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In primo piano

IL RITORNO DI LUPE [Edicola]

Infedeltà

Una che sa lavorare così bene di coltello l’aspettavamo da tanto. Finalmente è tornata, ed è proprio lei! L’abbiamo riconosciuta e le sensazioni di quella prima volta le abbiamo rivissute. Un bel ceffone ed è crollato il mito del “vedovo inconsolabile”. Dovranno farsene una ragione tutti quelli che gridano allo scandalo, perché non si tratta altro che di un mito creato a posteriori nel lontano 1969 e che da quel momento è diventato legge, sacra ed inviolabile. Come se non bastasse quell’unica vera legge che informa l’agire del nostro e che dice di indignarsi, di combattere, di reagire al sopruso e di non porgere mai l’altra guancia.

E poi lui è un uomo d’azione, che si rompe terribilmente le palle a oziare, che per ingannare il tempo va a cacciare il bisonte o il puma, che sente fortemente il bisogno di andare in cerca di guai. Non adatto a metter su famiglia, lui è quello che affida suo figlio ancora in fasce ai Navajos per andarsene a zonzo nel Far West. Lui è il “vedovo inconsolabile” che si fa psicanalizzare da Freccia Rossa (un suocero da niente!) che sa capire il cruccio che lo tormenta, la causa vera e dichiarata della sua infelicità: l’essere lontano dalle terre dei visi pallidi, poter riavere la stella di Ranger, riconquistare la stima di Marshall, ripartire per l’avventura…

Per fortuna la tessitura dei personaggi architettata da Gianluigi non obbliga ad improvvisarsi detective: non esiste alcuna chiave interpretativa. Esiste solo ciò che è scritto. E tutto questo va detto a chiare lettere, visto che negli ultimi tre lustri vi è la tendenza a costruire e diffondere la mappa di un Tex MAI scritto. Ma pensato chissà da chi?

Ma veramente Tex è infallibile? Veramente non sbaglia mai? Siamo sicuri di aver letto bene quello che è stato scritto? Siamo sicuri di aver capito? Noi, che non siamo sicuri di niente, un ripasso ogni tanto lo facciamo, senza drammi o patemi d’animo.

Quindi, cari parrocchiani, è inutile gridare al sacrilegio, è inutile levare i soliti sospiri pianti e alti guai per una presunta lesa maestà. Qui il moralismo apocalittico da fine dei tempi è fuori luogo. Ed è altrettanto inutile quanto penoso invocare il ritorno di un già bistrattato salvatore. Gli spalti, per fortuna, sono sempre gremiti. Quasi duecentomila tifosi sono sempre lì ad assistere alla partita, compresa la ditta “casti & puri”.

Povera piccola Lupe, leggiadra guerriera! Al momento non sappiamo come andrà a finire, ma non importa. Almeno con te è tornata l’avventura e, perché no, anche il sentimento. L’importante è che i texiani, che siano maritati o meno, si lascino divertire. Ma certo che sì: anche quelli infedeli.

Francesco Bosco & Mauro Scremin [20/08/2017]

Texone: Il MAGNIFICO FUORILEGGE [Edicola]

L’addetto era un ragazzino pelle e ossa sui venticinque anni, dall’aria scaltra. Sull’ascensore c’eravamo solo io e lui e quando ci fermammo mi tolsi di tasca una banconota e gliela mostrai.

Sto cercando Kalecki. George Kalecki. Si è appena trasferito in questo buco schifoso. Dimmi in che appartamento sta e questa diventa tua” dissi.

Lui mi guardò da capo a piedi, quella cartuccia. Poi mi strizzo l’occhio e fece: “Lei deve essere Mike Hammer. Il Signor Kalecki mi ha dato un pezzo da dieci per non dirle dove sta”.

Io aprii la giacca e tirai fuori dalla fondina la mia .45.

Al ragazzo schizzarono gli occhi fuori dalle orbite. “Nanerottolo, io sono Mike Hammer” gli dissi “e se non mi dici dove trovarlo ti darò questa”. Gli puntai la canna della pistola in mezzo alla faccia.

Numero 206” si affrettò a dire lui. La mia banconota era da cinque. L’appallottolai e la ficcai nella bocca spalancata del ragazzo, quindi misi via il ferro.

 

A volte mi domando come certi lettori non percepiscano immediatamente la valenza uncommon di una storia di Tex ma, al contrario, li si veda girare attorno a poco avvincenti e convincenti esercizi di equilibrismo letterario nel commentarla.

‘Sto Texone è puro spettacolo. Punto.

Sì vabbè, però alla fine Will ruba la scena a Tex… Sì vabbè, però Tex si limita a guardare le femmine, mentre altri… Sì vabbè, i comprimari… Sì vabbè, bla bla bla… Ma, cari amici, se non vi è piaciuto questo Texone, senza offesa, inviate curricula per cambiare mestiere.

Volevate un Tex modello “fiume in piena? Siete serviti.

Volevate un Tex tutto caffè nero, cicche e alcool? Siete serviti.

Volevate un linguaggio potentemente gergale? Siete serviti.

Volevate un disegno all’altezza? Siete serviti.

No, ora non venitemi a dire: “Sì, però…”, “ma forse…”, “il finale…”. Preoccupatevi, semmai, del fatto che per un’opera del genere occorre almeno un paio di anni e che quindi non possiamo leccarci i baffi tutti i mesi.

Il sottoscritto nel frattempo se li sta leccando. E, in prima battuta, per tutta quella serie di dialoghi ingigantiti dalla grafica del disegnatore che ha saputo ben affondare il segno nelle radici del personaggio… e, ad un certo punto, in quel “lato b” dell’indiana su un fianco, che manco Pippa Middleton.

