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In primo piano

Sergio 1993 [Documentazione]

Alcuni pensieri sparsi del più grande editore di fumetti italiano e sceneggiatore indimenticabile.

“Mi irrita molto il modo di raccontare di alcuni nuovi fumetti, ad esempio Dylan Dog e Nathan Never. Mi irritano i loro schemi narrativi, il loro modo di spezzare le sequenze. E mi da pena il fatto che mi irritino”

“La mia regola suprema è sempre stata quella di accompagnare il lettore per mano all’interno dell’avventura. Invece i nuovi autori puntano molto sulla complicità del lettore, senza il dovere di spiegare tutto quello che sta accadendo”

“Quando ho passato Zagor a mio padre Gianluigi, creatore di Tex, ho capito che gli faceva proprio schifo, che per lui era una scelta ignobile aver creato un personaggio come Cico. Così lo toglieva di mezzo all’inizio della storia facendolo finire in prigione o moribondo all’ospedale. Mio padre ha una visione molto eroica dell’avventura: penso che non gli siano piaciuti nemmeno i Tex che ho scritto io. Quando usciamo insieme, con reciproca vigliaccheria ma anche con una certa saggezza, evitiamo di parlarne.” 

Il Groucho Marx che tanto ha successo in Dylan Dog non è in qualche modo figlio di Cico?

“Non ho molta memoria per questa cose, ma quando Tiziano Sclavi e Decio Canzio raccontano come è nato Dylan Dog, le nostre chiacchiere in strada, in pizzeria, in redazione mentre cercavamo di mettere a fuoco il personaggio, ecco loro dicono che sono stato io a imporre Groucho. Forse per abitudine, o per intuizione. Dapprima quel personaggio Sclavi non lo voleva, poi ha pensato a Marty Feldman ma io non ero d’accordo per ragioni estetiche. mi dicono che ho voluto Londra invece di New York, scelta banale perché in fondo l’orrore è tradizionalmente più londinese che americano. Comunque non ho il merito vero: quello di aver cambiato il modo di raccontare”

“Il mio modo di raccontare è molto tradizionale. L’irritazione di cui dicevo prima la sento più come lettore che  come editore. Della modernizzazione del fumetto mi sento più vittima che complice. Però questo nuovo modo di raccontare è arrivato da autori che erano da tempo all’interno della mia casa editrice. E allora lì io mi monto la testa e dico che forse è merito dell’atmosfera della redazione, di tutti i miei libri, dei quadri che ci sono qua. Se le cose ci vanno così bene non può essere solo merito della fortuna”

Francesco Bosco [06/03/2019]

LE DIECI DA ISOLA [Autori di Tex]

Alla domanda: “Le sarà consentito di portarsi su un’isola deserta dieci albi di Tex”

“E io porterò Sangue Navajo, La Voce Misteriosa, Le Terre dell’Abisso, La Gola della Morte, La Notte degli Assassini, Massacro, Il Signore dell’Abisso, Vendetta Indiana, Dramma al Circo, La Cella della Morte.

Chi parla è Gianluigi Bonelli e molti saranno sorpresi che nella lista non vi siano storie come La Città d’Oro, Il Grande Re, Sinistri Presagi, Il Passato di Tex, Il Giuramento, Sulle Piste del Nord, Il Figlio di Mefisto, Terra Promessa, Tra Due Bandiere (Di quest’ultima personalmente non mi sorprendo affatto, visto che il politicamente corretto non rientrava nella cultura bonelliana). In ordine di pubblicazione, quella più vecchia è La Gola della Morte (1958) e cioè a 10 anni di distanza dalla nascita di Tex, quella più giovane è La notte degli assassini, una super-storia da sempre poco considerata dalla critica.

Della lista, 5 sono disegnate da Galleppini, 3 da Ticci, 1 da Letteri e 1 da Nicolò (con l’aiuto di Francesco Gamba). Non ne appare nemmeno una con Muzzi, pur considerando che tra le cittadine non si possono dimenticare due perle come Una Stella per Tex e La Caccia disegnate proprio dall’autore di Codogno. Altra sorpresa è la mancanza di un altro memorabile lavoro del periodo più maturo di Bonelli: alludo a Il Clan dei Cubani. Ma dobbiamo anche considerare che non si conosce il tempo in cui Bonelli rilasciò questa intervista ed è molto probabile che sia antecedente alla data in cui uscì Il Clan del Cubani.

