Sei in: Home page - lunedė 16 luglio 2018

In primo piano

TEXIANI IN LIBERA USCITA N. 12 [Documentazione]

Mangiato troppo, mangiato pesante? Un digestivo? Un cordiale? Un aiutino, un suggerimento, una spintarella, una dritta, una soffiata? Chiedete senza indugio. Rivolgetevi fiduciosi a noi. Palesateci il vostro rovello. Confidateci i vostri dubbi, le vostre incertezze, i vostri crucci. Da noi avrete la risposta, la soluzione su misura per tutte le taglie. Il nostro motto è “soddisfatti e basta” (mai rimborsati), il rischio è a carico vostro, l’avete voluto voi, sono cavoli vostri. Niente ricevuta di ritorno. Poi non venite a lamentarvi che non siete stati avvisati. E non fate gli schizzinosi che qui non si ha tempo da perdere con le manfrine…

Texiani in libera uscita n. 12

 

 

 

La redazione [14/07/2018]

Nato per uccidere [Edicola]

Anch’io a 30 anni scrissi una storia di Tex.

Titolo “Sulla pista di Sedona”. 

Tex sta cavalcando fra le gole selvagge del Chimney Rock quando ad un certo punto… bang… una fucilata lo ferisce ad una guancia. Chi diavolo spara al nostro? Forse un misterioso nemico di cui non vedremo mai il volto? L’istinto suggerisce a Tex di trovare subito un posto sicuro per la difesa. Ok! Altro bang, pensieri, imprecazioni, passaggi muti… bla bla bla… e inizia così lo scontro col un nemico (in divisa?) che dura dalla tarda mattinata fin quasi al tramonto e dove il tempo viene scandito da una serie di pensieri dei due. Entrano in ballo anche una poiana nera e una lucertola del deserto, simboli dell’eterna lotta tra predatore e preda. La lucertola gira attorno a Tex, lui la osserva e alla fine sarà proprio il comportamento dell’animaletto a suggerirgli il modo per venirne fuori. La poiana? Lei compie di tanto in tanto pigre volute sul riparo del cecchino ma… ad un tratto attacca l’ingegnosa lucertola.

Ora, senza andare oltre, questa storia, sceneggiata con disegnini su dei fogliacci e modificata qualche decina di volte, di texiano non ha proprio un bel niente. Anzi, posso affermare, senza tema di smentita, che è l’antitesi del Bonelli pensiero, eppure chi mi conosce sa che il sottoscritto è un bonelliano doc! 

Risvolti berardiani? Nella intima relazione che si stabilisce tra il personaggio e la lucertola, forse si, ma in fondo non affatto kenparkeriana, visto che Ken non faceva a fucilate per ore sui costoni delle montagne. Una storia “personale”, chissà forse più retaggio di qualche reminiscenza cinematografica, che altro: mi viene da pensare a Butch Cassidy & Sundance Kid, di G. Roy Hill, pellicola dove i due vengono braccati da una pattuglia della Union Pacific, senza che di questi se ne mostri mai il volto. Oppure a “Duel”, di S. Spielberg, opera nella quale il regista mai svela il volto del nemico. 

“Bocciata, signor Francesco Bosco!”

“Grazie lo stesso, ho fatto del mio meglio.”

Ora, a scanso di equivoci, ho imparato che si può rimanere ortodossi anche quando la tua creatività esprime cose in completa frattura con la amata materia prima. Che male c’è? Essere lettore è diverso che essere scrittore.

È con questo spirito che affronto le letture dei Texoni di Boselli ormai da una decina di anni a questa parte. Cioè: come i Texoni di Boselli e basta. Sicchè, anche l’ultimo suo lavoro, “I Ranger di Finnegan”, me lo sono gustato senza generarmi nella testa l’ombra incombente di Bonelli. Del resto G. L. Bonelli non ha mai firmato Texoni e i discorsi sul rispetto del logo lasciano il tempo che trovano, qui come sui cartonati, dove gli autori dei testi e dei disegni si sganciano ancor più disinvoltamente dal modello originale. 

Paradossalmente, potrei addirittura accusare Boselli di non rischiare abbastanza, ma poi mi rendo conto che abbiamo a che fare con una pubblicazione che ha raggiunto un equilibrio “artistico-letterario” invidiabile e che il lettore premia con quasi centomila copie di venduto ogni suo appuntamento. Il Texone è una sintesi perfetta sviluppatasi nel tempo che, a questo punto, sarebbe opportuno proporre in una periodicità più ristretta: due/tre volumi l’anno, rappresenterebbero l’ideale. 

“I Ranger di Finnegan” è una storia del Tex “boselliano”, che rispetta la pasta originaria, e che rientra di diritto tra quelle decisamente ottime espresse negli ultimi anni sul Texone… e di cui, credo, l’autore vada orgoglioso anche per la parte grafica affidata in questo caso a Majo (alias Mario Rossi). Le tavole di Majo mettono in evidenza uno “scontro di luci”, basato in parte anche sull’utilizzo di modelli fotografici dell’epoca, davvero interessante. Non ho l’abitudine di rimandare questo o quel disegnatore ad un modello stilistico di riferimento: Majo è Majo, come Andreucci è Andreucci, ecc…, e ognuno di questi si misura sempre e solo con se stesso. Si può parlare, dunque, di una pubblicazione che ha un suo mondo di libertà in tutti i sensi e che dovremmo tentare di leggere senza la fotocopia del Tex di G. L. Bonelli in controluce. Poi, indipendentemente da come la si pensi, bisognerebbe mettere la collana dei Texoni in cima alle classifiche di tutta la produzione a fumetti italiana, e questo a prescindere da loghi ed ortodossie varie. 

Boselli non è affatto un narratore facile da seguire, lo sappiamo, le sue sceneggiature sono sempre ricche di trovate, così mentre nelle storie del mensile non è insolito ritornare al numero precedente per rimettere a fuoco alcuni passaggi, sui cartonati e sul Texone questo “contrattempo” non esiste, anzi diventa il vero “motivo catturante” per il lettore. 

in conclusione, ottimo lavoro, che rientra pienamente nei miei gusti di texiano doc. Insomma, un Tex di tradizione, visto dallo stile di uno che maneggia il Ranger da qualche decennio.

