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In primo piano

L’ANELLO [Documentazione]

Piero è un nostro collaboratore e quella che vedete in immagine è la copertina del suo primo romanzo.

Poi Piero è mio amico e dunque non potevo non dargli lo spazio che merita, pur conoscendolo come uno che prima di incassare un favore, un privilegio, o anche solo una garbatezza, lo devi trovare in giornata per farglielo accettare. A lui non piace la fanfara attorno alle cose, alle sue cose, e neanche a me: I resoconti di un lavoro, tecnico o artistico che sia, si misurano coi brividi che arrivano sotto la pellaccia, e vanno spinti con il minimo indispensabile dei mezzi mediatici a disposizione… poi, quando arriva il momento, si tirano le somme.

Ecco, appunto, questo sito non è nemmeno il minimo indispensabile visto che qui tutta la banda, di cui fa parte anche Piero, vive beatamente ai margini della tangibile e quotidiana materialità del mondo dei fumetti ed altro. 

Molto più importante sarà invece l’incontro di Lunedì 16 Dicembre presso Atelier Ricci, via Burlamacchi 32, a Lucca, dove Piero organizzerà personalmente un incontro per la presentazione del libro. Lucca è casa di Piero e da Lucca parte tutto, compreso questo romanzo che so’ essere stato vissuto da lui intensamente e sulla cui conclusione mi aspettavo tempi assai più lunghi (ne avevamo parlato meno di dieci mesi fa) ma che in realtà si sono rivelati  “tempi da record”. Colpa della maledetta passione, secondo me. 

Ci aggiorniamo la settimana prossima, anche perché qualche dettaglio in più su “L’ANELLO” (Porto seguro Editore) vorremmo saperla.

Ok, ci vedremo meglio alla vittoria, caro Piero

 

 

 

Francesco Bosco [11/12/2019]

Lo strillo 100 pagine [Collezionismo]

Articolo titolato "Lo strillo 100 pagine" cui potremmo affibiare, per completezza, un sottotilo "Albi senza strillo in 4^ ma con lo strillo in 3^ o viceversa con strillo in 4^ ma senza strillo in 3^".

Anzitutto ci riferiamo ad albi in aut. 478. In appendice si riportano alcune considerazioni sguli albi con aut.5926. 

Fascia 1-10: Ci sono evidenze di albi che possono presentare lo strillo in 4^ e non in 3^ (fonte Roberto Maragliano con i numeri 5 e 9) ma non viceversa.

Francesco Bosco ha potuto così argomentare:

La 3^ di copertina senza strillo “100 pagine” è tale poiché questo viene abortito in fase di stampa ma dallo stesso cliché delle copie con strillo (notare lo sbilanciamento della scritta “a sole 50 lire” che è tutta spostata a destra - qui non c’è bisogno di scienziati-). 

Il processo doveva includere la cancellazione dello strillo sia in 4^ che in 3^ di copertina, ma è capitato che la cancellazione in quarta talvolta non avvenisse o avvenisse solo parzialmente (io ho un 5 senza strillo in 3^ che mantiene lo strillo in 4^ anche se si vede a fatica, ma si vede). 

Finora non mi è mai capitato di vedere copie che mantengono lo strillo in 3^ ma mancante in 4^, cosa che invece si è riscontrata negli albi con strillo in 4^ che a volte (direi raramente) non lo riportano in 3^. 

Qualcuno, rimasto spiazzato dalla scoperta di tali copie nella propria collezione, mi ha già chiesto lumi sulla questione e, soprattutto, se questa tipologia di albo è da considerarsi buona per una serie censurata con strillo in 4^; se non erro proprio Roberto Maragliano aveva un paio di queste copie anomale censurate (un 5 e un 8 presi da un banco a Reggio Fiera). Non ho mai saputo dare risposte convincenti, non trovo però scandaloso avere, nella propria serie censurata, dei “100 pagine” senza lo strillo in 3^: Sono solo anomalie che hanno comunque diritto di cittadinanza. Certo che se si scoprisse che tutta la fascia 1/6 avesse questa caratteristiche, allora le carte in tavola cambierebbero. Una cosa è certa: Un 1 NC Leggete/RNFW senza strillo in 4^ l’ho personalmente visto anche con lo strillo in 3^. 

