i disegnatori italiani quando potevano lavorare senza la “fretta da consegna”.

Magari non lo Champagne, ma una buona bottiglia di spumante piemontese spero si possa stappare al più presto di fronte ad iniziative del genere. E ghiacciato!

Francesco Bosco [11/06/2018]

Suonala ancora, Enrico [Articoli]

Un po’ da musicante e un po’ da fumettaro, dedico giusto due righe al maestro Enrico Ciacci del quale oggi ho appreso la notizia della sua scomparsa.

Magari molti non sanno neanche di chi sto parlando: ebbene, si tratta di colui che suonò per Ennio Morricone la chitarra, divenuta un’icona, in “Per un pugno di dollari”, di Sergio Leone. Considerato dagli addetti un ottimo chitarrista, Ciacci è stato anche compositore di colonne sonore e autore di brani popolari, peraltro cantati dal fratello Little Tony, dalla fine degli anni sessanta in avanti.

Non amo lo “Spaghetti Western”, eccetto alcune cose, e non discuto l’importanza del suo ruolo nella cinematografia nazionale ed internazionale, però in alcuni film appartenenti a quel genere ho avuto modo di ascoltare della buona musica che non fosse per forza quella del genio di Ennio Morricone. In fondo, in molti casi che coinvolgono i cosiddetti B-Movie, è proprio la colonna sonora a fare da traino alla pellicola. Forse non è il caso di relazionare i film di Verdone ai B-Movie, però mi domando che ne sarebbe stato stato senza l’apporto delle musiche di Morricone o di Ivano Fossati. In fondo, succede la stessa cosa per le storie a fumetti: puoi aver scritto una buona sceneggiatura, ma che te ne fai senza un disegnatore all’altezza?

Buon viaggio con le tue Fender Enrico

Francesco Bosco [14/03/2018]

La spada di Damocle [Autori di Tex]

Giorno più giorno meno, questo disegno ha esattamente 60 anni. Si tratta della copia originale di Aurelio Galleppini che mette in evidenza la straordinaria bravura di questo artista, creatore grafico di Tex e impareggiabile protagonista del fumetto popolare italiano… e anche probabile autore del guazzo azzurrognolo velocemente sparso attorno alla figura.

Avrete sicuramente riconosciuto Vindex, il villain della storia che ha per titolo “Il totem nel deserto”, uscita tra la fine del 1957 e i primi del 1958 con la serie “Gila”, che vede una fase della carriera di un Galep ai massimi splendori. Ecco, in uno dei periodi più concitati dal punto di vista grafico nella saga del personaggio, il nostro maestro seppe ritagliarsi momenti di espressione artistica che su Tex è difficile scorgere con continuità a causa della immane impresa di disegnare le 32 strisce settimanali, nonché illustrare copertine per le numerose serie del personaggio: ricordiamo che oltre alla cover della striscia, Galep aveva il compito di realizzare anche quelle dell’Albo d’Oro, del gigante 1^ e 2^ serie, delle raccoltine, ecc…

Ebbene, la storia con Vindex e i suoi puma fu, per necessità, “contaminata” dalla mano di un altro instancabile autore, quella di Francesco Gamba, che suo malgrado abbassò il livello dell’appeal grafico ai minimi termini contrapponendo un disegno quasi caricaturale a quello impetuoso e ricco di esotismo di Galep, lasciando per sempre una sorta di rammarico nel lettore che si sarebbe chiesto da quel momento che ne sarebbe stato oggi di un Totem nel Deserto tutto disegnato da un Galep in stato di grazia. Purtroppo di questi momenti di “necessità” ce ne sono tanti, forse troppi, lungo la saga e non hanno coinvolto sempre e solo il buon Gamba, ma altri autori come Muzzi, Cormio, Raschitelli e persino Nicolò.

Alla Bonelli, editrice di quantità e di qualità, non sono pochi i personaggi che hanno avuto il titolare dei disegni non sempre in grado di finire con le proprie forze una storia: ricordiamo Ferri con “Tigre”, coadiuvato da Bignotti (e non è l’unica di Zagor) o lo stesso Ticci, in qualche caso sporadico aiutato dal fratello Alfio, da Monti, da Todaro e da Bignotti. Calegari su “La lunga pista rossa”, storia kenparkeriana completata da Giorgio Trevisan. D’Antonio con Polese su La Storia del West. Nicolò con Francesco Gamba.