Francesco Bosco [29/06/2018]

STORIE DEL WEST [Libri e magazine]

Tra un rimprovero e l’altro, ma sempre con la promessa di ritrovare prima o poi un po’ di tempo da dedicare al nostro sito, vorrei per ora segnalare un paio di interessanti volumi, curati dai miei amici Roberto Guarino e Matteo Pollone: “Storie del West” e “Altre Storie del West”, Allagalla Editore- Torino-

In genere, nel mio piccolo, non mi riesce mai facile dare visibilità a pubblicazioni o iniziative riguardanti il fumetto -in verità non lo faccio nemmeno per le mie- ma questa volta non posso sottrarmi dal fare un commento che, credetemi, parte dall’anima di un vero appassionato di fumetto popolare e d’avventure. Francamente fino a qualche tempo fa non immaginavo vi fossero persone pronte a dar visibilità a opere un po’ dimenticate di autori come Virgilio Muzzi, Renato Polese, Roy D’Amy, Gino D’Antonio, Renata Gelardini, ecc…

E invece Roberto e Matteo, spalleggiati da un coraggioso editore, hanno semplicemente dimostrato che con un po’ di coraggio, qualche idea e parecchia volontà si possono rispolverare perle della storia del fumetto italiano, produrli e piazzarli sul mercato.

Perché promuovo questa iniziativa? Perché questa iniziativa, che non è la prima dei due autori, andrebbe secondo me premiata a prescindere. Perché è ben sviluppata. Perché, come tutte le buone iniziative, hanno bisogno di un sostegno e non di chiacchiere.

Tanto per cominciare, il sottoscritto non aveva mai avuto il piacere di leggere “Kit Carson e il mistero di orecchie alate” (Kit Carson & the strange adventure of Winged Ears -Cowboy Picture Library, 1958-), disegnato da Rinaldo Dami e Studio (molto Studio, per la verità) e nemmeno “Fort Cimmaron” (Fighting Cheyenne - Cowboy Picture Library, 1962), disegnato magnificamente da Virgilio Muzzi quando questi era peraltro coinvolto anche con la pubblicazione Tex. Con il volume “Altre Storie del West” ho avuto la possibilità di farlo… così come ho avuto questo privilegio con il volume “Storie del West”, che di fatto apre il progetto antologico di racconti western pubblicati in Italia da dopoguerra ad oggi, nel quale vengono proposte due storie scritte nel biennio ’58/’59 da Renata Gelardini per due big del fumetto nostrano: Gino D’Antonio e Renato Polese. Entrambi i racconti sono presentati da Claudio Nizzi in una pagina che può definirsi un volo radente sull’attività del Vittorioso di quegli anni: un volo radente bello e appassionato, forse anche un po’ nostalgico, sicuramente interessante.

Qui, quello che mi ha letteralmente sorpreso è stato Renato Polese, un disegnatore che negli ultimi periodi della sua carriera ha forse tirato un po’ via col segno. In “Fort Laramie”, l’episodio riportato da “Storie del West”, io trovo che sia formidabile e che le ultime due pagine sono un esempio di chi erano i disegnatori italiani quando potevano lavorare senza la “fretta da consegna”. 

Magari non lo Champagne, ma una buona bottiglia di spumante piemontese spero si possa stappare al più presto di fronte ad iniziative del genere. E ghiacciato!

Francesco Bosco [11/06/2018]

Suonala ancora, Enrico [Articoli]

Un po’ da musicante e un po’ da fumettaro, dedico giusto due righe al maestro Enrico Ciacci del quale oggi ho appreso la notizia della sua scomparsa.

Magari molti non sanno neanche di chi sto parlando: ebbene, si tratta di colui che suonò per Ennio Morricone la chitarra, divenuta un’icona, in “Per un pugno di dollari”, di Sergio Leone. Considerato dagli addetti un ottimo chitarrista, Ciacci è stato anche compositore di colonne sonore e autore di brani popolari, peraltro cantati dal fratello Little Tony, dalla fine degli anni sessanta in avanti.

Non amo lo “Spaghetti Western”, eccetto alcune cose, e non discuto l’importanza del suo ruolo nella cinematografia nazionale ed internazionale, però in alcuni film appartenenti a quel genere ho avuto modo di ascoltare della buona musica che non fosse per forza quella del genio di Ennio Morricone. In fondo, in molti casi che coinvolgono i cosiddetti B-Movie, è proprio la colonna sonora a fare da traino alla pellicola. Forse non è il caso di relazionare i film di Verdone ai B-Movie, però mi domando che ne sarebbe stato stato senza l’apporto delle musiche di Morricone o di Ivano Fossati. In fondo, succede la stessa cosa per le storie a fumetti: puoi aver scritto una buona sceneggiatura, ma che te ne fai senza un disegnatore all’altezza?

Buon viaggio con le tue Fender Enrico

Francesco Bosco [14/03/2018]

La spada di Damocle [Autori di Tex]

Giorno più giorno meno, questo disegno ha esattamente 60 anni. Si tratta della copia originale di Aurelio Galleppini che mette in evidenza la straordinaria bravura di questo artista, creatore grafico di Tex e impareggiabile protagonista del fumetto popolare italiano… e anche probabile autore del guazzo azzurrognolo velocemente sparso attorno alla figura. 