E ancora da Francesco:

Gli 1-10 che non hanno strillo in terza, o meglio che hanno lo strillo in terza cancellato, e che presentano l’intenzione di avere lo strillo cassato anche nella quarta, ma con riuscita solo parziale (cioè quando la patina del giallo non è coprente), esistono. La vera difficoltà è trovare albi che abbiamo in 3^ lo strillo ancora parzialmente visibile. La lavorazione delle matrici delle copertine originarie è vitale... e secondo me tutto ciò dimostra anche che la tipografia era una sola!

E’ quindi possibile fare queste 4 combinazioni (fascia 1-10):

un albo con strillo in 4^ può non avere lo strillo in 3^

un albo senza strillo in 4^ manca sempre dello strillo in 3^

un albo con strillo in 3^ ha sempre lo strillo in 4^ 

un albo senza strillo in 3^ può avere lo strillo in 4^

Fascia 1-16:Lo strillo compare solo in 3^ e quindi il problema non si pone.

Fascia 17-22: Si sono viste copie di albi che presentano questa anomalia tipografica: lo strillo in 3^ e la mancanza di strillo in 4^. Ma non viceversa.

Essendo che di solito risalta la 4^ e non la 3^ di copertina, si è propensi a ritenere gli albi senza strillo in 4^  a tutti gli effetti terze edizioni per i numeri 17 e 18, dove la prima edizione ha strillo in 3^ e 4^ e testatine e la seconda presenta strillo in 3^ e 4^ ma senza testatine. Gli albi della fascia 19-22 senza strillo in 4^ sono seconde edizioni, dato che le prime edizioni presentano lo strillo in 4^. 

Ma, come già detto,  si sono potute vedere copie di albi (vedi 18 e 20) dove senza strillo in 4^ ma con strillo in 3^. Mentre invece non si sono fino ad ora viste copie senza strillo in 3^ ma con strillo in 4^. Queste anomalie tipografiche pongono questi albi come prime tirature dove si sono usati clichè per la 3^ in cui compare ancora lo strillo oppure stampati in una tipografia dove l’ordine di togliere lo strillo in 3^ è arrivato tardivo.

E’ quindi possibile fare queste 4 combinazioni (fascia 17-22):

un albo con strillo in 4^ ha sempre lo strillo in 3^

un albo senza strillo in 4^ può avere lo strillo in 3^

un albo con strillo in 3^ può non avere strillo in 4^ 

un albo senza strillo in 3^ manca sempre dello strillo in 4^

Nota di Francesco Bosco: Dal 17 al 22, esistono anche albi con strillo in 3^ e 4^ senza TD più alti della prima edizione stessa (che comunque presenta a volte anch’essa un’altezza di albi vicina ai 22 cm). Questa cosa è assai curiosa; è probabile che sia stata fatta sparire in tipografia la data dalle testatine con i soliti processi.

Concludendo:Albi 1-10: possono avere strillo in 4^ ma non in 3^. Non sembra vero il viceversa. Albi 17-22: possono avere lo strillo in 3^ ma non in 4^. Non sembra vero il viceversa.

Tutto ciò fino a che non vi sia evidenza del contrario.

Appendice: albi con aut. 5926

E’ ben noto che esistano copie dei numeri 23, 24 e, più raramente del 27 e rarissimamente del 25 che presentano lo strillo in 4^ essendo privi dello strillo per il lancio pubblicitario di albi in 3^. Non è mai stato recepito un albo 26 in queste condizioni ma per continuità è ragionevole che ci sia. Per tutti questi albi si è concluso che tali situazioni corrispondano ad anomalie tipografiche con l’uso di cliché in 4^ ancora con lo strillo. Altri le definiscono primissime tirature, anche se non si capisce bene come mai la Bonelli, alla quale proprio in quel momento sta esplodendo fragorosamente il successo di Tex tra le mani, avrebbe “tirato” i nn 25, 26 e 27 con strillo in maniera del tutto impalpabile, neanche fossero diamanti preziosi. Resta il fatto che queste anomalie rappresentano una originalità e una rarità molto ricercate.