Quand’è che in un Tex percepisci che la storia funziona? Quando ti sei sbarazzato di certe preoccupazioni sin dalle prime pagine. Diceva Pat Metheny, il grande chitarrista americano: “L’evoluzione di un assolo è determinato dalla prima nota che intoni”.

È tutto.

 

Il tuo whisky, ombre

Gracias

Ti credevo già morto, Tex!

Uomo di poca fede. Ci vuol altro per seppellirmi!…

Ci sono due dozzine di pistoleros sulle tue tracce! Non li hai… ?

Quei pellegrini che si fanno chiamare pomposamente guardie armate di Pinos Altos?…“. “Sì, ci siamo visti… ed abbiamo avuto un caldo scambio di opinioni!. A proposito, per quale motivo stai facendo finta di non conoscermi?…

Per prudenza, no? Sei tu il ricercato! A che servono gli amici?…

Davvero tu ed io siamo amici, Chato? Sicuro di non essere stato tu a mettere quegli uomini sulla mia pista?”

Caramba! Come puoi credere… ?

Già! Ti avrebbero dato troppo poco per un’informazione del genere… molto meglio, adesso che la taglia sulla mia testa è aumentata, provvedere di persona! Non ci hai fatto un pensierino, Chato Gonzales?

Tex!… Io non…

Francesco Bosco [21/06/2017]

Intervista a Gianluigi Bonelli [Documentazione]

a cura di Mauro Marcheselli, Franco Spiritelli

 

La prima cosa che le chiediamo è come ha cominciato e perché.

Ho cominciato a scrivere a diciotto anni, per puro caso. Vede, la gente non può sempre scegliersi il mestiere giusto. Anzi, in genere non accade. Ma ci sono anche i fortunati e io sono tra quelli. Sono nato con un mestiere addosso, quello dello scrittore di fumetti, e con l’aiuto della fortuna è stato proprio quello che ho fatto, per  tutta la vita.

Comunque lei non aveva altra gente in famiglia che faceva già quel mestiere? Lei e il capostipite?

Sì, io sono il capostipite. Anche perché non esistevano fumettari ai tempi di mio padre e mio nonno!

Come mai questo mestiere invece che un altro?

Glielo dico subito: perché all’inizio io scrivevo romanzi, ma questi non mi rendevano una lira.

Che romanzi ha scritto?

Dunque, I fratelli del silenzio, L’ultimo corsaro, Il crociato nero. Poi una pila di novelle che non finiva più.

Questi chi li stampava allora?

I primi due li ha stampati la Sadel di Milano, Il crociato nero, invece, l’Azione Cattolica di Roma.

L’Azione Cattolica?

Sì, mi pescarono che ero da Mondadori, mi chiamarono e mi dissero: “Lei è un bravo ragazzo...”, al che io risposi: “Guardi, reverendo, bravo ragazzo finché vuole, ma io voglio il grano perché lavoro da Mondadori e lá mi pagano bene”. Così andò a finire che mi fecero un contratto di due anni per  il Vittorioso, e io glielo tirai su dalle diciottomila copie che vendeva a centoventimila in due anni. Dopodiché senza neanche avvertirmi, alla scadenza non mi rinnovarono il contratto.

Ci sarà stato qualche motivo...

Il motivo è che ormai gli avevo insegnato tutto quello che c’era da sapere: come si scrive, chi deve disegnare, come cedere i diritti d’autore all’estero. Così sono andati avanti da soli.

Si ricorda il primo fumetto che ha fatto?

Uno dei primi fu Artagov, un racconto in cui l’eroe scopriva il fuoco e trascinava i suoi compagni verso le forme primordiali della civiltà.

Lei  per arrivare a scrivere ha fatto degli studi?

Soltanto il Ginnasio.

Per quei tempi era già molto.

In effetti, allora il ginnasio era una cosa seria. Ricordo che mi tiravano il collo e mi facevano sgobbare...Non continuai gli studi perché morì mio padre. Eravamo in tempo di guerra e mi trovai in una situazione difficile. Così rimboccai le maniche e cercai la mia strada.

Lei ha scritto anche poesie, come si inseriscono nella sua produzione letteraria?

Le poesie sono un’altra cosa, rappresentano i più intimi sentimenti di una persona in un determinato momento della sua vita. Se lei è contento difficilmente comporrà poesie: generalmente si scrivono quando si è molto tristi, e quando si pensa a qualcuno che si ama o che si è amato.

Torniamo a come ha cominciato...

Dunque, avevo appena terminato L’ultimo corsaro e andavo in giro cercando di appiopparlo a qualche editore. Dopo aver consumato inutilmente le suole di molte scarpe incontrai un conoscente, un certo Pesavento, che lavorava da Vecchi, l’ed. dell’Audace. Pesavento mi chiese: “Tu sei capace di scrivere? C’è il mio editore che cerca qualcuno che scriva dei racconti”. Non ebbi un attimo di esitazione: “L’ha trovato!” gli risposi. Andai da Vecchi e gli consegnai il romanzo. Lo lesse e la mattina dopo mi telefonarono di recarmi subito in viale Stelvio. C’era un posto per me! Presi il ètramvai, andai là e venni subito assunto come direttore con l’accordo di scrivere, di sceneggiare, di mandare avanti cinque o sei giornali contemporaneamente.

Così di punto in bianco?

Di punto in bianco. E fu allora che compresi la differenza tra il fumetto e il romanzo... il romanzo non rende niente.

Come era in quel periodo la situazione del fumetto in Italia?