Avrete sicuramente riconosciuto Vindex, il villain della storia che ha per titolo “Il Totem nel Deserto”, uscita tra la fine del 1957 e i primi del 1958 con la serie “Gila”, che vede una fase della carriera di un Galep ai massimi splendori. Ecco, in uno dei periodi più concitati dal punto di vista grafico nella saga del personaggio, il nostro maestro seppe ritagliarsi momenti di espressione artistica che su Tex è difficile scorgere con continuità a causa della immane impresa di disegnare le 32 strisce settimanali, nonché illustrare copertine per le numerose serie del personaggio: ricordiamo che oltre alla cover della striscia, Galep aveva il compito di realizzare anche quelle dell’Albo d’Oro, del gigante 1^ e 2^ serie, delle raccoltine, ecc…

Ebbene, la storia con Vindex e i suoi puma fu, per necessità, “contaminata” dalla mano di un altro instancabile autore, quella di Francesco Gamba, che suo malgrado abbassò il livello dell’appeal grafico ai minimi termini contrapponendo un disegno quasi caricaturale a quello impetuoso e ricco di esotismo di Galep, lasciando per sempre una sorta di rammarico nel lettore che si sarebbe chiesto da quel momento che ne sarebbe stato oggi di un Totem nel Deserto tutto disegnato da un Galep in stato di grazia. Purtroppo di questi momenti di “necessità” ce ne sono tanti, forse troppi, lungo la saga e non hanno coinvolto sempre e solo il buon Gamba, ma altri autori come Muzzi, Cormio, Raschitelli e persino Nicolò. 

Alla Bonelli, editrice di quantità e di qualità, non sono pochi i personaggi che hanno avuto il titolare dei disegni non sempre in grado di finire con le proprie forze una storia: ricordiamo Ferri con “Tigre”, coadiuvato da Bignotti (e non è l’unica di Zagor) o lo stesso Ticci, in qualche caso sporadico aiutato dal fratello Alfio, da Monti, da Todaro e da Bignotti. Calegari su “La lunga Pista Rossa”, storia kenparkeriana completata da Giorgio Trevisan. D’Antonio con Polese su La Storia del West. Nicolò con Francesco Gamba.

Quella di Vindex, però, rappresenta un po’ il culmine di una collaborazione che lascia l’amaro in bocca: Galep e Gamba, disegnatori all’antitesi, vengono miscelati non solo ne “Il Totem nel Deserto” ma anche ne “La Tigre di Pietra” e ne “La Città d’Oro”. Probabilmente, la storia dei puma giganti sarebbe stata presa subito in considerazione da Mondadori per un cartonato, se non vi fosse stato un comparto grafico così pieno di alti e bassi. La stessa cosa vale per le altre due appena citate. Per un volume prestigioso, l’equilibrio grafico è di vitale importanza, non a caso le prime due storie ad essere stampate furono “La Valle della Paura” e “Il Segno del Serpente”, opere, per così dire, complete di Galleppini. Di seguito, “Tex contro Mefisto”, che ripropose “La Mesa degli Scheletri” e “Tex e gli Indiani”, quest’ultime due in edizioni Cepim, che vedono il medesimo equilibrio.

Oggi non esiste più questo tipo di problema, i disegnatori hanno modo e maniera di finire le proprie storie in perfetta solitudine operando, peraltro, in su ordine fisso di pagine che lascia loro ogni tipo di organizzazione. Esiste però lo stesso un problema, visto che certe “comodità” sommate al fatto che il parco disegnatori è un po’ come il villaggio Lakota che Custer si trovò di fronte sul Little Big Horn, cioè “a perdita d’occhio”, tolgono quella spada di Damocle che incombeva imperterrita sulla testa di Galep & Soci.

Insomma, che Galleppini sia criticato per aver dato un’immagine del west un po’ approssimativa, senza tenere in considerazione che Tex non è solo western, anzi, ci sta pure, ma fortunati i detrattori che han visto il Maestro dentro la centrifuga senza sapere che a briglie sciolte il nostro caro Galep li avrebbe zittiti tutti, incarnano il limite della conoscenza su questo autore di fumetto. 

Il Raymond italiano. 

C’è solo da capire come due-tre semplici pennellate rendano il brutto sogghigno di Vindex più di una rivoltella puntata in faccia al lettore, nulla di più, a prescindere dal fatto che oggi chi sa pennellare così è merce rara.

Francesco Bosco [10/02/2018]

BIM BUM BANG!!! [Articoli]

Non trovavo mai occasione di farlo, ma ora è giunto il momento di vuotare il sacco! 

Ebbene si, non ho mai amato le sparatorie nei fumetti, né su Tex né su altri. Così come non ha mai amato gli inseguimenti d’auto nei film d’azione (alla Bourne, per intenderci), le scazzottate infinite alla Trinità, le orde di digrignanti mostri alieni che attaccano, ecc…

Ricordo che quando uscì “Il ritorno di Montales”, rimasi deluso proprio da quella infinita sequenza di sparatorie infilate dentro dal Bonelli che ancora oggi, quando rivedo, non mi scalda per niente il cuore. 

“Leggere un western senza sparatorie è come mangiare la pasta insipida” si potrebbe obiettare. Forse, peccato che io non abbia mai considerato Tex un western a tutto tondo, anzi l’ho sempre contemplato e commentato come un contenitore di multi-avventure su un palcoscenico a sfondo western. E alle sparatorie classiche ho sempre preferito quelle con i mostri dell’abisso, coi Hualpai, quelle al Pueblo… mai quelle tipicamente western! Lasciarsi prendere la mano delle centinaia di possibilità di “regolazione” del personaggio è sicuramente un ottimo rimedio ai “dolori” della solita sparatoria.

Sparatorie? ma per carità. Prendete, ad esempio, l’origlione di Winnipeg pescato nel vicolo da Tiger e portato nell’ufficio del colonnello dove si becca la celeberrima spazzolata da Tex (Sulle piste del Nord), beh… a parte i pugni devastanti resi dall’arte di Ticci, la vera forza della scena è la conduzione dei dialoghi: “Santissimo Iddio!” fa il colonnello “Coraggio, è tutto per il bene della giustizia!” gli ribatte Carson… e intanto Tex continua a pestare l’origlione nella stanza accanto. Più “bang bang” di questi si muore. Eccole le vere sparatorie di Tex: i dialoghi.

E se sparatoria deve essere, che almeno lo sia alla Gilas: “bang-bang” e parta l’avventura.