In foto: Un parziale di quarta di copertina in cui si intravvede chiaramente (di fronte all’incavo dello stivale) il punto esclamativo della parola "pagine!". Meno evidente, ma presente, anche l’ultimo zero della parola "100"

Paul Doublier [26/11/2019]

D’antonio: Cover inedita [Autori]

Si sa, Sergio Bonelli era esigente. E non lo era per vezzo, ma per funzionalità. Sapeva sempre guidare i suoi collaboratori verso il miglior risultato. Si trattava di un uomo la cui visione era straordinaria e che, prima di ogni altra cosa, era in grado di mettersi nei panni del lettore. Guardate questa copertina (quella in b/n) che Gino D’Antonio aveva inizialmente proposto al suo editore per la Collana Rodeo e che, come tutti sanno, ospitava la gloriosa “Storia del West”. Ebbene, si tratta della prima elaborazione del n° 56 della collana, realizzata da D’Antonio per il racconto "Veleno giallo" e che Sergio Bonelli gli chiese di rifare più semplice, perchè troppo piena di personaggi per il formato bonelliano. D’Antonio la rifece di sana pianta, lasciando solo Belinda Hall e Ben McDonald nella loro cavalcata: bambino, vecchio e donna di colore furono tolti del tutto. 

È difficile dare un giudizio di merito sui due lavori, sono entrambi straordinari, ma ci sentiamo di dire che con “Veleno giallo” Sergio ci prese: è infatti condivisibile il suo pensiero riguardo all’affollamento e al disequilibrio presenti nella cover di prima bozza. Sergio è stato il vero copertinista delle sue collane: da Tex a Il Piccolo Ranger, da Zagor a Mister No. In particolare su Tex, con l’intuizione di una cover più asciutta e iconica (vedi la serie gigante dal n° 44 in avanti), dove il personaggio viene scollegato dall’azione dinamica rispetto alle precedenti e presentato in pose che ancor oggi rimangono scolpite nell’anima e negli occhi dei lettori. Probabilmente con la Storia del West le cose andarono diversamente da Tex ed facile immaginare che casi come quelli di “Veleno giallo” saranno stati sporadici: D’Antonio era un autore “autonomo”, con le idee chiare e questo Sergio lo sapeva bene.

Ringraziamo l’amico Saverio per aver condiviso questa cover originale donatagli da Gino D’Antonio tanti anni fa. 

Francesco Bosco [23/11/2019]

TEXIANI IN LIBERA USCITA N. 14 [Documentazione]

Ma cosa credevate? Che non sapessimo porci anche noi il problema della nostra proverbiale ruvidità? Decomposti sì, ottusi no. Da vecchie mummie patentate, quali modestamente siamo, l’abbiamo sempre saputo. E abbiamo anche trovato la soluzione, che vogliamo ora condividere. Questa: cosa c’è di meglio per levigare le spigolosità, smussare gli angoli e le asperità se non una bella passata di carta vetrata? Amici, credeteci! Fa miracoli! Dovreste provare…

Alla salute, vecchiacci!

Texiani in libera uscita n. 14

 

 

La redazione [28/07/2019]

Manlio [Autori]

Qualche tempo fa trovai dentro un albo di Diabolik una lettera che un fan del personaggio aveva ricevuto in risposta dalla Astoria, casa editrice delle sorelle Giussani e creatrici di Diabolik. C’era naturalmente la busta con tanto di nome e indirizzo del destinatario e quel nome non mi era nuovo! In quel momento però mi sfuggiva, quindi andai a cercarmelo tra i miei contatti Facebook convinto che vi fosse. E così apparì: era quello di Manlio Bonati. E il suo avatar quello di uno con una faccia buona e “ispirativa”. Gli scrissi nella chat:

“Caro Manlio, riordinando alcune cartelle nel mio computer, ho trovato queste due foto. Il sospetto che sia tu il Bonati è forte . Buona giornata”

“si sono proprio io, avevo la bellezza di 15 anni”

La lettera riportava la data del 17 marzo 1967, infatti. 