Quella di Vindex, però, rappresenta un po’ il culmine di una collaborazione che lascia l’amaro in bocca: Galep e Gamba, disegnatori all’antitesi, vengono miscelati non solo ne “Il totem nel deserto” ma anche ne “La tigre di pietra” e ne “La città d’oro”. Probabilmente, la storia dei puma giganti sarebbe stata presa subito in considerazione da Mondadori per un cartonato, se non vi fosse stato un comparto grafico così pieno di alti e bassi. La stessa cosa vale per le altre due appena citate. Per un volume prestigioso, l’equilibrio grafico è di vitale importanza, non a caso le prime due storie ad essere stampate furono “La valle della paura” e “Il segno del serpente”, opere, per così dire, complete di Galleppini. Di seguito, “Tex contro Mefisto”, che ripropose “La Mesa degli Scheletri” e “Tex e gli Indiani”, quest’ultime due in edizioni Cepim, che vedono il medesimo equilibrio.

Oggi non esiste più questo tipo di problema, i disegnatori hanno modo e maniera di finire le proprie storie in perfetta solitudine operando, peraltro, in su ordine fisso di pagine che lascia loro ogni tipo di organizzazione. Esiste però lo stesso un problema, visto che certe “comodità” sommate al fatto che il parco disegnatori è un po’ come il villaggio Lakota che Custer si trovò di fronte sul Little Big Horn, cioè “a perdita d’occhio”, tolgono quella spada di Damocle che incombeva imperterrita sulla testa di Galep & soci.

Insomma, che Galleppini sia criticato per aver dato un’immagine del west un po’ approssimativa, senza tenere in considerazione che Tex non è solo western, anzi, ci sta pure, ma i fortunati i detrattori che han visto il Maestro dentro la centrifuga senza sapere che a briglie sciolte il nostro caro Galep li avrebbe zittiti tutti, incarnano il limite della conoscenza su questo autore di fumetto.

Il Raymond italiano.

C’è solo da capire come due-tre semplici pennellate rendano il brutto sogghigno di Vindex più di una rivoltella puntata in faccia al lettore, nulla di più, a prescindere dal fatto che oggi chi sa pennellare così è merce rara.

Francesco Bosco [10/02/2018]

BIM BUM BANG!!! [Articoli]

Non trovavo mai occasione di farlo, ma ora è giunto il momento di vuotare il sacco!

Ebbene si, non ho mai amato le sparatorie nei fumetti, né su Tex né su altri. Così come non ha mai amato gli inseguimenti d’auto nei film d’azione (alla Bourne, per intenderci), le scazzottate infinite alla Trinità, le orde di digrignanti mostri alieni che attaccano, ecc…

Ricordo che quando uscì “Il ritorno di Montales”, rimasi deluso proprio da quella infinita sequenza di sparatorie infilate dentro dal Bonelli che ancora oggi, quando rivedo, non mi scalda per niente il cuore.

“Leggere un western senza sparatorie è come mangiare la pasta insipida” si potrebbe obiettare. Forse, peccato che io non abbia mai considerato Tex un western a tutto tondo, anzi l’ho sempre contemplato e commentato come un contenitore di multi-avventure su un palcoscenico a sfondo western. E alle sparatorie classiche ho sempre preferito quelle con i mostri dell’abisso, con gli Hualpai, quelle al Pueblo… mai quelle tipicamente western! Lasciarsi prendere la mano delle centinaia di possibilità di “regolazione” del personaggio è sicuramente un ottimo rimedio ai “dolori” della solita sparatoria.

Sparatorie? Ma per carità. Prendete, ad esempio, l’origlione di Winnipeg pescato nel vicolo da Tiger e portato nell’ufficio del colonnello dove si becca la celeberrima spazzolata da Tex (Sulle piste del nord), beh… a parte i pugni devastanti resi dall’arte di Ticci, la vera forza della scena è la conduzione dei dialoghi: “Santissimo Iddio!” fa il colonnello “Coraggio, è tutto per il bene della giustizia!” gli ribatte Carson… e intanto Tex continua a pestare l’origlione nella stanza accanto. Più “bang bang” di questi si muore. Eccole le vere sparatorie di Tex: i dialoghi.

E se sparatoria deve essere, che almeno lo sia alla Gilas: “bang-bang” e parta l’avventura.

