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In primo piano

WESTERN ALL’ITALIANA 3 [Documentazione]

Un caso umano, anzi due

No. Non ce l’abbiamo fatta. Neanche ‘stavolta. Eppure la buona volontà ce l’abbiamo messa. Tutto inutile. Non è servito a niente. Ci siamo detti: “Sentiamo se c’è qualche buon’anima, qualche luminare che si prenda a cuore il nostro caso”. Macché. Non abbiamo risolto niente. Un fuggi fuggi generale, neanche fossimo degli appestati. Nessuno che si prendesse la briga di assumersi questa incombenza, non dico di risolvere il nostro penoso caso, ma almeno di studiarci. E quanti ne abbiamo consultati. Da quel poco che siamo riusciti a carpire, appare chiaro che la nostra sia una sindrome che sfugge ad ogni classificazione. “Non c’è letteratura”, ci è stato detto. Si tratta forse di mania, magari di disturbo ossessivo compulsivo, di possessione diabolica? Vallo a sapere…

Fatto sta che sono ormai 10 (dieci) anni che andiamo avanti così, sballottati qua e là dai flutti della mente in gran tempesta, come direbbe il sommo poeta.

Insomma, per farla breve, fate qualcosa! Mandateci qualcuno, un esorcista, un astrologo, un geometra… Va bene tutto!

 

 

 

 

 

 

 

 

Francesco Bosco & Mauro Scremin [16/12/2021]

Segnali d’amore [Autori di Tex]

“Chissà se il grandissimo Francesco Bosco, il più grande esperto mondiale di Galep, accetterà la richiesta di amicizia da parte di questa vecchia mummia”.

“Chissà se il giovane reprobo accetta la proposta di scrivere un art per la rivista Texani in programmazione a metà febbraio o giù di lì”.

“Nessun problema tizzone d’inferno, l’articolo sarà pronto per fine gennaio, primi giorni di febbraio (massimo)”.

E l’articolo me lo consegnò alla fine di gennaio. Emanuele era di parola, napoletano dentro ma preciso come un orologio svizzero.

Ci conoscevamo già da un bel pezzo, ma questo fu il nostro primo contatto su Facebook.

Lo scorso anno, in occasione della scomparsa di Maradona, gli scrissi in chat (trascrivo): “Ero un ragazzino quando morì Bruce Lee, mio mito assoluto, e so che significa perdere un punto di riferimento. So che amavi Maradona e se domani si comincerà a parlare della cocaina, spegni il computer, la gente non sta bene, è frustrata, è cattiva…”

“Grazie della vicinanza Francesco, è vero quello che hai scritto. Domani sarà peggio. Uno dirà è solo un calciatore, però per me bimbo è stato un mito e sono cresciuto con lui…”

“Domani sarà peggio”, diceva Emanuele, ma peggio non doveva essere quello che è successo in seguito, e cioè che esattamente un anno dopo avesse dovuto raggiungere lassù il suo amico Maradona. E nemmeno che la sua storia di Tex sarebbe uscita in edicola nel giorno della sua scomparsa. È andata invece proprio così. Ed Emanuele, per chi non lo sapesse, era un giovane ragazzo nei suoi anni più belli.

Tex era la sua passione. E gran parte del fumetto classico; personaggi come Blek, Zagor, Storia del West, Ken Parker… o scrittori come Nolitta e Berardi. E aveva un amore sconfinato per Galep. Andava su tutte le furie se qualcuno glielo toccava. E purtroppo Galep glielo “toccavano” tutti i giorni. Una guerra!

“Ema, ti sei mai chiesto perché Galep è il bersaglio preferito di tutti coloro che oggi rivendicano spazio per gli autori internazionali, e non lo è, ad esempio, Letteri? “Sai, colpire il massimo simbolo texiano per lasciar strada a questi nuovi interpreti è una vecchia e sempre funzionante strategia”.

“… France’ ieri leggevo Lo sfregiato, niente, quel Tex perché non ritorna?”

A chi me la faceva, non ho mai saputo rispondere a questa domanda, e non sono riuscito a dare una risposta nemmeno a lui.

Alla fine è il pubblico che giudica! E il pubblico premia il Tex di Galep quando lo ristampano in 28 milioni di copie su Collezione Storica. Con buona pace degli indegni strateghi.

La nostra chat è chilometrica, come lo erano le telefonate. Avevo, indirettamente, a che fare con lui tutti i giorni, visto che mi arrivavano le notifiche di suoi interventi in altre pagine di FB, oltre quelle che condividevamo o gestivamo. Un’altra guerra, signori! Parlando con Ismaele, il suo amato fratello, ci siamo trovati d’accordo sul fatto che Emanuele non ne lasciava (giustamente) passare una, ed arrivava a veri e propri scontri con utenti anche celebri (qui permettetemi di non fare i nomi di queste mezze calzette che affollano la scena dei fumetti ed altro, senza averne titolo).