Erano i tempi eroici dei pionieri. Nelle edicole si trovavano L’Intrepido, l’Audace, Jumbo, Rintintin, l’Avventuroso di Nerbini, Il Corriere dei Piccoli. Ricordo anche Lo Scolaro, un giornalino per bambini. Il più importante di tutti era l’Avventuroso, di grande formato, tutto composto di  fumetti  americani. Allora i collaboratori italiani erano pochissimi, e io, con tanti giornali per le mani, mi trovavo in difficoltà. Così dissi a Vecchi: “Perché non li facciamo noi i fumetti, invece di comprarli all’estero?” Da quella mi proposta prese avvio, in grande stile, la produzione italiana.

Lì ha cominciato subito a fare sceneggiature?

Subito. E mi trovai a mio agio: capii di aver infilato la strada giusta.

Non ha avuto qualcuno che le ha insegnato il mestiere?

Non è un mestiere che si possa imparare. Si può affinare, questo sì. Ma quello di scrivere è un dono di natura. O lo si possiede oppure buonanotte al secchio.

Ci racconta i motivi per cui si è messo per conto proprio?

Un po’ per ambizione, un po’ per una questione di carattere. Non voglio piedi sul collo e preferisco rischiare da solo. E se vedo una mela sull’albero, invece di restare a guardarla, la colgo.

Lei è ancora editore?

No, ma lo è mio figlio Sergio. Io ho una percentuale ma non mi interesso più di quello che può essere la stampa o la carta o di tutti gli altri problemi. Io scrivo il Tex e basta.

Tornando a Vecchi, lei a quel punto comprò l’Audace...

No, lo prese Mondadori e assunse me come direttore. Poi me ne andai per tener fede al mio ruolo di individualista. Io entravo e uscivo dal lavoro quando volevo, naturalmente entro i limiti accettabili, mentre loro, i mondadoriani, sostenevano che poiché ero il direttore dovevo dare il buon esempio. E me lo dissero proprio quando mi era venuta la voglia di bere un caffè, diedi le dimissioni a andai al bar. Via di lì andai al Vittorioso, sempre come direttore, ci restai per due anni...

Che periodo era?

La vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Comunque decisi di mettermi in proprio: racimolai quattro lire, mi coprii di debiti e comperai il giornale. Mi ricordo che lo pagai in dannatissime cambiali, che pagai regolarmente. Ma erano tante...

Allora è partito dal niente...

Dal niente.

Lei ha comperato l’Audace in un periodo che l’Audace non andava per niente.

Non era mai andato in vita sua.

Come lo ha portato su?

Mi sono detto: ormai il pubblico mi conosce, io conosco il pubblico. Gli scrivo una bella storia con cazzottate a volontà e scommetto che mi seguirà. E mi ha seguito.

C’erano delle serie con personaggi famosi?

Uno per tutti: Furio Almirante, l’uomo dal pugno d’acciaio, disegnato dal grande Carlo Cossio.

Poi l’Audace divenne l’Araldo. Come mai?

E’ una storia che va fatta risalire allo scoppio della guerra. Fu un periodo difficile per un editore come me che non aveva santi in paradiso. Per qualche tempo riuscii a tirare avanti. Poi, quando la situazione del paese si aggravò, fui costretto a chiudere bottega. Coinvolto nella guerra partigiana, decisi di cambiare aria e di cercar rifugio oltre frontiera, in Svizzera. Quando tornai in Italia, a guerra finita, mi separai da mia moglie Tea e le lasciai il giornale, anche se continuai a darle una mano per mandarlo avanti.

Lei diresse l’Audace per un sacco di tempo...

No, tutt’altro.

L’Audace cambiò nome quasi subito. Perché?

Le confesso che non me lo sono mai chiesto. Probabilmente, il cambio di testata fu dovuto a ragioni burocratiche e amministrative che mi sfuggono oggi come mi sfuggivano allora.

Ho letto su un libro che parla del fumetto italiano che al tempo del fascismo i giornali erano tutti allineati alle disposizioni del regime. Tutti, tranne lei e Lavezzolo che, non mi ricordo se era sul Vittorioso, avete fatto una specie di azione di fronda.

Non esageriamo. Sul Vittorioso non svolgevo azioni di fronda: badavo soltanto a mettere insieme un settimanale che piacesse ai lettori. E’ vero, peraltro, che ho sempre cercato di evitare gli incensamenti littori e le cortigianerie.

Adesso la inchiodiamo alle sue responsabilitá. Milioni di appassionati del Tex, per nostra bocca, hanno tante domande da farle.

Sun chi. (trad. dal milanese maccheronico: “Sono qui”)

E’ stanco di fare il Tex?

Sono stanco sì. Andrò avanti a scrivere ancora per un anno o due, dopodiché, ho già avvertito mio figlio, basta. Basta ragazzi, per piasée! La mia vita è attaccata alla macchina da scrivere per continuare a sfornare delle storie, e a settantaquattro anni non è che se ne abbia sempre voglia. A proposito, se le interessa, adesso sto scrivendo un episodio che disegna Vincenzo Monti...

Monti? ‘E il primo Tex che fa?

Ha già messo le mani in qualche albo, per aiutare i suoi colleghi.

Non sarà quel disegnatore che ha finito l’episodio iniziato da Nicolò poco tempo fa?

No, quello era Francesco Gamba. Comunque non mi chieda altro sulla produzione perché io mi disinteresso della casa editrice. Quasi non so nemmeno che cosa esce. Il figlio mi manda tre o quattro albi di quelli che escono in edicola, ma io l’unica cosa che faccio è di metterli negli scaffali della mia libreria, insieme agli altri.