Francesco Bosco [09/01/2018]

50 ANNI DI STORIA DEL (E DAL) WEST [Altri fumetti]

Non considero il campo dei fumetti un campo artistico. È una produzione di cose, letteratura di intrattenimento, e questo è il lato che mi interessa di più. Non sottovaluto affatto il fatto di essere considerato un autore popolare, diciamo popolare di qualità

(Gino D’Antonio – Intervista per il sito Ink)

C’era un vecchio saggio, probabilmente un ubriacone, che sosteneva un’ipotesi strampalata sulla vita. Questo saggio ipotizzava che viviamo in una sorta di tempo continuo in cui fatti ed eventi si ripetono ciclicamente. Comprese le ricorrenze dunque, che si ripercorrono inesorabili con il trascorrere degli anni: anniversari, celebrazioni, reunion si sprecano. Nell’arte si celebra sempre l’evento speciale che serve per commemorare, o meglio, ricordare particolari situazioni, e i cinquant’anni di Storia del West meritano senz’altro un cenno qui su Baci e Spari.

Perché parlare di Gino D’Antonio è per me doveroso: lui è una delle “anomalie” del fumetto italiano, tanto bravo quanto inimitabile, tanto incisivo quanto mai troppo lodato. La sua opera western più celebre, nel 2017, ha raggiunto il prestigioso traguardo dei cinquant’anni: un risultato incredibile che mi consente di parlarne. E con immutato piacere.

D’altronde, la collana Rodeo (che ospitò le gesta della famiglia MacDonald), non fu una formula insolita per la stessa Bonelli, ma si trovò a ospitare la consueta sfilza di personaggio del vecchio GLB insieme a materiale inedito. Inedito come i 73 volumi dedicati a Storia del West (poi ampliati a 75 nelle successive edizioni) che meritano il posto d’onore in qualsiasi biblioteca fumettistica.

D’Antonio ha il pregio di aver creato una serie con uomini veri che sembrano leggendari, e leggende del west viste come uomini veri; un esperimento inedito, una grande prova narrativa. Quello che ho sempre trovato incisivo nell’autore di Storia del West sono i dialoghi - scoppiettanti, tesi, mai banali - e la gestione dei personaggi. Insieme alla famigerata famiglia MacDonald infatti si uniscono figure che hanno creato l’epopea stessa del west: dal vero Kit Carson al malinconico e spavaldo Wild Bill Hickock, dal saggio Toro Seduto al vanaglorioso George Armstrong Custer. Realtà, fantasia e biografie mescolate con piglio d’autore.

Rileggendo i volumi di questa mitica serie mi accorgo di quanto essa sia stata importante nella mia formazione culturale e di lettore di fumetti. D’Antonio è stato sin da subito un fuoriclasse, diciamocelo: dai quei lontani anni Cinquanta disegnò serie “audaci” come El Kid e I Tre Bill ma anche classici come Pecos Bill, per poi diventare dapprima una colonna della Bonelli, con Storia del West, Bella & Bronco, diversi memorabili volumi di Un Uomo Un’Avventura e alcuni meravigliosi episodi di Nick Raider, per poi confermarsi anche sulle pagine de Il Giornalino, dove ebbe modo di confrontarsi con i generi narrativi più variegati. E fu anche un brillante copertinista e illustratore, questo è doveroso ricordarlo.

Milanese doc, D’Antonio fu un intraprendente: nel 1953 decise, di sua iniziativa, di sceneggiare Il fortino sull’Huron, lui che doveva occuparsi solo del disegno, e il risultato fu eccellente. Perché nella vita, come con le donne, bisogna fare sempre il primo passo. E di passi l’autore di Storia del West ne ha fatti tanti, plasmando una generazioni di autori, a cominciare da un certo Mauro Boselli.

Cinquant’anni, dunque, di grandi avventure, di titoli come Red River, La costa lunga, Sentieri selvaggi, L’uomo della frontiera, Giorno di gloria, Verso l’Ignoto… titoli che hanno segnato il genere western e un certo tipo di fumetto senza divenire mai didascalico, petulante, storico nell’accezione negativa del termine. D’Antonio, prima di morire, ha avuto il tempo di realizzare le sue due ultime storie: un albo gigante di Tex dedicato agli affascinanti Seminoles e un’avventura speciale con protagonisti un gruppo di scalcinati cowboy disegnata dal compianto Renzo Calegari. E, a proposito di ricorrenze, nel 2017 oltre a celebrare i cinquant’anni di Storia del West il Nostro avrebbe festeggiato anche i settant’anni di carriera: D’Antonio debuttò, infatti, nel 1947 con Jess Dakota. E ancora: questo articolo giunge esattamente a undici anni esatti dalla sua morte, avvenuta il 24 dicembre del 2006. Un giorno triste per gli appassionati di fumetti.

In conclusione di anniversari ce n’è a iosa ma nel mondo del comics, come in quello del cinema, spesso si dimenticano gli artisti importanti. E in tempi di ricorrenze, con il nostro Tex che si prepara a celebrare il settantennale nel 2018, poco importa dunque quello che il vecchio saggio diceva sui cicli della vita. 

Ripeto: doveva trattarsi di un ubriacone.

Emanuele Mosca [24/12/2017]

Leggere e collezionare Jonny Logan [Altri fumetti]

Uscito nelle edicole nel luglio del 1972 Jonny Logan cattura subito l’attenzione del pubblico e della critica! Le avventure di Giovanni Loganetti, il Professore, Mago Magoz, Danilo Muscoletti e Benito Talponi si svolgono in Italia, un gruppo di personaggi un poco strampalati che formano i C.T. ovverosia i Cacciatori di Taglie.

L’autore, Romano Garofalo, utilizzando la non facile chiave umoristica-satirica riesce a creare un affresco realista e a renderlo comprensibile agli adolescenti, ai quali era rivolto il fumetto. Affresco oggi quanto mai attuale con le classiche problematiche italiane mai risolte, che i Cacciatori di Taglie affrontavano con idee alternative e creative condite con un pizzico di genialità e visione del futuro.