Insomma, ognuno di noi avrà le proprie rimostranze da fare rispetto alle proprie aspettative, ma forse la notizia che passa in maniera più inattesa è quella che vede la totale assenza di soggetti tra il 1948 e il 1958; chissà dove avrebbe collocato Satania, Il Tranello, Gli Sciacalli del Kansas, ecc… Francamente l’assenza de Il Tranello, una storia che quasi tutti i texiani mettono nella top-ten, sconcerta, ma GLB avrà avuto i suoi buoni motivi per non portarsela sull’isola. Se osserviamo bene, non esiste una sola storia “nordica”, pochissime western (nel vero senso del termine), mentre abbondano quelle di genere esotico, a testimonianza che Tex di western aveva solo lo sfondo.

Francesco Bosco [11/01/2019]

Sergio parla di Alberto [Autori di Tex]

Voglio pubblicare questo breve documento in cui Sergio Bonelli parla del suo amico Alberto Giolitti. Dalle sue parole traspare tutta la passione verso l’autore romano, emigrato presto in America dove subito ha trovato la sua dimensione di artista ricreando tavole capolavoro per molte testate della Dell Publishing, e la stima come uomo.  

Cari amici,
quello che state per leggere è il secondo episodio di una storia assai particolare di cui ho già avuto occasione di parlare più di una volta nelle mie rubriche. Si tratta di una storia che, nella mia veste di sceneggiatore, cioè come Guido Nolitta, avevo iniziato a scrivere più di quattro anni fa, con molto entusiasmo ma anche molta fatica, rubando il tempo ad altre occupazioni, perché mi emozionava l’idea di vedere un mio soggetto realizzato graficamente da uno dei disegnatori western che più avevo ammirato nella mia vita, come lettore, e che più avevo "inseguito" per cercare di portarlo nella nostra squadra, come editore. Pensate un po’: quell’Alberto Giolitti che mi aveva affascinato sulle pagine dei comic books americani avrebbe dato corpo e vita agli schizzi e agli scarabocchi con cui ho l’abitudine di mettere assieme le pagine delle mie sceneggiature! E proprio pensando al suo stile e alle sue capacità, avevo inserito nella vicenda una serie di elementi decorativi che lui avrebbe eseguito da grande maestro: il pittoresco abbigliamento dei Wolfers, ovvero i mercanti-straccioni, la severa eleganza delle Giubbe Rosse di Sua Maestà Britannica, la rozza materia con cui erano costruiti gli avamposti e la dignitosa povertà degli accampamenti indiani… Purtroppo, tutti sapete che il mio sogno è stato bruscamente interrotto dalla morte di questo straordinario disegnatore e prezioso amico, avvenuta il 15 aprile 1993, quando in redazione avevamo soltanto duecento tavole di una vicenda che, secondo le mie abitudini, prevedevo di sviluppare su circa quattro albi. Sono tavole che conosco a memoria, in ogni più piccolo dettaglio, per averle sfogliate non so quante volte, chiedendomi se fosse giusto che l’ultima, generosa fatica di Giolitti rimanesse sconosciuta a tutti quei lettori di Tex che ormai avevano imparato a volergli bene. Il risultato dei miei dubbi è davanti ai vostri occhi: la storia è stata continuata e terminata da un altro grande amico ( e in un lontano passato anche "allievo" ) di Giolitti. Sto parlando di Giovanni Ticci, autentica colonna del nostro Tex, di cui già potete vedere tre pagine proprio in questo albo, a testimonianza di un mio "ritocco" portato successivamente alla sceneggiatura che avevo dato all’indimenticabile Alberto. Sono certo di aver fatto la scelta giusta, come sono certo che apprezzerete, pur nella loro differenza, gli stili di due autentici artisti, accomunati, oltre che dall’amicizia, dallo stesso amore per il Far West americano.

Francesco Bosco [09/01/2019]

TEXIANI IN LIBERA USCITA N. 13 [Documentazione]

“La tua faccia non mi piace”
“Uno di noi due è di troppo”
“Scommetto che sono più svelto di te”
“Ti aspetto fuori”
“A tua disposizione”

Ma ragazzi, suvvia, non litigate! Che vi prende? È Natale. Siate buoni. Perché fate così? Guardate noi, piuttosto: poveri esseri incartapecoriti, ce ne stiamo rassegnati nelle nostre urne in attesa che qualche negromante si ricordi di noi lassù, nel mondo allietato dalla luce del sole. Perché almeno voi fortunati, a differenza nostra, siete vivi… o, per quanto poco, ne siete convinti. Cioè, siete certi che non ve lo state sognando. Vero?