Non ci dica così....

Ma cosa devo fare? A volte non li rileggo neppure, sennò mi sorgono mille dubbi. Spesso mi verrebbe voglia di dire: “Sergio, per favore, l’ultima pagina non mi piace, rifacciamola”. Ma so che è impossibile e so anche che quando la sceneggiatura è uscita dalle mie mani non la rivedrò più.

Quanto c’è di lei in Tex Willer?

Il carattere, il senso anarchico delle cose, l’istinto di disobbedire alle autorità.

Non pensa che Tex ha il successo che ha perché fa quello che vorrebbe fare tanta gente che non ha il coraggio di farlo?

Ne sono arciconvinto. Più che la trama delle storie è il modo di comportarsi di Tex che colpisce la fantasia dei miei lettori. Il senso della giustizia e della rivolta contro l’arroganza è istintivo in Tex: ecco perché picchia tanto sovente.

Lei si è picchiato molte volte?

Ho ancora il naso rotto. A Parigi, facendo il mestiere del pugile, guadagnavo quaranta franchi al giorno.

Io intendevo picchiare per strada.

No, no. L’unico scontro che ho avuto per la strada risale a qualche secolo fa, lungo le sponde dell’Olona, un canale di Milano che oggi è stato coperto.

Voi avete fatto il Tex così, quasi per caso. Il Galleppini dice che lui lo disegnava praticamente con la mano sinistra, quando era libero da altri impegni. Quando vi siete accorti che era una cosa che andava?

Bisogna fare un po’ di storia. Galep intendeva dire che a quei tempi era impegnato a disegnare Occhio Cupo, un personaggio nel quale la casa editrice credeva molto. Contemporaneamente dava alla  luce Tex, sui soggetti e le sceneggiature che io gli fornivo. Ma Tex, appunto, lo disegnava nelle ore sottratte al sonno. In seguito, Tex si rivelò il cavallo vincente e Galep passò il pennello dalla mano sinistra alla destra.

Qualcuno dice che il Tex è verboso, che è troppo il parlato...

Non è che parli molto. Parla quanto parliamo io e lei, quanto parlano tutti.

Lei non lo trova un po’ lento? Alterna a cazzottate furiose altri momenti, magari al tavolo del saloon, dove va avanti a parlare per dieci tavole.

Non può mica andare in giro cazzottando dalla mattina alla sera! Guardi, quando il personaggio è fermo io me ne accorgo e taglio la scena, sposto l’azione da dove si trova il Tex a dove si trova l’avversario. Io dico che se il pubblico dopo tanti e tanti anni continua a leggerlo (il calo che ha avuto negli ultimi tempi è roba da ridere se paragonato a quello di altri personaggi del fumeto) significa che ci trova qualcosa, forse qualcosa di più importante di quello che io stesso posso pensare.

Però è vero che nei primi tempi il Tex era tutto un colpo di scena: più veloce ecc. Ecc. Adesso invece...

Ammetto che qualcosa è cambiato. Ma  è un processo naturale. La tiratura di Tex dimostra che il personaggio ha saputo rinnovarsi. Un tempo il ritmo era più rapido? Può darsi. Io penso però che anche oggi i “tempi” tecnici delle sequenze delle azioni siano ben calibrati.

Quanto influisce il disegnatore sulle vendite?

Secondo me poco. Basta che sia un buon professionista.

Dicono che il taglio di Fusco sia quello che piace meno....

Non so. Come le ho detto, non dispongo, per mia scelta, di dati precisi sulla produzione. Posso tuttavia supporre che un illustratore dalla personalità così forte e insolita come Fusco crei qualche perplessità nel lettore di Tex.

Perché Fusco fa le facce diverse oppure...

Non lo so. Posso dire soltanto che Fusco è un artista e che io lo apprezzo molto.

A proposito di Fernando Fusco, per i tre episodi disegnati da lui, Caccia all’uomo, Mingo il ribelle e Il giudice Maddox, si dice che i testi non siano suoi, è vero?

Sì, sì, li ha fatti Sergio, mio figlio. Io poi gli ho corretto i dialoghi. Che cosa volete... ogni tanto, quando non ce la faccio più, lui scrive qualche racconto. Ma sa che il suo modo di parlare i personaggi è differente (il modo di parlare, non l’azione) e così mi manda i testi da rivedere e io glieli cambio quasi completamente.

Come mai non li ha fatti lei?

Ma perchè non ho il tempo!

Mi sembra che quasi tutti quelli che non ha scritto lei li ha disegnati Fusco, sbaglio?

Sbaglia. Io ho scritto dei testi per Fusco (basta ricordare L’idolo di smeradlo e l’avventure recente della setta satanica, Il marchio di Satana), così come mio figlio Sergio ha scritto per Ticci, Letteri, Nicolò e lo stesso Galleppini (El Muerto e Cruzado). Comunque, la collaborazione fra me e Sergio ha dato spesso buon i frutti.

Anche nei Ribelli del Canada?

Quello è una vaccata di racconto.

Abbiamo notato che in quei racconti c’ è la stessa struttura narrativa del Zagor...

Se n’ è accorta altra gente. E pensare che quando Sergio ha cominciato a scrivere Zagor, dopo due o tre numeri mi aveva chiesto di continuarlo io. Gli ho scritto due o tre episodi di Zagor completi, dopodiché gli ho detto che non potevo fare l’uno e l’altro fumetto, così ha continuato lui. Ma le cose che scrive non le condivido tanto.

Ma lui si rivolge ad un pubblico più giovane.