Una considerazione: lo stile di scrittura nel panorama fumettistico italiano nasce aulico e didattico con i primi Corriere dei Piccoli, poi referenziale fino al dopoguerra, subito dopo la crescente voglia di libertà e il fascino esterofilo degli USA fanno prevalere dialoghi coloriti e a volte buffoneschi. Si avvicina il ’68, l‘Underground nato in America negli anni ’50 trova autori italiani che esplorano quel mondo, il linguaggio diventa più diretto, volgare per rompere gli schemi, non si fanno sconti a chicchessia e la maggiore presa di posizione politica ne diventa un marchio di fabbrica. La confusione poi degli anni successivi pesca un po’ dappertutto a seconda del pubblico a cui si rivolge la pubblicazione, ecco allora negli anni ’80 abbiamo sia il trash che il più forbito e ricercato linguaggio autoriale.

Oggi il linguaggio fumettistico è figlio di questi tempi, con il paradosso forse che troppi scrivono e pochi leggono.

Jonny Logan ha un linguaggio pulito e integro nella forma, uno stile classico, scorrevole, che risulta piacevole nella sua eleganza senza tempo.

Collezionare Jonny Logan

Pochi collezionano seriamente Jonny Logan, da sempre un po’ snobbato in favore di altre testate e, a torto, ritenuto un epigono di Alan Ford, che se da un lato ha delle innegabili analogie dall’altro ne va riconosciuta la visione e l’evoluzione totalmente diversa.

Ma procediamo con ordine e vediamo di dare finalmente la giusta importanza e valenza collezionistica a questo splendido fumetto, che come vedremo non è proprio così semplice da raccogliere e completare, anzi è una bella sfida. Due sono le serie edite, la prima di 56 numeri in formato libretto e la seconda che consta di 21 numeri in formato albo spillato. La prima cosa che notiamo è la particolarità delle prime 18 copertine, con la curiosa vignetta della cover che corre anche sul retro, cosa che personalmente non ricordo sia  stata adottata in altri fumetti prima di Jonny Logan, sistema che sarà poi ripreso da Milazzo per i suoi Ken Parker. La copertina non è in cartoncino comune ma plastificata e lucida e questo ne ha permesso un minor deterioramento nel tempo.

Entriamo ora nel dettaglio per quanto riguarda la prima serie: numeri veramente difficili non ci sono, salvo però trovare i tre numeri in blister con allegato che sono i numeri 9-19 e 24.

Il numero 9 contiene il poster a colori di grande formato, circa 50/70, disegnato da Dino Busett dove ci sono tutti i componenti dei C.T., il gatto Aristide e il Commissario Tagliola con i suoi due assistenti Trik e Truk.

Al numero 19 l’allegato editoriale “Medium”, un albetto autocopertinato di 16 pagine in bianco e nero, promo della nuova serie di R. Garofalo con i disegni di Trevisan. Non sono sicuro ma mi sembra di ricordare che lo stesso albetto venne distribuito anche ad una Lucca Comics.

Nel numero 24 il poster della Nazionale Italiana di calcio.

Tutti e tre sono difficili da trovare, un poco meno forse quello col poster dei C.T.

Mentre quello con albetto Medium sembra più difficile, si può supporre che i resi siano stati aperti e ridistribuito l’albetto.

Capitolo adesivi: sono nei numeri 11-12-13-14-15-16, più comuni i primi quattro, il 15 più noioso, ma il vero scoglio è il difficile numero 16, forse dipende dal fatto che tutti gli adesivi hanno personaggi singoli o in coppia mentre il numero 16 è uguale al poster con tutta la banda al completo.

Un numero che risulta meno comune a trovarsi è il 46 che spesso si trova con il corpo pagine scollato dalla copertina.

Gli ultimi numeri della serie leggermente meno diffusi ma niente di impossibile.

I supplementi della prima serie:

Manos Kelly di A. H. Palacios al n. 26.

Ai numeri 14-17-31 tre cartonati quadrati, rispettivamente: Le altre avventure di Nick Carter - Il primo libro di Zio Boris - Nick Carter story.

Al numero 44: Per un pugno di lenticchie.

Al numero 46: Clovik e il Burgundo.

La seconda serie è composta da 21 numeri, cambia il formato che diventa, da libretto, albo spillato con episodi tutti a colori.

La carta fine della copertina e lo sfondo sempre completamente bianco rende gli albi molto delicati per quanto riguarda la conservazione, e più soggetti ad usura rispetto ai libretti della serie precedente.

Serie abbastanza difficile da trovare completa, soprattutto in ottime condizioni, gli ultimi 5 numeri i più difficili e in particolare il 20 e l’ultimo, il 21, che è il vero scoglio della serie.

Segnalo anche il bel volume del 2006, Jonny Logan collection - edizioni Lo supponevo -, ristampa dei primi due numeri della prima serie, con una bella analisi di presentazione scritta da Graziano Frediani: “Il dito nella piada“.

Nel 1978 esce il volume cartonato di Jonny Logan, copertina di Dino Busett, che ristampa a colori le storie dei numeri 2-8-9-12 e 28, rimontate in 4 tavole per pagina che rendono le storie più scorrevoli graficamente.

Leone Cimpellin, scomparso nel 2017 alla veneranda età di 90 anni, è il creatore grafico di Jonny Logan, un disegnatore eclettico attivo dagli anni ’50. Ha disegnato Red Carson, Plutos, Pecos Bill, per il Corriere dei Piccoli vari personaggi umoristici come Carletto Sprint, Gelsomino e Gibernetta. Sua la famosa pubblicità Un tigre nel motore per la ESSO. Fine anni ’60, Belfagor e fiabe proibite per il fumetto erotico. Diabolik, Martin Mystere e Nathan Never, e questa è solo una piccola parte del suo mondo. La critica francese lo ha definito “l’Uderzo (disegnatore di Asterix) italiano”, e questo fa capire la grande considerazione che avevano di lui.

Personalmente di Jonny Logan reputo il suo disegno più bello la bellissima lito del 2006, in 50 copie numerate e firmate, della Galleria Libreria Dell’Arco. La banda al completo, un raro equilibrio nella composizione grafica che risulta piacevole alla vista, chiari-scuri perfetti, il segno di Cimpellin un po’ secco ma che rende la morbidezza nell’insieme, e questo ci dà la cifra del disegnatore che era.