E proseguì: “Ho iniziato timidamente nel 1970. Tra poco avrò 66 anni. Chissà come è arrivata a te quella lettera. Scrissi un altro paio di volte alla Astorina. Mi mandarono il nome, il cognome è una fotografia del loro disegnatore che mi piaceva un sacco: Enzo Facciolo, che amo tuttora. Poi inviai un breve racconto a biro su un sepolto vivo (creduto morto dai parenti). C’era molto pathos e sofferenza. Non era male ma non lo pubblicarono. Poi passai (1970) alla ANAF e tante altre collaborazioni. In sintesi: VIVA I FUMETTI!!!. Quando dico che mi interesso di Fumetti e di Storia da quando avevo l’età di 5 anni (sono andato a scuola a quella piccola età) ci puoi credere! Ho scritto un mare di cose e il mio Fiume con d’Annunzio è il lavoro più recente. Non so se andrò avanti…”

”su su... hai appena finito di sviluppare” gli risposi, e da lì ci seguimmo reciprocamente in modalità pubblica.

Un paio di giorni fa, tramite la pagina di Allagalla editore, mi è arrivata la notizia che Manlio non era più tra noi. Una notizia bruciante che mi ha davvero sconvolto. 67 anni sono un’età ingiusta per andarsene. 

Ciao Manlio e grazie per quelle due chiacchiere che ci siamo fatti.

Francesco Bosco [19/06/2019]

Smith & Wesson [Libri e magazine]

Continua la bella proposta della Allagalla editore riguardante la raccolta di vecchi capisaldi del fumetto italiano attraverso la pubblicazione di eleganti volumi curati da Roberto Guarino e Matteo Pollone. Ultima in ordine di tempo è quella che vede il rispolvero degli episodi di Smith & Wesson, una serie western pubblicata sul Corriere dei Ragazzi a cavallo degli anni ’70, che rappresenta l’ultimo lavoro di Mario Uggeri per il fumetto, su testi di Andrea Mantelli.

Di Uggeri ho quasi finito le parole per descriverlo, diciamo solo che con una sintesi finale lo potrei collocare tra gli artisti più espressivi del nostro tempo.

In Smith & Wesson l’artista è capace di attraversare diverse alchimie grafiche che si trasformano sia in potenti e virili scene di azione che in espressività legate alla struttura dei personaggi. Mario Uggeri è stato infatti uno sperimentatore tra i più validi nel mondo del fumetto, tanto da non riconoscerlo quasi più tra quello che disegnò un paio di episodi di Tex nel 1951 e quello dell’ultimo periodo. Uggeri è arte… e questo lo sanno bene tutti gli addetti ai lavori. In lui si denotano comportamenti di chi ha in se lo spirito della narrazione fluida e armonica, di colui che vuole un “linguaggio” allo stesso tempo apprendibile e suggestivo. 

Poi c’è il personaggio Uggeri che non si discosta affatto dall’artista: un uomo che viveva con vigore le situazioni contingenti e con riflessività la dove ve ne fosse bisogno. L’ho conosciuto, ed è questa la cosa che più mi ha colpito di lui.

L’iniziativa di Roberto e Matteo mi ha fatto conoscere per la prima volta Smith & Wesson, dal momento che non avevo mai avuto occasione di leggerne la serie sul Corriere dei Ragazzi e che nemmeno sapevo fosse opera di Andrea Mantelli, sceneggiatore che avevo apprezzato nelle “libere” della Collana Rodeo illustrate da Diso e Polese.

Insomma, una bella iniziativa che fonda il suo piano d’azione su una serie di spunti dei rispettivi curatori che riescono a dare un senso ad una logica mai fine a se stessa ma che anzi acquista un valore superiore per sperimentazione e lavoro di ricerca.

Devo dirvi io che queste opere devono assolutamente campeggiare nelle vostre librerie? No, no di certo.

Francesco Bosco [11/06/2019]

Aumento delle testate SBE [Articoli]

Da giugno 2019 si assisterà all’aumento dei prezzi delle testate della Bonelli.