Sì, ma dice lo stesso cose un po’ sconclusionate.

C’ è uno scrittore a cui affiderebbe Tex?

No, assolutamente. Oppure...forse Grecchi...L’ho incontrato mesi fa a Nizza, dove lui abita, e stavo per proporglielo. Ma lui ha cominciato a lamentarsi che era vecchio e stanco, e così ho lasciato perdere. Ecco, Grecchi ha uno stile molto simile al mio. E’ bravo ed è anche intelligente.

Un ragazzo? Non ci pare.

Ha sessant’ anni circa e per me che ne ho settantaquattro è un ragazzino. C’ è da dire una cosa riguardo a Grecchi: lui è abituato a tessere le sue trame sulla distanza delle tredici tavole e penso che avrebbe seri problemi a lavorare sulle centinaia di pagine di un episodio di Tex. Come, del resto, è accaduto anche a me un po’ al contrario: i peggiori racconti da me scritti sono, in piena coscienza, il Tex 100 e il Tex 200, perché dovevo fare la storia completa, dato che erano a colori. Non si possono fare i romanzi su misura.

Visto che lei non si interessa del controllo del Tex, chi lo fa?

Mio figlio o Decio Canzio, che oltre a essere il direttore è anche molto bravo.

Lo abbiamo chiesto perché tempo fa c’ è stato un tradimento. Nicolò ha fatto Pat Mc Ryan alto come Tex. Identico spataccato.

No, Pat è molto più alto, più di un metro e novanta.

Ce lo siamo legati al dito questo tradimento. Non c’ è un disegnatore che le piacerebbe facesse il Tex? I disegnatori di Tex (non tutti) fanno cazzate tremende sulla documentazione...

Questa è un’affermazione di cui lascio a lei ogni responsabilità. E poi gli autori di Tex devono lavorare velocemente...

La velocità non conta, non penso che uno sia più veloce perché infila nelle tavole tepee o totem a casaccio.

Cos’ è? Una critica al sottoscritto? In tal caso caro amico, sappia che io i totem non li infilo affatto a casaccio. So benissimo che, nella realtà storica, si trovavano quasi esclusivamente nel Nord-ovest, sulle coste del Pacifico. Ma sono belli da vedere e fanno molto colore, così li faccio mettere. Tex non è l’enciclopedia Treccani: non se lo dimentichi mai.

Il Tex è anche quello che è per la fantasia che c’ è dentro, che c’era soprattutto...

Fulmini! Io a questo gli tiro una revolverata...

Non sarebbe meglio liberare il Tex da queste pastoie realistiche che gli stanno strette? Tra l’altro gli indiani sono ormai tutti in riserva, lui non può più fare una bella battaglia, come faceva un tempo, quando arrivava in testa a tutti i Navajos. Adesso al massimo può fare uno sconfinamento da una riserva.

Ma io non mi creo problemi di questo genere! Io leggo molto, ho letto molto sulla storia del west, se trovo qualche spunto ne approfitto, lo sviluppo. A me interessa il fatto, non faccio lo storiografo. Il Tex non è un trattato di storia, bensì un libero adattamento di fatti accaduti che il protagonista vive e risolve alla sua maniera.

Per Vendetta indiana s’ è rifatto al massacro di Sand Creek?

Sì, l’ho messo dentro pari pari: ho solo cambiato i nomi. Chivington, per esempio, l’ho chiamato Arlington.

Chi erano per lei gli indiani?

Dei poveri cristi.

Destinati alla distruzione, come poi è avvenuto?

Non è questione di predestinazione. E’ che da sempre, da quando i primi uomini hanno cominciato a usare le pietre come utensili, le civiltà tecnologicamente superiori hanno sopraffatto quelle più primitive. E’ una legge della storia. E in Tex mi sembra che non ci sia mai un velleitaristico pietismo nei confronti egli indiani, proprio perché è sempre presente la consapevolezza di questo gap fra due mondi tanto distanti.

Quando ha affiancato Kit Carson a Tex sapeva che nella realtà era stato un massacratore di Navajos?

Definire Carson un “massacratore” mi pare una forzatura. Comunque sapevo dei suoi trascorsi, ma mi piaceva la figura, e poi era un nome già conosciuto.

Ormai è diventato solo la spalla comica del Tex.

Sono le spalle che fanno grandi gli uomini.

A proposito di uomini, ma il Tex ci va no le donne o è una mammoletta?

Non è una “mammoletta”. Che Tex vada con le donne è una cosa naturale, che fa parte della vita di tutti, e non credo ci sia bisogno di farla vedere, così come non occorre mostrarlo anche quando fa i suoi bisogni corporali. Diciamo che è una specie di pudore dettato però dal buonsenso e dall’esigenza di non annoiare il lettore con il verismo delle “piccole cose” quotidiane.

Sì, ci sembra giusto, però una volta lei ci metteva più personaggi femminili, e tra l’altro i suoi personaggi femminili sono tutti cattivi.

Nella meccanica del western le donne hanno un ruolo secondario. Nel copione del film che ho preparato, per esempio, non ho messo neanche una ragazza. Non avrei saputo cosa farle fare...

Bè...poteva mettere un tipo come Calamity Jane.

Chi, quella bruttona?

Più che altro come personaggio femminile, dopotutto queste donne in fondo l’hanno fatta la storia del West.

E chi lo nega? Tuttavia il ruolo pur determinante della donna nell’epopea del West è stato oscuro, umile e, soprattutto, abbastanza estraneo a quei “momenti” avventurosi che io inserisco nel Tex e che i lettori si aspettano da me.

Si farà il film su Tex?