Chiudo questo viaggio, credo completo, nel mondo collezionistico di Jonny Logan, con una rara chicca che sigilla la mia collezione: il Calendario edito dalla Dardo nel 1975 dato in omaggio ai club di Jonny Logan; inutile dire che è bellissimo, ogni mese con un grande disegno con i vari componenti del gruppo rappresentativo della stagione e questo esemplare nella foto è stato firmato all’epoca da Romano Garofalo.

Segnalo una curiosità: Jonny Logan è scritto sbagliato, come potete verificare dalla foto, è scritto JOHNNY con la H, chissà se errore del tipografo o cosa altro. Probabilmente rimarrà un mistero!

Piero Caniparoli [11/12/2017]

ADIOS RENZO [Autori di Tex]

Se ne va, stavolta davvero, dopo un’infinita serie di notizie ora smentite ora confermate in tutta la giornata del 3 novembre, Renzo Calegari (1933-2017), un mito del fumetto popolare che ha accompagnato la fantasia di molti di noi attraversando la storia dei fumetti italiani con quel tratto intenso ed estremamente sognante.

Calegari inizia la sua carriera professionale presso lo Studio Dami (1955) disegnando le serie bonelliane El Kid e I Tre Bill e la serie Big Davy per i testi di Gianluigi Bonelli. Entrato in contatto con Gino D’Antonio intreccia matite e pennelli ai primissimi episodi della Storia del West, su testi dello stesso D’Antonio: sua la bella performance presente nell’albo “L’ultimo duello”, numero 25 della serie. Dopo aver abbandonato il fumetto, in piena epoca di contestazione giovanile, Calegari ritorna con Welcome to Springville su testi di Giancarlo Berardi. Per Il Giornalino realizza poi le serie Boone e Gente di Frontiera.

Appare anche su Tex con la bellissima storia La ballata di Zeke Colter, di Claudio Nizzi, inchiostrando magistralmente le matite di Stefano Biglia e Luigi Copello. Disegna anche una storia di Mister No. Nel 2007, ancora in coppia con l’amico Gino D’Antonio, esce “Bandidos!” per la Bonelli editore.

Renzo Calegari non è mai stato un campione di prolificità ma semplicemente un campione che trasmetteva emozioni attraverso i suoi disegni e le sue illustrazioni; i suoi tagli di luce sulle figure e sull’abbigliamento dei personaggi rimangono ancor oggi momento emozionale che è difficile dimenticare.

Pace a te, Renzo

La redazione [05/11/2017]

Plot? [Documentazione]

Nelle personali dedicate a Tex, che di tanto in tanto troviamo in giro per il paese e in angoli della rete attraverso i siti specializzati, non è raro imbattersi in qualche pagina della sceneggiatura originale di Gianluigi Bonelli. Qualcuno dirà che sono sempre le solite, e questo è vero, e che è strano che dagli archivi di casa Bonelli non siano mai uscite quelle del primissimo periodo, cioè quelle della fine anni ’40 e di tutti gli anni ’50. Ebbene, cominciamo col dire che è probabile che le pagine della scrittura iniziale di Tex, intese come sceneggiatura vera e propria, potrebbero non essere nemmeno mai esistite, laddove G. L. Bonelli avesse generato un lavoro di narrazione attraverso un meccanismo simile ad un “plot”: cioè la stesura dell’intreccio della trama senza nessuna specifica indicazione di scene o azioni ai suoi disegnatori. Se infatti proviamo a vedere alcuni dei primi episodi di Tex, noteremo subito il balloon dei dialoghi insinuarsi impropriamente tra le figure dei personaggi che compaiono nelle vignette, come se il disegnatore non avesse indicazioni su come spartire gli spazi tra la scena disegnata e il parlato dei dialoghi. Altresì, analizzando i suddetti dialoghi, si osserva che in qualche caso essi invadono la vignetta successiva per mancanza di spazio nella propria.

Di sicuro il Tex di Galep e Bonelli è inizialmente improntato su una gabbia fissa di tre strisce composte sempre da tre vignette, salvo rarissime eccezioni (la prima striscia a due vignette è la n. 17 de “La Roccia Parlante”, pagina 19 del f.to gigante), dove in casi frequenti un pannello è occupato dalla didascalia. Per non farci ingannare aggiungo che chi non possiede le strisce, ma magari una ristampa Tre Stelle, dovrà fare i conti con il fatto che tutte le vignette di ogni fine episodio sono allungate per mano della redazione per coprire il pannello di presentazione dell’episodio successivo, elemento inutile per una pubblicazione come il gigante Tre Stelle che presenta continuativamente le storie. Ad esempio, la striscia finale dell’episodio El Diablo riporta originariamente due vignette più il pannello di presentazione dell’episodio successivo (Sul sentiero della morte). Quest’ultimo sparisce nella ristampa Tre Stelle dando vita a due vignette allungate per opportunità in redazione. È tra l’altro la stessa striscia da cui scompare il famoso “dannazzione!” (con due z) pronunciato da Tex.

Ad ogni modo, l’uso del “plot” non è insolito nel fumetto: in Italia è adottato da qualche autore nel genere sexy degli anni ’60/’70 ed è in voga per un certo periodo negli States sui supereroi. Per Tex non abbiamo la certezza, ma molti elementi portano a pensare che la sceneggiatura, come quella che si vedrà dagli anni ’60 in poi, non esistesse e che il plot di Bonelli fosse gestito direttamente da Galleppini e redazione. Prova ne è il fatto che Galep disegnò i primissimi episodi di Tex rifacendosi fedelmente al Rip Kirby di Raymond e che quindi non seguì un canovaccio di sceneggiatura preciso e dettagliato.