Tanti auguri, furbacchioni!

Texiani in libera uscita n. 13

La redazione [14/12/2018]

Dai, 70 anni di Tex! [Articoli]

Dice… ma potevi far passare sotto silenzio questo 30 settembre 2018 senza scrivere una sola riga sul tuo più amato “eroe” dei fumetti (eroe, poi?)? In realtà, sì, stavo per non scrivere niente, perché non amo troppo le ricorrenze, ma alla fine mi sono detto che 70 anni sono un qualcosa di incredibile: un arco di tempo di successi che nessuno credo possa vantare sia nel fumetto che in altri settori della società italiana. E in effetti, lui è Tex, l’unico fenomeno italiano che ha attraversato la storia del nostro paese facendosi scivolare addosso tutto. Non un infallibile uomo (o meglio è un uomo fallibile), come nell’immaginario collettivo, e forse nemmeno un eroe a tutto tondo, anzi, a volte in Tex veleggiano poesia e sentimenti, ma Tex è soprattutto intrattenimento intelligente sotto forma di avventura a fumetti. Non ha pretese culturali, ma il ribaltamento di luoghi comuni come l’indiano cattivo e il bianco buono, l’autore di Tex lo mette in pratica dieci anni prima della rivoluzione culturale cinematografia americana e, in ogni caso, senza alcun bisogno di schierarsi politicamente. Un Pannella che fa a cazzotti lo definì il suo creatore. Su Tex il negro si chiama negro e il cieco cieco, senza troppe ipocrisie, l’indiano è giusto e ingiusto, il bianco è giusto e ingiusto... in nome del politicamente scorretto. Ho un amico cieco, Andrea, e ci mancherebbe pure che perdessi la sua amicizia a chiamarlo non vedente... o diversamente vedente o che cavolo ne so io. E avevo Bruno, un ragazzo, poco più della mia età negli anni ’70, dalla sfiga incredibile: semi-paralitico su una carrozzina a tre ruote, manubrio ad asta con freno, manovella a catena con cui produrre faticosissimo movimento e persino un pochino dislessico. Ebbene, Bruno e noi del gruppo ce le suonavamo di santa ragione tutti i giorni, altro che buona educazione e rispetto, gli avevamo insegnato a fumare. E Bruno voleva sentirsi vivo solo così; a volte caricandoci con il suo bolide e tentando di investirci e a volte cercando spinte che lo facessero cappottare in curva. “Spingi bene, eh?” mi faceva. Ma se è per questo c’era pure Hamar, un marocchino che ancor oggi trovi alla fermata del bus e nell’attesa legge Tex. Con Hamar vi risparmio il dialogo degli “italiano di merda” o “sporco mussulmano” tra un abbraccio e l’altro. E chi non conosce Bruno e Hamar a Fiumicino? Hamar è anche un grosso collezionista del Tex a striscia francese che da bimbo comprava nel suo paese di origine e che oggi conserva ancora.

Bene, oggi Tex compie 70 anni, non so se nasca da Spillane o Hammett, sicuramente da Alessandro Dumas e Peter Cheyney, ma pare che sulla scena ci resterà ancora per molti lustri. Certo, sarebbe salutare per tutti che la si finisse di metterlo in relazione a tazze, giochi, t-shirt, statuine, interazione, album e altre amenità (non è il merchandising che fa salire le vendite del fumetto, ma solo quel logo), altrimenti potremmo trovarci di fronte ad amare sorprese nei prossimi anni. Ma soprattutto tutto questo bagattellame toglie quello spirito “cattivo” ma giusto nel rapporto con i Bruno e gli Hamar. Sarà forse diseducativo come l’idea di Steve Jobs di piegare il mondo su uno smartphone?

Sono “cattivo” e giusto. E lo rimarrò sempre, nel nome di Tex!

TEX 30 settembre 1948- 30 settembre 2018

Francesco Bosco [30/09/2018]

Giulia Francesca Massaglia [Articoli]

Una decina di anni fa mi capitò di vedere un bellissimo libro-catalogo a bassissima tiratura tutto dedicato a Luca Vannini e curato dal mio amico Vincenzo. Rimasi subito impressionato da quell’illustratore che aveva nel colore il suo punto di forza e disponeva oltretutto un talento per il disegno non comune e quando Vincenzo mi accennò al fatto che aveva in casa qualche sua opera, gli dissi subito che me ne sarei andato portandomene via una. Così scelsi quella che ad oggi rimane, secondo me, la più bella opera dipinta da Vannini: Tex e i suoi pards che stagliati su un tramonto incendiato attraversano un fiume. Un quadro a tempera in formato orizzontale di considerevoli dimensioni, già incorniciato e dunque solo da appendere al muro. Naturalmente mi portai a casa anche il catalogo e iniziai a pubblicare qualche illustrazione sui vari siti internet. Il successo fu immediato… ma, diavolacci, nessuno conosceva Luca Vannini, il “texiano”.