Francesco Bosco [09/01/2018]

50 ANNI DI STORIA DEL (E DAL) WEST [Altri fumetti]

Non considero il campo dei fumetti un campo artistico. È una produzione di cose, letteratura di intrattenimento, e questo è il lato che mi interessa di più. Non sottovaluto affatto il fatto di essere considerato un autore popolare, diciamo popolare di qualità

(Gino D’Antonio – Intervista per il sito Ink)

C’era un vecchio saggio, probabilmente un ubriacone, che sosteneva un’ipotesi strampalata sulla vita. Questo saggio ipotizzava che viviamo in una sorta di tempo continuo in cui fatti ed eventi si ripetono ciclicamente. Comprese le ricorrenze dunque, che si ripercorrono inesorabili con il trascorrere degli anni: anniversari, celebrazioni, reunion si sprecano. Nell’arte si celebra sempre l’evento speciale che serve per commemorare, o meglio, ricordare particolari situazioni, e i cinquant’anni di Storia del West meritano senz’altro un cenno qui su Baci e Spari.

Perché parlare di Gino D’Antonio è per me doveroso: lui è una delle “anomalie” del fumetto italiano, tanto bravo quanto inimitabile, tanto incisivo quanto mai troppo lodato. La sua opera western più celebre, nel 2017, ha raggiunto il prestigioso traguardo dei cinquant’anni: un risultato incredibile che mi consente di parlarne. E con immutato piacere.

D’altronde, la collana Rodeo (che ospitò le gesta della famiglia MacDonald), non fu una formula insolita per la stessa Bonelli, ma si trovò a ospitare la consueta sfilza di personaggio del vecchio GLB insieme a materiale inedito. Inedito come i 73 volumi dedicati a Storia del West (poi ampliati a 75 nelle successive edizioni) che meritano il posto d’onore in qualsiasi biblioteca fumettistica.

D’Antonio ha il pregio di aver creato una serie con uomini veri che sembrano leggendari, e leggende del west viste come uomini veri; un esperimento inedito, una grande prova narrativa. Quello che ho sempre trovato incisivo nell’autore di Storia del West sono i dialoghi - scoppiettanti, tesi, mai banali - e la gestione dei personaggi. Insieme alla famigerata famiglia MacDonald infatti si uniscono figure che hanno creato l’epopea stessa del west: dal vero Kit Carson al malinconico e spavaldo Wild Bill Hickock, dal saggio Toro Seduto al vanaglorioso George Armstrong Custer. Realtà, fantasia e biografie mescolate con piglio d’autore.

Rileggendo i volumi di questa mitica serie mi accorgo di quanto essa sia stata importante nella mia formazione culturale e di lettore di fumetti. D’Antonio è stato sin da subito un fuoriclasse, diciamocelo: dai quei lontani anni Cinquanta disegnò serie “audaci” come El Kid e I Tre Bill ma anche classici come Pecos Bill, per poi diventare dapprima una colonna della Bonelli, con Storia del West, Bella & Bronco, diversi memorabili volumi di Un Uomo Un’Avventura e alcuni meravigliosi episodi di Nick Raider, per poi confermarsi anche sulle pagine de Il Giornalino, dove ebbe modo di confrontarsi con i generi narrativi più variegati. E fu anche un brillante copertinista e illustratore, questo è doveroso ricordarlo.

Milanese doc, D’Antonio fu un intraprendente: nel 1953 decise, di sua iniziativa, di sceneggiare Il fortino sull’Huron, lui che doveva occuparsi solo del disegno, e il risultato fu eccellente. Perché nella vita, come con le donne, bisogna fare sempre il primo passo. E di passi l’autore di Storia del West ne ha fatti tanti, plasmando una generazioni di autori, a cominciare da un certo Mauro Boselli.

Cinquant’anni, dunque, di grandi avventure, di titoli come Red River, La costa lunga, Sentieri selvaggi, L’uomo della frontiera, Giorno di gloria, Verso l’Ignoto… titoli che hanno segnato il genere western e un certo tipo di fumetto senza divenire mai didascalico, petulante, storico nell’accezione negativa del termine. D’Antonio, prima di morire, ha avuto il tempo di realizzare le sue due ultime storie: un albo gigante di Tex dedicato agli affascinanti Seminoles e un’avventura speciale con protagonisti un gruppo di scalcinati cowboy disegnata dal compianto Renzo Calegari. E, a proposito di ricorrenze, nel 2017 oltre a celebrare i cinquant’anni di Storia del West il Nostro avrebbe festeggiato anche i settant’anni di carriera: D’Antonio debuttò, infatti, nel 1947 con Jess Dakota. E ancora: questo articolo giunge esattamente a undici anni esatti dalla sua morte, avvenuta il 24 dicembre del 2006. Un giorno triste per gli appassionati di fumetti.