In verità, ancora nella prima metà degli anni ’60, quando la sceneggiatura texiana cominciò a mostrare un respiro più ampio, alcuni tecnicismi narrativi che riguardavano la divisione della striscia rimasero inalterati: osservando le tavole di Dramma al circo, ove si ha la sensazione di leggere una sceneggiatura simile a quelle del periodo post-striscia (La caccia, 1968) che, a mio avviso, potremmo definire come la “prima opera moderna e completa della saga”, si nota come essa derivi da un percorso di “taglio delle scene” cominciato con storie precedenti (vedi L’orda selvaggia o Dramma nella prateria) le quali riportavano i prodromi della sceneggiatura futura a 4-6 vignette per pagina. Sì, La banda dei Mormoni, più comunemente detta “Dramma al Circo”, ha infatti quasi assenti le strisce a 3 vignette (ne ho contate solo 3 tra gli albi 65 e 66 che, analizzate a dovere, non sono altro che il risultato di una forzatura redazionale) mentre se ne contano a bizzeffe “a disegno unico”. Quest’ultime sono una prerogativa del Tex a narrazione più “aperta” che si vedrà definitivamente dalla fine degli anni ’60 in poi.

Nel Tex primordiale non che mancassero le strisce a disegno unico, ma se ne faceva comunque un uso molto dosato: in “Duello a Lineville” (L’eroe del Messico, n. 4 del gigante) ne troviamo una a pagina 30 e, facendo un bel salto in avanti, ne “l’Ultima carta di Tex” (Il tranello, n. 10) alla 13 e alla 19 ne troviamo addirittura due. Che dire… se la sceneggiatura de Il tranello fosse stata improntata sul metodo 4-6 strisce e non con all’epoca il canonico 7-9 avremmo ora a che fare con una storia tra le più lunghe della saga!

Da notare comunque che la striscia divisa in tre vignette non va mai del tutto in pensione: nel 1970 la famosa scena del fucile Henry, in cui Tex dà prova della sua abilità con l’arma di fronte al capitano Dark (Quando tuona il cannone, n. 114), ne è una testimonianza, laddove nella sequenza del lancio dei barattoli da parte di Damned Dick c’è una vignetta divisa in tre parti. Ancora nel 1978, ne La casa sul fiume (Tex n. 209) a pagina 55, vi è un’altra dimostrazione che la striscia divisa in tre parti ha sempre la sua valenza, allorquando GL la “rispolvera” per un’azione molto particolare fatta di coltelli e pistole. E anche nel Tex dei nostri giorni, almeno in quello di Boselli, Ruju e Faraci, vi è l’uso della striscia a tre vignette.

Ritornando a Dramma al circo, vorrei porre l’attenzione sul fatto che in alcuni episodi precedenti (penso a El Cisco, Tex gigante n. 64) la sceneggiatura è improntata sul vecchio sistema delle 7-8 vignette per pagina e questo non fa che porre una domanda: perché questo continuo alternarsi dei due modi di sceneggiare? La risposta non l’avremo mai, ma non è escluso che in presenza del disegnatore Francesco Gamba, colui che più si avvicendava a Galleppini nella realizzazione degli episodi e, tra l’altro, autore di El Cisco, si preferisse adottare un tipo di sceneggiatura diversa da quella che stava prendendo piede quando ai pennelli c’erano Galleppini, Muzzi e Nicolò. Che possa essere intervenuta la redazione al fine di dare un taglio più armonico al mix di vignette ritagliate dal Tex di Galep e quelle del buon Gamba? E dire che Gamba, nel realizzare il suo Piccolo Ranger, aveva una certa dimestichezza con la pagina a 4-6 vignette sceneggiata da Andrea Lavezzolo.

Bene, dopo questo excursus che ci ha paracadutati ancora una volta nel vecchio Tex, penso alle tavole di sceneggiatura del maestro Bonelli di cui abbiamo oggi testimonianza e a quel suo modo di prepararle con veloci schizzi a compendio. Sergio era uno che col disegno se la cavava bene, ma anche il vecchio Gianluigi non era male: suo il Carson in cima a questo articolo. È proprio quel Carson che ha ispirato questo mio piccolo viaggio nel mondo della sceneggiatura texiana… come dire: GL colpisce ancora!

Francesco Bosco [02/11/2017]

In nome della cosa [Edicola]

In nome di cosa? È per caso in “nome dell’interpretazione” che dobbiamo trovarci di fronte a questa strana specie di creatura texiana dal volto rank-xeroxiano che fa rabbrividire anche il più incallito fan della mitica Frigidaire?

No, è in nome di niente che avviene tutto questo, se non per la moda americana della Variant-cover ormai tanto in voga.

Non so come ora ci si possa giustificare di fronte ai lettori del più popolare eroe a fumetti del dopoguerra dopo che bordate di fischi, da ogni angolo del web, hanno salutato la cover di Simone Bianchi: “Ma che faccia è quella!!??” si son chiesti tutti.

Già, “che faccia è” me lo chiedo anch’io che sono abituato a tutto e digerisco pure i sassi quando si parla di interpretazione. Ma soprattutto che significato ha approvare e pubblicare un Tex del genere? È forse una provocazione? Oppure la convinzione che questa specie di Rank Xerox avrebbe attecchito?

Nulla contro Simone Bianchi, che è un bravo disegnatore di fumetti e al quale potrei attribuire l’errore di un braccio destro di retrospettiva con una mano più grande dello stesso volto dell’antagonista di Tex, ma approvare una illustrazione davvero fuori dalla grazia di Dio mi fa pensare ormai che tutto il popolo texiano sia solo una sorta di mucca da spremere.

Dice: “ma è solo una variant-cover destinata a pochi…”. ‘Mbè, a parte il fatto che una variant più “cristiana” avrebbe fatto accrescere le vendite e non sono pochi quelli che hanno dichiarato che non prenderanno l’albo a causa della brutta cover, ma poi quei pochi non meritano lo stesso rispetto dei molti?

Al peggio non c’è mai fine! Personalmente credevo che con quella di Liberatore, per un Color di qualche tempo fa, si fosse giunti al limite, e invece qui ci troviamo di fronte alla classica goccia che fa o farà traboccare il vaso.