Pubblicai anche molto suo materiale dedicato a Julia (personaggio che disegnava per la Bonelli Editore) ed altri personaggi. Molto apprezzato anche in quel versante.

Non mi dilungo troppo, ma vedevo Vannini così tanto a suo agio con Tex che decisi di buttar lì qualche commentino, affinché alla Bonelli si accorgessero della potenza narrativa dell’autore. Beh, passò molto tempo (risparmio alcuni delicati retroscena) ma alla fine Luca Vannini Tex lo ha fatto e lo sta ancora facendo, anche se si dice con lentezza.

Non so quanti anni passeranno stavolta, ma la stoffa, pur essendo giovanissima, c’è l’ha eccome: lei è Giulia Francesca Massaglia che, la sparo subito grossa, andrebbe provata su un cartonato di Tex. Ho visto solo qualche prova ma mi è bastata per capire che il personaggio ce lo ha già nelle mani e soprattutto nella testa. Anzi, vorrei addirittura spingermi a dire che con una bella sceneggiatura in stile esotico la brava Massaglia non fallirebbe: magari con un “en plein air” invaso dai Diableri.

Non chiedetemi perché e nemmeno se il suo segno ricorda quello di qualche autore famoso, non mi interessa e in genere non mi piace ricondurre un artista ad un altro. Bravissima coi cavalli, con gli spazi aperti e, a quanto ho visto, anche con la messa a punto della sua caratterizzazione del personaggio, l’unica incognita rimarrebbe quella del taglio delle vignette che nei cartonati è richiesto “alla francese” e che dunque necessita di un notevole lavoro a livello creativo e organizzativo. Anche qui non so perché, la Massaglia mi dà l’impressione di una disegnatrice completa, sufficientemente visionaria, così buonanotte anche al problema del taglio “alla francese”.

Il mio vero ed unico dubbio verte sul colore, dal momento che il suo tratto è così lontano dalla sintesi, dall’impressionismo, dall’abbozzo, anzi così assolutamente ricco e narrativo che si potrebbe creare qualche problema. A vedere il disegno che accompagna questo breve articolo, vien subito da pensare al prode Matteo Vattani di fronte a quel campo fiorito nel quale affondano le zampe dei cavalli: una bella grana, se mai dovesse affrontare situazioni del genere! Ma si sa, i cartonati di Tex sono frutto di una collaborazione stretta tra il soggettista, il disegnatore e il colorista… e la nostra Giulia Francesca Massaglia saprebbe superare anche questo ostacolo.

Ma chi ti dà tutte queste convinzioni, Francesco? Nessuno, sempre campato di sensazioni… Nel 2011 mi capitò di averne su Giuseppe Prisco, e lo scrissi. Ed ora Prisco disegna Tex e, secondo me, bene.

In ogni caso brava Francesca.

Francesco Bosco [21/09/2018]

Más allá del Gran Río [Documentazione]

In Tex la storia è importante, ma la geografia lo è ancor di più! Davvero! Nelle sceneggiature di Bonelli, ricorderete, le note a margine riguardanti fatti storici sono pochissime, quasi nulle rispetto a cartine e mappe geografiche di cui è invece piena la saga. “Non esiste Tex senza mappe” si direbbe! E invece nell’ultimo color di Ruju e Scascitelli assistiamo ad un certo punto a della gente che, dall’Arizona, vuole riparare in Messico passando il Rio Grande. Ecco, se Ruju si fosse preso la briga di piazzare una vignetta mappata, il fattaccio non sarebbe accaduto: non si può attraversare il Rio Grande nel confine fra Arizona e Messico, semplicemente perché il grande fiume americano, che nasce nelle Montagne San Juan del Colorado, da quelle parti proprio non ci passa. Il Rio Grande (o Rio Bravo del Norte) taglia in due lo stato del New Mexico e va a delineare i confini tra Texas e Messico, fino a sfociare nel Golfo del Messico. Per carità, non casca il mondo, almeno per noi: le sviste possono capitare a chiunque, però se il dibattito su ciò che è congruo o non congruo nelle dinamiche storico/geografiche di Tex pare sia diventato il solo motivo per cui si compra l’albo di Tex, è giusto allora usare la matita rossa anche per questo errore. Ora, se ci fossero voluti alcuni giorni di cavalcata (e non poche ore, come indicato nel soggetto di Ruju) per sconfinare in Messico, la cosa sarebbe stata tecnicamente possibile: la truppa avrebbe però dovuto passare il confine col New Mexico, attraversare una prima volta il Rio Grande in quello Stato, giungere a nord di El Paso (Texas), e attraversarlo di nuovo. Ecco fatto, tutti in Messico!! Ma non erano queste le intenzioni dello sceneggiatore.