In conclusione di anniversari ce n’è a iosa ma nel mondo del comics, come in quello del cinema, spesso si dimenticano gli artisti importanti. E in tempi di ricorrenze, con il nostro Tex che si prepara a celebrare il settantennale nel 2018, poco importa dunque quello che il vecchio saggio diceva sui cicli della vita. 

Ripeto: doveva trattarsi di un ubriacone.

Emanuele Mosca [24/12/2017]

Leggere e collezionare Jonny Logan [Altri fumetti]

Uscito nelle edicole nel luglio del 1972 Jonny Logan cattura subito l’attenzione del pubblico e della critica! Le avventure di Giovanni Loganetti, il Professore, Mago Magoz, Danilo Muscoletti e Benito Talponi si svolgono in Italia, un gruppo di personaggi un poco strampalati che formano i C.T. ovverosia i Cacciatori di Taglie.

L’autore, Romano Garofalo, utilizzando la non facile chiave umoristica-satirica riesce a creare un affresco realista e a renderlo comprensibile agli adolescenti, ai quali era rivolto il fumetto. Affresco oggi quanto mai attuale con le classiche problematiche italiane mai risolte, che i Cacciatori di Taglie affrontavano con idee alternative e creative condite con un pizzico di genialità e visione del futuro.

Una considerazione: lo stile di scrittura nel panorama fumettistico italiano nasce aulico e didattico con i primi Corriere dei Piccoli, poi referenziale fino al dopoguerra, subito dopo la crescente voglia di libertà e il fascino esterofilo degli USA fanno prevalere dialoghi coloriti e a volte buffoneschi. Si avvicina il ’68, l‘Underground nato in America negli anni ’50 trova autori italiani che esplorano quel mondo, il linguaggio diventa più diretto, volgare per rompere gli schemi, non si fanno sconti a chicchessia e la maggiore presa di posizione politica ne diventa un marchio di fabbrica. La confusione poi degli anni successivi pesca un po’ dappertutto a seconda del pubblico a cui si rivolge la pubblicazione, ecco allora negli anni ’80 abbiamo sia il trash che il più forbito e ricercato linguaggio autoriale.

Oggi il linguaggio fumettistico è figlio di questi tempi, con il paradosso forse che troppi scrivono e pochi leggono.

Jonny Logan ha un linguaggio pulito e integro nella forma, uno stile classico, scorrevole, che risulta piacevole nella sua eleganza senza tempo.

Collezionare Jonny Logan

Pochi collezionano seriamente Jonny Logan, da sempre un po’ snobbato in favore di altre testate e, a torto, ritenuto un epigono di Alan Ford, che se da un lato ha delle innegabili analogie dall’altro ne va riconosciuta la visione e l’evoluzione totalmente diversa.

Ma procediamo con ordine e vediamo di dare finalmente la giusta importanza e valenza collezionistica a questo splendido fumetto, che come vedremo non è proprio così semplice da raccogliere e completare, anzi è una bella sfida. Due sono le serie edite, la prima di 56 numeri in formato libretto e la seconda che consta di 21 numeri in formato albo spillato. La prima cosa che notiamo è la particolarità delle prime 18 copertine, con la curiosa vignetta della cover che corre anche sul retro, cosa che personalmente non ricordo sia  stata adottata in altri fumetti prima di Jonny Logan, sistema che sarà poi ripreso da Milazzo per i suoi Ken Parker. La copertina non è in cartoncino comune ma plastificata e lucida e questo ne ha permesso un minor deterioramento nel tempo.

Entriamo ora nel dettaglio per quanto riguarda la prima serie: numeri veramente difficili non ci sono, salvo però trovare i tre numeri in blister con allegato che sono i numeri 9-19 e 24.

Il numero 9 contiene il poster a colori di grande formato, circa 50/70, disegnato da Dino Busett dove ci sono tutti i componenti dei C.T., il gatto Aristide e il Commissario Tagliola con i suoi due assistenti Trik e Truk.