Ecco alcuni esempi: Tex passerà da 3,50 a 3,90 euro, Tex Classic da 2,90 a 3,20 euro, Tutto Tex da 3,50 a 3,90 euro, Tex Nuova Ristampa da 3,50 a 3,90 euro, Julia da 4,00 a 4,50 euro. I Magazine subiranno un aumento da 6,90 a 7,50 euro. Sono escluse dal ritocco pubblicazioni come Maxi, Tex Willer, Storia del West, Le Storie ed altre testate

Naturalmente questo ha scatenato un can can di polemiche tra chi ritiene che gli aumenti siano del tutto ingiustificati, ob torto collo, e chi invece non vede nulla di strano nell’aumento in nome del fatto che i fumetti in Italia costano meno che in altri paesi della comunità europea. Schierarsi da una parte o dall’altra non ha senso, crediamo intanto che l’aumento di un qualsiasi genere, che siano fumetti o meno, non faccia piacere a nessuno, e che le considerazioni debbano essere estrapolate dal contesto generale. Esistono infatti lettori che acquistano tutte le testate della Bonelli e lettori che ne acquistano solo una o due. Esistono lettori che se lo possono permettere dal punto di vista finanziario e lettori che hanno più di un problema. Va da se che chi fa sacrifici per seguire i personaggi del cuore, l’aumento viene vissuto come una mazzata e dunque inevitabilmente costretto a mollare “qualcosa”, ma esiste anche una tipologia di lettore che, nonostante possa permettersi di “reggere l’urto”, non esita a rivendicare ad alta voce (e spesso a male parole) un diritto che non ha modo di esistere e cioè il blocco dei prezzi ad oltranza!

Di solito per le tasse statali si dice: “le paghiamo e vogliamo i servizi!”. Giusto. Beh, crediamo che alla SBE si possa contestare tutto, compresa una linea politico/editoriale non sempre condivisibile, ma non certo quella di mancare nel suo impegno di produrre fumetti di una certa qualità. 

Del tutto fuori luogo la solita e ripetitiva comparazione con la Francia e altre nazioni europee, non costringeteci a  tirare in ballo benzina, pedaggi autostradali, sistemi pensionistici e sanità

La redazione [10/06/2019]

Rinaldo [Articoli]

Ho conosciuto Rinaldo Traini il giorno in cui decisi di far vedere le mie tavole di prova a fumetti recandomi in Largo Antonelli, dove aveva la sede la Comic Art. Mi ricordo un palazzo molto signorile, col portierato che sembrava quello di un hotel a 5 stelle. Quando bussai alla porta mi aprì una giovane signora, credo la segretaria, che mi fece accomodare in una stanza che di fumetto sapeva ben poco. Non attesi molto, il signor Traini mi accolse chiedendomi subito di fargli vedere quello che avevo nella cartella. Non andava di corsa e non voleva nemmeno sbolognarmi, difatti dopo che ebbe visto le mie tavole si mise là e mi spiegò bene cosa era il “mestiere” di disegnatore di fumetti. Effettivamente non ne sapevo nulla e quello che al momento sembrò essere uno sgarbo fatto ad un aspirante ragazzo, si rivelò col tempo una lezione decisiva. In sostanza, mi disse che quel mestiere era duro e non ammetteva che uno qualsiasi con pure poco talento naturale si permettesse di avere in testa certe presunzioni. Qualche complimento me lo face su degli acquerelli. Mi disse che dovevo mangiare polvere poiché ne avevo davanti un milione. Aveva ragione!

Un paio di anni fa me lo sono visto condividere qualche mio post su FB e dunque a mostrare qualche affinità “politica” col sottoscritto. 

Qualche giorno fa se n’è andato, non mi è venuto in mente il Rinaldo Traini del Salone internazionale dei Comics o quello di Comic Art. No, mi è ritornato in mente quell’uomo franco che in venti minuti mi ha spiegato il duro mestiere del fumettista.

Grazie Rinaldo

Francesco Bosco [07/06/2019]

Sergio 1993 [Documentazione]

Alcuni pensieri sparsi del più grande editore di fumetti italiano e sceneggiatore indimenticabile.