Un errore, un semplice errore che è sfuggito ai più. Ci domandiamo, però, se vale la pena continuare a far “pesare” agli autori incongruenze e quant’altro quando Tex è lettura di svago a tutti gli effetti. Non bastano un triceratopo, un alieno, un’automobile a far mollare la presa? Avanti, fa specie parlare di “Navy Colt” di fronte ad un grosso mostro preistorico che ti vuole come colazione.

Vi incontrasse, GL vi sparerebbe tra i piedi senza nessun indugio con… la “Bonelli Colt”.

La redazione [16/08/2018]

L’ultima vendetta [Articoli]

Qualche giorno fa, vedendo su Facebook le fasi di lavorazione della copertina per il settantennale di Tex, postate da Villa, mi è venuto subito in mente quale destino redazionale avrebbe avuto l’illustrazione dell’autore. Non è un mistero infatti che una certa critica (formata dai lettori e anche da qualche addetto ai lavori) lamenta già da tempo una gestione inadeguata degli originali delle cover di Villa.

Io non mi schiero, pro o contro che sia, dal momento che l’errore è, a mio avviso, a monte. Non si può più imporre sulle cover una scena ripresa dalla storia, sarebbe ora di lasciar libero il copertinista di scegliersi i soggetti che vuole e… questo 695 lo dimostra. Dei colori originali tracciati da Villa, mi importa poco. L’arte non “buca” necessariamente in quanto arte, e i colori a tinta unita di vecchia memoria, visti per decenni sul Tex di Galep, di artistico non avevano assolutamente nulla. Però bucavano. Ciò nonostante, Villa è un artista diverso da Galep e la sua dimensione di illustratore meriterebbe approcci diversi da quelli guadagnati da Galep.

Ma, ciò detto, vorrei porre l’attenzione su un fatto che mi ha colpito molto e che forse è solo mio. Questa cover, stavolta magnificamente editata dalla redazione, sembra essere un omaggio a Luigi Corteggi e in special modo al Corteggi di Satanik. Gli elementi che creano in me questa sensazione sono innanzitutto l’impostazione generale della cover (crack… mi arriva così) e poi tutta una serie di elementi che rimandano al personaggio della Corno. Che sia solo un caso è lecito pensarlo, non amo fare accostamenti soprattutto se inconsapevoli, ma voglio convincermi che nella testa di chi ha montato la cover di questo numero a colori (probabilmente la più bella copertina di Tex degli ultimi decenni, sicuramente la più bella di Villa) ci sia stato questo nobile intento, pensando appunto a Corteggi. Il titolo, ad esempio, è tipico della visione di colui che recentemente ci ha lasciati: quanti ne abbiamo visti realizzati così nelle testate della Bonelli? Con quella graffiatura sul nero compatto? Direi moltissimi! Erano il marchio di fabbrica del bravo Luigi.

Come direttore artistico Luigi Corteggi ha rappresentato il massimo in redazione Bonelli. E bene aveva fatto anche il suo predecessore, Raffaele Cormio. Ecco, uomini che hanno accompagnando il nostro cammino di lettori lavorando senza essere costantemente sotto la luce dei riflettori.

Insomma, stavolta non possiamo che congratularci con la redazione che ha partorito davvero un enorme capolavoro grafico, valorizzando l’opera pittorica di Claudio Villa.

 

Francesco Bosco [13/08/2018]

BLEK E’ TORNATO! VIVA BLEK! [Altri fumetti]

Faccio una premessa (concedetemela): stamattina (vi scrivo in un pomeriggio leggermente nuvoloso del 24 luglio) mio padre mi ha portato il primo numero della nuova ristampa di Blek allegata a Gazzetta. Ascoltare le sue parole, e vedere il suo entusiasmo per questa nuova collana di ristampe, mi ha un po’ commosso perché poi, con il suo solito stile nichilista e da menagramo, mi ha detto: “Questa è l’ultima serie che faccio in vita”.