Sono anni che viene gente per farlo ma purtroppo io e loro non vediamo il personaggio allo stesso modo.  Addirittura c è il regista Tonino Valerii che mi ha mandato un copione scritto da lui. Io l’ho letto due volte, ma poi ho declinato l’offerta.

Per lei qual è la faccia del Tex?

Quella di John Wayne.

Lo sa che il linguaggio del Tex è diventato molto più spregiudicato? Ha cominciato a parlare come parlavano i suoi rivali nei vecchi tempi. Non è ora di moralizzarlo un po’?

Davvero? Bè, io non me ne sono accorto. Fin dall’inizio ho voluto usare nel Tex un linguaggio duro, violento, a volte amaro. Del resto tale linguaggio accompagna sequenze esse stesse violente: questo era il mondo del west. Quello che ho sempre cercato di evitare è la volgarità, la brutalità gratuita, il sadismo. E le parolacce. Se poi me ne scappa una, perdonatemi, gente! 

Se molla il Tex cosa fa, crea un altro personaggio?

No! Per piacere! Ma lei sa quanti quintali di carta ho scritto? Dal tempo di Vecchi, ancora prima. Da quando scrivevo poesiole per il Corriere dei Piccoli!

Cos’ è il fumetto per lei?

Un mezzo di espressione, come molti altri. C’ è chi lo usa con intelligenza e c’ è chi sbaglia tutto e fa delle grandi castronerie. E poi c’ è anche chi lo utilizza subdolamente soltanto per far soldi, vedi i pornofumetti. Io il fumetto  lo rispetto: è stato la mia vita.

Tornando al Tex, non trova che i personaggi comprimari di Tex abbiano poco spessore psicologico? Non sarebbe meglio ogni tanto, non dico ridimensionarlo, ma almeno dargli degli avversari più degni del suo peso? Perché ultimamente Tex è troppo sicuro di sé, e poi non soffre mai.

E’ l esperienza che lo rende tanto sicuro di sé. E poi oramai è vecchio, ne ha passate di tutti i colori.

Ma i lettori no...

Lo so, il lettore è sempre giovane.

Lei non usa la tecnica americana di riproporre certe situazioni, in certi intervalli di tempo?

No, direi di no.

Tex morirà?

Non credo, ormai mi è scappato di mano. Credo che arriverà un altro scrittore: io cercherò di fare da supervisore. Creperò prima io del Tex.

Trasportiamo Tex ai giorni nostri, cosa diventerebbe?

Un Pannella che fa a cazzotti.

Non c’ è un personaggio, tra quelli che ha fatto, che le piace di più?

Yorga, quello che ho fatto con Canale.

Lei  conosceva Lavezzolo?

Sì, era un bravo ragazzo, non meritava di fare la fine che ha fatto. Meritava di invecchiare bene, senza acciacchi, tranquillamente...Purtroppo non è stato così.

Bè... noi abbiamo finito, la ringraziamo per la sua gentilezza e disponibilità, sapendo che è così gentile chissà quanti d’ora in poi verrano a trovarla...

Ah, no. Per voi ho fatto un’eccezione, amigos, da anni non rilasciavo un’intervista. Ma basta così e per il futuro prometto solennemente che prenderò a fucilate tutti quelli che mi verranno a intervistare. Cuntent?

In confidenza, è tutto vero quello che ci ha detto?

Certo! Io non racconto mai balle, le racconto già sul Tex.

Francesco Bosco [01/06/2017]

TEXIANI IN LIBERA USCITA n. 10 [Documentazione]

Anno nuovo, bende nuove! Ma non temete: sotto puzziamo regolarmente di marcio. Sempre prevenuti e in malafede, ci piace rimestare nel torbido, bazzicare i bassifondi, soggiornare nelle cantine puzzolenti, sistemarci negli angoli bui e maleodoranti. Tutto quello che sa di muffa e di stantio ci attira come mosche. Le persone perbene, giustamente, ci evitano come la peste. Ma noi accettiamo il nostro destino, stiamo alla larga dalla massa. Dopo tutto siamo gente di nicchia. La nostra è una prospettiva raso terra. Se è vero che a questo mondo tutto è relativo, la nostra è e rimane una posizione di parte. Putrefatta quanto si vuole, ma sempre quella.

Per chi non è schizzinoso, il pdf è qua.

 

 

 

La redazione [09/03/2017]

TEX CLASSIC [Edicola]

La notizia dell’uscita della nuova ristampa di Tex, che si chiamerà “Tex Classic”, ha indubbiamente creato più di qualche malumore tra i lettori: lo capiamo, visto che dovrebbe trattarsi di una sorta di edizione in “miniatura” della ormai nota Collezione Storica a Colori del gruppo Repubblica/Espresso che di critiche se ne è beccate non poche. Si, lo capiamo… ma la vera notizia è che questa nuova proposta, realizzata nel classico f.to Bonelli, sarà presentata con una foliazione di sole 64 pagine.