Al numero 19 l’allegato editoriale “Medium”, un albetto autocopertinato di 16 pagine in bianco e nero, promo della nuova serie di R. Garofalo con i disegni di Trevisan. Non sono sicuro ma mi sembra di ricordare che lo stesso albetto venne distribuito anche ad una Lucca Comics.

Nel numero 24 il poster della Nazionale Italiana di calcio.

Tutti e tre sono difficili da trovare, un poco meno forse quello col poster dei C.T.

Mentre quello con albetto Medium sembra più difficile, si può supporre che i resi siano stati aperti e ridistribuito l’albetto.

Capitolo adesivi: sono nei numeri 11-12-13-14-15-16, più comuni i primi quattro, il 15 più noioso, ma il vero scoglio è il difficile numero 16, forse dipende dal fatto che tutti gli adesivi hanno personaggi singoli o in coppia mentre il numero 16 è uguale al poster con tutta la banda al completo.

Un numero che risulta meno comune a trovarsi è il 46 che spesso si trova con il corpo pagine scollato dalla copertina.

Gli ultimi numeri della serie leggermente meno diffusi ma niente di impossibile.

I supplementi della prima serie:

Manos Kelly di A. H. Palacios al n. 26.

Ai numeri 14-17-31 tre cartonati quadrati, rispettivamente: Le altre avventure di Nick Carter - Il primo libro di Zio Boris - Nick Carter story.

Al numero 44: Per un pugno di lenticchie.

Al numero 46: Clovik e il Burgundo.

La seconda serie è composta da 21 numeri, cambia il formato che diventa, da libretto, albo spillato con episodi tutti a colori.

La carta fine della copertina e lo sfondo sempre completamente bianco rende gli albi molto delicati per quanto riguarda la conservazione, e più soggetti ad usura rispetto ai libretti della serie precedente.

Serie abbastanza difficile da trovare completa, soprattutto in ottime condizioni, gli ultimi 5 numeri i più difficili e in particolare il 20 e l’ultimo, il 21, che è il vero scoglio della serie.

Segnalo anche il bel volume del 2006, Jonny Logan collection - edizioni Lo supponevo -, ristampa dei primi due numeri della prima serie, con una bella analisi di presentazione scritta da Graziano Frediani: “Il dito nella piada“.

Nel 1978 esce il volume cartonato di Jonny Logan, copertina di Dino Busett, che ristampa a colori le storie dei numeri 2-8-9-12 e 28, rimontate in 4 tavole per pagina che rendono le storie più scorrevoli graficamente.

Leone Cimpellin, scomparso nel 2017 alla veneranda età di 90 anni, è il creatore grafico di Jonny Logan, un disegnatore eclettico attivo dagli anni ’50. Ha disegnato Red Carson, Plutos, Pecos Bill, per il Corriere dei Piccoli vari personaggi umoristici come Carletto Sprint, Gelsomino e Gibernetta. Sua la famosa pubblicità Un tigre nel motore per la ESSO. Fine anni ’60, Belfagor e fiabe proibite per il fumetto erotico. Diabolik, Martin Mystere e Nathan Never, e questa è solo una piccola parte del suo mondo. La critica francese lo ha definito “l’Uderzo (disegnatore di Asterix) italiano”, e questo fa capire la grande considerazione che avevano di lui.

Personalmente di Jonny Logan reputo il suo disegno più bello la bellissima lito del 2006, in 50 copie numerate e firmate, della Galleria Libreria Dell’Arco. La banda al completo, un raro equilibrio nella composizione grafica che risulta piacevole alla vista, chiari-scuri perfetti, il segno di Cimpellin un po’ secco ma che rende la morbidezza nell’insieme, e questo ci dà la cifra del disegnatore che era.

Chiudo questo viaggio, credo completo, nel mondo collezionistico di Jonny Logan, con una rara chicca che sigilla la mia collezione: il Calendario edito dalla Dardo nel 1975 dato in omaggio ai club di Jonny Logan; inutile dire che è bellissimo, ogni mese con un grande disegno con i vari componenti del gruppo rappresentativo della stagione e questo esemplare nella foto è stato firmato all’epoca da Romano Garofalo.

Segnalo una curiosità: Jonny Logan è scritto sbagliato, come potete verificare dalla foto, è scritto JOHNNY con la H, chissà se errore del tipografo o cosa altro. Probabilmente rimarrà un mistero!

Piero Caniparoli [11/12/2017]