Ecco, fatti i debiti scongiuri (papà pienz’ ‘a salute!) posso dire che un po’ lo capisco: Blek è il fumetto della sua infanzia. E della mia. Perché entrambi lo abbiamo conosciuto e amato da bambini, una cosa che ci accomunerà per sempre. Allora mi sono messo nei panni di tanti sessantenni e settantenni che, come mio padre, stamattina si sono recati nelle edicole. Questi lettori che, ancora oggi, leggono pure Tex e che hanno ritrovato l’idolo della loro infanzia ripescando in quel bagaglio dei loro ricordi, ancora intatto, ancora prezioso.

Dal punto di vista editoriale la ristampa proposta da Edizioni IF insieme a Gazzetta è semplicemente meravigliosa. Blek torna in una cornice moderna ma attenta al passato: basti vedere la magnifica cover, tratta dalla ristampa Alternata degli anni ’70 realizzata da Sinchetto, utilizzata per il numero uno. Il formato è grande, le vignette pure, e questo va a premiare il disegno della Essegesse. E c’è stata anche un’attenta revisione dei testi. Forse i puristi storceranno il naso, ma finalmente alla pagina 2, vignetta 1, Roddy pronuncia “Blek” e non Bleck” come nelle passate edizioni. E poi c’è il colore.

Blek dunque torna. Dal 1954 a oggi è ancora vivo e vitale. E’ stato in Francia, Grecia, Germania e nella ex Jugoslavia, proposto in tante edizioni di ristampe ma anche di storie inedite. E torna nel migliore dei modi, proponendo in un unico volume le prime sette strisce uscite in quei meravigliosi anni ’50. Pagine che ho letto decine e decine di volte.

La prima avventura del biondo trapper creato dalla Essegesse è un capolavoro. Concedetemi toni entusiastici: chi pensa che quella e altre storie del trio torinese siano “ingenue” si sbaglia. E di grosso! Sarebbe come dire che Brick Bradford, Mandrake e Phantom siano ingenui.

Certo, in seguito e per motivi editoriali il trio torinese avrebbe improntato la sua serie di successo prettamente per un pubblico di bambini (legittimo), ma questa prima storia e le serie seguenti propongono avventure meravigliose e più mature adatte a tutti. Che potresti leggere cento, mille volte e non te ne stancheresti mai. Come quella, intramontabile, nel Regno di Akbat. O con Gli Uomini Lince.

Dei classici quindi. E in Trappers alla Riscossa (è questo il titolo che Gazzetta ha dato al primo numero) Blek si presenta al lettore ancora come quell’eroe che tutti abbiamo amato, quell’uomo coraggioso che adora vivere nei boschi, che odia i soprusi e che lotta per la libertà e la giustizia. E l’avventura inizia con un assassinio, quello del papà di Roddy, ed è subito dramma: migliaia di lettori si sono commossi. E, sempre in questa prima storia, facciamo conoscenza con uno dei tanti character della Essegesse, quel professor Occultis che, giunto in America, dice a Blek: “Pensai che gli uomini bianchi non erano poi meno ingenui dei rossi, e che avrei potuto imbrogliare anche loro perfezionando i miei trucchi”. Che inguaribile imbroglione questo Occultis! Lui sì che era per l’uguaglianza!

Come i migliori brani di Battisti e i più bei film di Totò, la prima avventura di Blek ha sempre quel fascino intatto, quel candore che nulla potrà mai sbiadire. Striscia, Raccoltina, Albo D’oro, Libretto, formato Bonelli: sono tante le incarnazioni che questo biondo eroe ha vissuto in sessantaquattro anni di vita editoriale. Ma ecco che torna, ancora, come un eroe che non si rassegna all’oblio. E torna in un periodo in cui gli smartphone e i like sui social hanno cambiato per sempre la percezione e il nostro modo di comunicare, di leggere e di acquistare i fumetti. Una ristampa che si rivolge agli antichi lettori, quindi, o a quelli come me più giovani, ma mummie dentro. E mi piace pensare che, idealmente, possa rivolgersi a qualche nuovo lettore. Ma questo sì che è utopistico.

Però al diavolo la tristezza. Blek è tornato! Viva Blek!

Emanuele Mosca [25/07/2018]