Ebbene, cominciamo a divertirci con due calcoli matematici riguardanti proprio la foliazione. Se l’albo sarà composto da 64 pagine, significa che gli episodi pubblicati su ogni numero, al netto di improbabili articoli a compendio, saranno sei. In questo caso: Il Totem Misterioso, La Roccia Parlante, Terrore a Culver City, la Mano Rossa, La Freccia della Morte e Pista Insanguinata. Se così fosse, potremmo ritrovarci ancora una volta dinanzi ad un albo che riporta la mitica cover del gigante n. 1 seconda serie, dal momento che siamo in perfetta congruità con l’omonimo episodio presente nel volume (La Mano Rossa, appunto). Proseguendo però, le cose non combacerebbero più: Le avventure con Satania, tanto per fare un esempio, non potrebbero certo essere accompagnate dalla spettacolare copertina numero cinque uscita nel gigante, in quanto il  numero cinque del “Tex Classic” dovrebbe riportare gli episodi sul rapimento di Tesah. Quindi la domanda è: con copertine hanno pensato di dotare il “Tex Classic”? forse quelle dell’Albo d’Oro? oppure delle inedite disegnate da uno o più disegnatori della scuderia odierna (Villa, Piccinelli, Dotti, Venturi etc etc)? In verità, ci aspettiamo (ma più che altro auspichiamo) di trovare una specie di adattamento delle vecchie copertine di Galep - un mix tra Albo d’Oro e seconda serie Gigante, come soluzione più logica - piuttosto che un completo e moderno e totale rifacimento delle cover, ma il problema è che potrebbe anche emergere un terribile squilibrio grafico, poiché le Albo d’Oro vivono un un’essenza visiva completamente diversa da quella del gigante: ci troveremmo, insomma, di fronte ad un impatto difficilmente superabile.

Probabile anche un’adattamento composto da sole Albo d’Oro scelte ad hoc, magari assemblate attraverso un lavoro di composizione (come quello di di albi amatoriali che da anni girano su Ebay) anche se non corrispondenti all’azione e ai titoli della pubblicazione: sicuramente non avremo più sulla costa degli albi la leggendaria sequenza La Mano Rossa, Due Contro Venti, Fuorilegge, L’Eroe del Messico, Satania etc… ma, fantasticando, Il Totem Misterioso, Nel Covo del Diablo, Uno contro Cinque, La Banda di Kid Billy, Il Rapimento di Tesah etc…

Questo riordino dei titoli era stato già affrontato con “Collezione Storica”, dal momento che in quel caso le pagine più o meno si raddoppiavano rispetto al formato originale, costringendo i curatori della collana ad un completo stravolgimento. E, sempre in quel caso, il problema delle copertine era stato superato con l’incarico di farne fare di nuove al bravo Villa.

Probabilmente, la foliazione del “Tex Classic” sarà, come dire, l’arma vincente della collana, visto che ritrovarsi con Satania al numero 10 o giù di lì e Il Tranello al numero 20, rappresenta in ogni caso una vera novità. Senza contare che esiste un lettore “feticista” che ama questo genere di novità da esibire in libreria.

Dai lanci di preview fatti dalla SBE, sembrerebbe però che i colori siano gli stessi visti in Collezione Storica. Ecco, forse nel caso di “Tex Classic” è stata persa un’occasione: una ri-colorazione sarebbe stata la vera mossa vincente! E speriamo, con ardore, che ci sia stata almeno la volontà di ripristinare quelle vignette cosiddette “non censurate” che i lettori da tempo si aspettano di rivedere sulla saga: a giudicare dalla tavola di lancio pubblicata nell’inserto pubblicitario, sembra che questo non sia avvenuto, infatti dal ballon della prima vignetta non si evince nessuna modifica.

In ogni caso, suerte “Tex Classic”!!

Francesco Bosco [04/02/2017]

CIAO ALESSANDRO [Autori]

No, davvero non me l’aspettavo! Sapevo, attraverso le parole del suo fraterno amico Romano, che Alessandro di recente non era stato molto bene, ma ne io ne Romano immaginavamo che la situazione fosse così grave, così stamattina è giunta la tremenda notizia della morte di Alessanfro Biffignandi. Ale era una un uomo di cuore dal bellissimo sorriso, davvero una brava persona (e non è la solita cosa, così tanto per dire), oltrechè uno dei protagonisti dell’illustrazione italiana dagli anni ’50 ad oggi. E quello che fa più male è sapere che era ancora entusiasta di dipingere, di avere dei progetti: la sua mano era ancora fresca, prova ne è una serie di sue ultime prove!

Ho un’enorme tristezza nel cuore, anche perchè l’avevo conosciuto di persona passeggiando con lui, Romano e Massimo, nei vicoli di quella Roma che lui tanto amava. Un uomo gentile che non faceva per nulla pesare il senso della sua grandezza artistica... perche Alessandro Biffignandi era davvero un artista immenso, luminoso come le se opera. Bello.

Ciao Alessandro, proprio non riesco ad aggiungere altro. 

Francesco Bosco [22/01/2017]

GIanluigi Bonelli [Autori di Tex]

il 12 gennaio del 2001 ci lasciava Gianluigi Bonelli, il creatore di Tex Willer e autentico fuoriclasse del fumetto italiano. Attivo dagli anni ’30 fino al 1991, quando scrive la sua ultima storia di Tex (Il Medaglione Spagnolo, con i disegni di Guglielmo Letteri, uno dei suoi autori preferiti), GL ha dunque passato insieme ai suoi lettori sessanta anni di avventure popolari dando vita ad eroi come Tex, Yuma Kid, Kociss, Yado e mille altri. È Tex comunque la creatura che più è legata al suo nome a cui il soggettista da vita nel 1948 in coppia con Aurelio Galleppini, quel Tex che ancora oggi rappresenta uno dei fenomeni editoriali più rilevanti nel panorama del fumetto italiano e non solo. Con il Ranger G.L.Bonelli ha attraversato un decennio dopo l’altro senza che le mode, le tendenze e i costumi della nostra società ne intaccassero la figura. Si dice che già nel 1948 il personaggio fosse avanti nei tempi; probabilmente è così, anche se sarebbe meglio dire che fosse diverso dagli altri. In fondo anche l’uomo Bonelli era "diverso" dagli altri: amava starsene fuori dal giro, vestire in un certo modo, trattare gli altri come quasi fosse la rappresentazione vivente del suo personaggio. In effetti lo impersonificava... e non ci sarebbe stato Tex senza quel carattere impetuoso catapultato direttamente nell’avventura del suo inventore.