“Mi irrita molto il modo di raccontare di alcuni nuovi fumetti, ad esempio Dylan Dog e Nathan Never. Mi irritano i loro schemi narrativi, il loro modo di spezzare le sequenze. E mi da pena il fatto che mi irritino”

“La mia regola suprema è sempre stata quella di accompagnare il lettore per mano all’interno dell’avventura. Invece i nuovi autori puntano molto sulla complicità del lettore, senza il dovere di spiegare tutto quello che sta accadendo”

“Quando ho passato Zagor a mio padre Gianluigi, creatore di Tex, ho capito che gli faceva proprio schifo, che per lui era una scelta ignobile aver creato un personaggio come Cico. Così lo toglieva di mezzo all’inizio della storia facendolo finire in prigione o moribondo all’ospedale. Mio padre ha una visione molto eroica dell’avventura: penso che non gli siano piaciuti nemmeno i Tex che ho scritto io. Quando usciamo insieme, con reciproca vigliaccheria ma anche con una certa saggezza, evitiamo di parlarne.” 

Il Groucho Marx che tanto ha successo in Dylan Dog non è in qualche modo figlio di Cico?

“Non ho molta memoria per questa cose, ma quando Tiziano Sclavi e Decio Canzio raccontano come è nato Dylan Dog, le nostre chiacchiere in strada, in pizzeria, in redazione mentre cercavamo di mettere a fuoco il personaggio, ecco loro dicono che sono stato io a imporre Groucho. Forse per abitudine, o per intuizione. Dapprima quel personaggio Sclavi non lo voleva, poi ha pensato a Marty Feldman ma io non ero d’accordo per ragioni estetiche. mi dicono che ho voluto Londra invece di New York, scelta banale perché in fondo l’orrore è tradizionalmente più londinese che americano. Comunque non ho il merito vero: quello di aver cambiato il modo di raccontare”

“Il mio modo di raccontare è molto tradizionale. L’irritazione di cui dicevo prima la sento più come lettore che  come editore. Della modernizzazione del fumetto mi sento più vittima che complice. Però questo nuovo modo di raccontare è arrivato da autori che erano da tempo all’interno della mia casa editrice. E allora lì io mi monto la testa e dico che forse è merito dell’atmosfera della redazione, di tutti i miei libri, dei quadri che ci sono qua. Se le cose ci vanno così bene non può essere solo merito della fortuna”

Francesco Bosco [06/03/2019]

LE DIECI DA ISOLA [Autori di Tex]

Alla domanda: “Le sarà consentito di portarsi su un’isola deserta dieci albi di Tex”

“E io porterò Sangue Navajo, La Voce Misteriosa, Le Terre dell’Abisso, La Gola della Morte, La Notte degli Assassini, Massacro, Il Signore dell’Abisso, Vendetta Indiana, Dramma al Circo, La Cella della Morte.

Chi parla è Gianluigi Bonelli e molti saranno sorpresi che nella lista non vi siano storie come La Città d’Oro, Il Grande Re, Sinistri Presagi, Il Passato di Tex, Il Giuramento, Sulle Piste del Nord, Il Figlio di Mefisto, Terra Promessa, Tra Due Bandiere (Di quest’ultima personalmente non mi sorprendo affatto, visto che il politicamente corretto non rientrava nella cultura bonelliana). In ordine di pubblicazione, quella più vecchia è La Gola della Morte (1958) e cioè a 10 anni di distanza dalla nascita di Tex, quella più giovane è La notte degli assassini, una super-storia da sempre poco considerata dalla critica.

Della lista, 5 sono disegnate da Galleppini, 3 da Ticci, 1 da Letteri e 1 da Nicolò (con l’aiuto di Francesco Gamba). Non ne appare nemmeno una con Muzzi, pur considerando che tra le cittadine non si possono dimenticare due perle come Una Stella per Tex e La Caccia disegnate proprio dall’autore di Codogno. Altra sorpresa è la mancanza di un altro memorabile lavoro del periodo più maturo di Bonelli: alludo a Il Clan dei Cubani. Ma dobbiamo anche considerare che non si conosce il tempo in cui Bonelli rilasciò questa intervista ed è molto probabile che sia antecedente alla data in cui uscì Il Clan del Cubani.