Sempre personalmente (non parlo a nome di nessuno), mi pare che negli ultimi anni i rospi da ingoiare stiano cominciando a diventare troppi: si parla sempre troppo delle storie e troppo poco del comparto grafico, e nessuno pare accorgersi che Tex è diventato una specie di figuro logoro, mancante di ogni caratteristica positiva, a volte triste e pure un po’ racchio. Eppure la rappresentazione visiva di Tex è estremamente importante e quando la si affida a mani sbagliate o ai cosiddetti maestri internazionali, molti dei quali vengono a svernare sulla pubblicazione, i danni possono essere pesanti, al limite dell’irreparabile.

L’interpretazione! Ok, ma perché questa cavolo di interpretazione è sempre e solo rivolta ad una visione del personaggio che è esattamente l’opposto di quella creata da Galleppini, Ticci, Letteri etc etc…? Sembra quasi che per far colpo si giochi a rappresentare il nostro Tex stravolgendone un po’ cattivamente le caratteristiche peculiari. Cattiveria per cattiveria: ma l’avete mai letto un Tex o andate solo al cinema? Non c’è interpretazione che regga di fronte a certe visioni del character. È un’interpretazione solo vostra e tale rimarrà, poiché quelle dei Breccia, Liberatore, Frank, Deodato, Manara, Serpieri, Gomez, Suarez & C., nulla hanno a che vedere con l’ironico e sbeffeggiante Tex creato da Galep e Bonelli.

Vabbè, poi arriva il solito genio che ti dice: “Non ti piacciono? Non comprarli!”. Voglio vederli a bottega chiusa, questi. Ancora non hanno capito che le critiche, in questo e in molti altri casi, valgono molto di più del loro becero aziendalismo a tutti i costi.

Immagine Copyright SBE - Sergio Bonelli Editore -

Francesco Bosco [23/10/2017]

Mister 45 [Articoli]

Tra le storie di Tex definite “minori”, o peggio ancora “riempitivo”, appare nella serie Cobra, dal 22 agosto 1966 al 12 settembre 1966, “Oro nero” nella sequenza dei titoli “Oro nero” (39), “Lotta senza quartiere” (40), “Una visita inattesa” (41) e “Dente per dente” (42), per i testi di G. L. Bonelli e i disegni di Galleppini (matite), Gamba (chine) e interventi di Raffaele Cormio.

Difficile capire se la definizione “riempitivo” derivi dal fatto che si tratta di una storia breve, come per le mitiche “Avventura sul Rio Grande”, “Il mistero delle Montagne Lucenti”, “Guerra sui pascoli”, “La regina dei fuorilegge”, “Sulla frontiera del Nevada” o se proprio la loro brevità sia indigesta a tutti coloro che considerano la narrazione Texiana sviluppabile solo a frequenze di non meno di un paio di albi.

Allora potremmo tranquillamente dire che Tex è un quasi totale riempitivo per i primi 100 numeri, anche se qualcuno identifica in “Gilas”, “La dama di picche”, “Gli sterminatori”, “A sud di Nogales”, cioè storie cosiddette dell’epoca d’oro post 100, come “riempitivi”. Riempitivi di cosa? Non sarà che proprio il gettar addosso a questi gioielli ombre immeritevoli faccia perdere il gusto di leggere le “minori” a chi si approccia per la prima volta a Tex?

Del resto, se si apre un blog texiano, un sito dedicato all’eroe o qualsiasi forum in cui si discuta di Tex, si scoprirà presto che “Il figlio di Mefisto”, “Terra promessa”, “La cella della morte”, “Il giuramento” o “Sulle piste del nord” sono tra le più gettonate per un commento o un articolo mentre quasi nessuno ricorda, ad esempio, “Oro nero” e compagnia cantante.

Narrativamente le lunghe storie hanno più presa tra i lettori, ma Tex è comunque sparso in più angoli della saga ed ha la stessa e identica valenza: ecco, forse dalle storie brevi esce il lato del carattere del personaggio più apicale ma al tempo stesso più sommerso, ai più sconosciuto o di non rilevante importanza.

Nelle storie epocali Tex può dedicarsi alla morte di Gentry in un paio di vignette, a quella del padre addirittura fino ad una. Ma come? Gentry si fa in quattro per guidare l’amico tra le gole del Grand Canyon e lui non lo ricompensa neanche con una cerimonia funebre, un pensiero? E al padre tutto quello che riesce a fare è guardarne il cadavere dall’alto? Nessuna sorpresa, G. L. Bonelli ha sempre solo sfiorato certe “tematiche”, vuole ricondurre al più presto il lettore nell’alveo per cui il personaggio è stato costruito: il dolore per la scomparsa dei propri cari, degli amici, il lutto in generale, non può e non deve primeggiare rispetto alla radice “fondativa”. E in genere è proprio nelle storie brevi che non si ha modo di incagliare in questioni intime che riguardano l’eroe. Al contrario nelle storie brevi emerge quel Tex capace di interpretare al meglio la parte di “colui che sovverte” mandando in tilt con azioni criminose e con ogni tipo di ricatto un intero sistema precostituito. Ciò che appunto avviene in “Oro Nero”, dove l’amico Filippo Iiriti ha puntualmente segnalato le vignette dialogate - e che dialoghi - a corredo dell’articolo. “L’arma psicologica preferita di Tex: l’intimidazione mafiosa!”, scrive Filippo, in un angolo della rete. E continua: “Vogliamo parlare di infallibilità? La cosa più particolare di questa storia è che alla fine Tex... le prende! Saranno Kit e Tiger a riportare l’ordine in paese a suon di dinamite, mentre Tex se ne sta a letto con due pallottole in corpo”.

Tacito che in questo ormai continuo commentare il Tex delle lunghe storie, certe tesi possono anche creare qualche imbarazzo (se non totale confusione) in coloro che vedono il personaggio in una sola maniera, ma tant’è.

In fin dei conti, con questa roba (col Tex eversivo e ricattatore, intendo) qui ci si potrebbe fare un album… chiaramente non quello di inutili ed insulse figurine commemorative, ma un album di diaboliche figurine dialogate pescate dai “riempitivi”. Forse gli album sarebbero però più di uno.

“Ehi, e questo dove lo butto?”

Francesco Bosco [15/10/2017]