La redazione [12/01/2017]

Ci lascia Emilio Uberti [Autori]

Quando con Mauro Scremin cominciammo a scrivere il primo volume di Western all’Italiana non immaginavamo che gli autori coinvolti nello swiping fossero così tanti e, in alcuni casi, così importanti: Jean Giraud, Phil Davis, Aurelio Galleppini, Alex Raymond, Mario Uggeri, Roy D’Amy, Hugo Pratt, Guglielmo Letteri, Franco Donatelli, Alberto Giolitti... insomma tra i più grandi non solo di casa nostra ma addirittura del mondo. Ebbene, tra questi figurava anche Emilio Uberti, che avevamo imparato a conoscere attraverso le cover di alcune serie della collana "Avventure del West", edita dall’Audace negli anni ’50. Uberti, classe 1933 e attivo nel mondo del fumetto fino a che non decise che la fotografia e il cinema sarebbero stati gli ambenti professionali a lui più confacenti, è stato un bravissimo fumettista ed un valente illustratore che ha lasciato una traccia indelebile nel mondo dei comics.

Sebbene quelle cover per "Avventure del West" fossero in larga parte ispirate all’opera dei grandi maestri americani, Emilio Uberti rimane nella nostre memoria come un artista davvero capace e molto ammirrato nel panorama fumetistico italiano.

Ieri Emilio ci ha lasciati e con lui se ne va uno dei maestri dell’epoca d’oro che ha fatto sognare le vecchie schiere degli appassionati del fumetto popolare italiano. 

Francesco Bosco [30/12/2016]

TEX retinato [Collezionismo]

Da un interessante articolo del nostro amico Gianni Milone, grande appassionato di tavole originali ed esperto nazionale tra i più valevoli, una disamina sui sistemi di colorazione che vedono coinvolto anche il Tex della raccolta  denominata "Serie Rossa". Come sappiamo la "Serie Rossa" prevede due linee (quella retinata e quella non retinata) ben distinguibili tra loro non solo per la caratteristiche cromatiche delle copertine, ma per altri mille particolari che coinvolgono tra l’altro la carta e l’impostazione della stessa grafica. Ma di questo abbiamo già parlato in altri articoli. Vediamo allora ciò che Gianni ha da dire sui processi di stampa: 

"Propongo un rarissimo esempio di una stessa copertina a fumetti stampata prima in tricromia e poi con il metodo offset-litografico. La stampa in tricromia l’aveva adottata l’editore Nerbini già negli anni Trenta con il giornale Avventuroso. Era composta da tre colori caldi e il nero si otteneva con la somma del giallo, rosso e blu, le matrici erano di zinco in rilievo, quindi più si stampava più si logoravano. Il secondo metodo che si basava sui quattro colori primari freddi, ad esempio giallo limone, utilizzava pellicole. Poi in trasparenza si trasportava il lavoro su lastre di zinco che venivano montate sui rulli di stampa. Praticamente tutti gli editori italiani hanno utilizzato la tricromia, perchè aveva un passaggio di stampa in meno, da Topolino libretto al giornale Intrepido e libretto. Con gli anni Sessanta il costo della celluloide/pellicole si era abbassato e le fotolito costavano meno dei pesanti clichès. Oggi la stampa con computer ha soppiantato questi sistemi, ma si continua a stampare con colori freddi." 

La redazione [22/12/2016]

WESTERN ALL’ITALIANA - VOLUME 2 [Documentazione]

Per le nostre mummie emerite, ripercorrere le linee di sviluppo grafico della storia dei disegni di Galep & C., che si dipanano tra il 1948 e la fine degli anni ‘80, è stata una faccenda complessa ma allo stesso tempo di estremo divertimento. Il collegio ultraterreno composto da due membri, del cui processo di mummificazione si ha garanzia di autenticità, coadiuvati dal sempre perfettamente conservato dottor Roy Mann, una sorta di tutor nel percorso formativo dell’opera, termina qui un lavoro quinquennale in ambiente angusto e claustrofobico ma ben ventilato.

Giunti ormai all’austero e sobrio cerimoniale di chiusura che si terrà in quel di Reggio Emilia, ai nostri amici bendati non rimane che affidare questa fatica, assieme ai rispettivi vasi canopi, alle arroventate sabbie del deserto di Gila e sperare che un giorno o l’altro un Indiana Jones di passaggio possa riportare alla luce quella che si potrebbe texianamente definire una vera e propria Città d’Oro, un tesoro da scoprire e riscoprire, una miniera inesauribile, un mondo favoloso dove splende il sole dell’avventura e dove vivono per sempre gli autori che hanno fatto sognare le mummie di ogni età: Salinas padre, Molino, Bertoletti, Mairani, Giolitti, Pratt, Bignotti, Donatelli, Raymond, Foster, Uggeri, Letteri e tutta quella schiera di amici che si incontrano in questo stupefacente percorso.

“Western all’Italiana - Volume 2” è la fine di questo lungo, meraviglioso e scanzonato viaggio.

Pertanto Francesco Bosco e Mauro Scremin, salutandovi per l’eternità, ritornano nel sarcofago con la giusta ricompensa: fumetti spillati, tavole originali e dolci ricordi in abbondanza.

Mummie di tutto il mondo, gioite!

 

La redazione [01/12/2016]