Insomma, ognuno di noi avrà le proprie rimostranze da fare rispetto alle proprie aspettative, ma forse la notizia che passa in maniera più inattesa è quella che vede la totale assenza di soggetti tra il 1948 e il 1958; chissà dove avrebbe collocato Satania, Il Tranello, Gli Sciacalli del Kansas, ecc… Francamente l’assenza de Il Tranello, una storia che quasi tutti i texiani mettono nella top-ten, sconcerta, ma GLB avrà avuto i suoi buoni motivi per non portarsela sull’isola. Se osserviamo bene, non esiste una sola storia “nordica”, pochissime western (nel vero senso del termine), mentre abbondano quelle di genere esotico, a testimonianza che Tex di western aveva solo lo sfondo.

Francesco Bosco [11/01/2019]

Sergio parla di Alberto [Autori di Tex]

Voglio pubblicare questo breve documento in cui Sergio Bonelli parla del suo amico Alberto Giolitti. Dalle sue parole traspare tutta la passione verso l’autore romano, emigrato presto in America dove subito ha trovato la sua dimensione di artista ricreando tavole capolavoro per molte testate della Dell Publishing, e la stima come uomo.  

Cari amici,
quello che state per leggere è il secondo episodio di una storia assai particolare di cui ho già avuto occasione di parlare più di una volta nelle mie rubriche. Si tratta di una storia che, nella mia veste di sceneggiatore, cioè come Guido Nolitta, avevo iniziato a scrivere più di quattro anni fa, con molto entusiasmo ma anche molta fatica, rubando il tempo ad altre occupazioni, perché mi emozionava l’idea di vedere un mio soggetto realizzato graficamente da uno dei disegnatori western che più avevo ammirato nella mia vita, come lettore, e che più avevo "inseguito" per cercare di portarlo nella nostra squadra, come editore. Pensate un po’: quell’Alberto Giolitti che mi aveva affascinato sulle pagine dei comic books americani avrebbe dato corpo e vita agli schizzi e agli scarabocchi con cui ho l’abitudine di mettere assieme le pagine delle mie sceneggiature! E proprio pensando al suo stile e alle sue capacità, avevo inserito nella vicenda una serie di elementi decorativi che lui avrebbe eseguito da grande maestro: il pittoresco abbigliamento dei Wolfers, ovvero i mercanti-straccioni, la severa eleganza delle Giubbe Rosse di Sua Maestà Britannica, la rozza materia con cui erano costruiti gli avamposti e la dignitosa povertà degli accampamenti indiani… Purtroppo, tutti sapete che il mio sogno è stato bruscamente interrotto dalla morte di questo straordinario disegnatore e prezioso amico, avvenuta il 15 aprile 1993, quando in redazione avevamo soltanto duecento tavole di una vicenda che, secondo le mie abitudini, prevedevo di sviluppare su circa quattro albi. Sono tavole che conosco a memoria, in ogni più piccolo dettaglio, per averle sfogliate non so quante volte, chiedendomi se fosse giusto che l’ultima, generosa fatica di Giolitti rimanesse sconosciuta a tutti quei lettori di Tex che ormai avevano imparato a volergli bene. Il risultato dei miei dubbi è davanti ai vostri occhi: la storia è stata continuata e terminata da un altro grande amico ( e in un lontano passato anche "allievo" ) di Giolitti. Sto parlando di Giovanni Ticci, autentica colonna del nostro Tex, di cui già potete vedere tre pagine proprio in questo albo, a testimonianza di un mio "ritocco" portato successivamente alla sceneggiatura che avevo dato all’indimenticabile Alberto. Sono certo di aver fatto la scelta giusta, come sono certo che apprezzerete, pur nella loro differenza, gli stili di due autentici artisti, accomunati, oltre che dall’amicizia, dallo stesso amore per il Far West americano.

Francesco Bosco [09/01/2019]