Ismaele glielo diceva, io glielo dicevo: ma che cazzo ti metti a discutere con uno che: “Chi tene ‘o mare, è una canzone di merda”. Che: “Le sceneggiature di GL Bonelli sono ingenue”. Che: “La cucina napoletana è tra le peggiori”.

Il 18 ottobre del 2018 Boselli approva la sua sceneggiatura per una breve. Di Emanuele conservo almeno quattro sceneggiature che mi ha spedito nei mesi precedenti l’approvazione della “breve” e che custodisco ancora nella cartella nominata “Tex_Ema”, ma comunque la notizia di quella approvazione lo manda in paradiso.

Ecco, quando ho visto che dopo tre anni stava per uscire la sua storia e non vedevo il mio amico sulla sua pagina FB, benché avesse avuto un intervento di cui aveva parlato in un post molto amaro il 27 settembre, mi sono davvero preoccupato. L’ho chiamato, ma non rispondeva. Gli ho mandato gli auguri di compleanno tramite WApp, e niente. Allora ho chiamato gli amici più stretti: “Ragazzi… Emanuele non rinuncerebbe a questa cosa neanche se fosse inchiodato in un letto con tutte le ossa rotte, lo conosco troppo bene”.

Gli amici hanno avuto il mio stesso pensiero.

Emanuele era sì inchiodato ad un letto, ma nel profondo sonno di un coma farmacologico. E nella notte del 24 novembre se n’è andato.

Se il compito di tutti noi è quello di lasciare qualcosa ai posteri… allora io dico che Emanuele ha lasciato segnali d’amore, basta vederlo in foto.

Francesco Bosco [26/11/2021]

Rarissima variante Zagor per alcuni spillati della 2926 [Collezionismo]

È recente l’apparizione su ebay di una copia spillata del numero 27 di Tex in aut. 2926 che presenta in quarta Zagor anziché Piccolo Ranger: una autentica rarità mai vista alle fiere né in internet. Tant’è che è andata a più di 350 euro.

Il 27 spillato in aut. 2926 è l’ultimo albo della bella prima ristampa spillata degli albi censurati in aut. 478 e 5926 e, come si sa, alterna in quarta Zagor e Piccolo Ranger.

Sono albi che appaiono senza data di pubblicazione. Per desumere l’uscita di questa ristampa consideriamo questi dati certi...

Tutto nel pdf!

 

 

 

Allegato: Rarissima variante Zagor per alcuni spillati della 2926

Paul Doublier [15/10/2021]

Questione di tariffa [Articoli]

Al contrario di quello che si pensa, modelle e modelli americani avevano una tariffa non indifferente e, considerando che all’artista della cover andavano circa 200 dollari, bisognava prestare molta attenzione ad assumere. Inizialmente, infatti, i modelli posavano tutto il tempo che serviva per una bozza: era un tempo lungo, come si può ben immaginare. Poi, con l’avvento della fotografia e dei proiettori, fu tutto più facile. Rudy Nappi, uno dei massimi illustratori della cover-book americana, fu tra i primi a usare la macchina fotografica in sostituzione della costosa posa e di ciò informò l’amico e collega Bruce Minney, che fu istruito dallo stesso Nappi sullo sviluppo delle immagini. La cosa era uscita fuori in seguito alle lamentele di Minney sulla parcella sempre più costosa da pagare a Robert Scott, uno dei modelli più famosi preferiti da Minney. Ma non era certo solo Robert Scott ad aver contribuito all’aumento del cachet dei modelli: le donne, ad eccezione di Shere Hite, avevano sensibilmente alzato le loro pretese per il lavoro “ordinario” mentre pretendevano compensi differenziati in caso di pose di nudo. Lisa Karan (la favorita di Norm Eastman), da gran professionista quale era, faceva differenze tra nudo e ordinario e finì per essere una tra le più gettonate assieme a Eva Lynd e Sheba Britt. Shere Hite, che fu una modella prima di diventare famosa per aver scritto libri sulla sessualità femminile e maschile, non faceva differenze, come abbiamo detto, tra casto e nudo.

La Hite era arrivata al femminismo per vie traverse. Studentessa a Columbia, per pagarsi da vivere aveva posato nuda per una pubblicità Olivetti. Era rimasta poi orripilata dalla didascalia apposta a corredo dello spot: “The typewriter that’s so smart that she doesn’t have to be”… “questa macchina da scrivere è così intelligente che lei non deve esserlo”. Ha posato per molti artisti, ma era la musa di Robert McGinnis. Verso la metà del ventesimo secolo, McGinnis era al top della notorietà e uno dei principali illustratori della nazione: la sua galleria di agili sirene dalle gambe lunghe, maturamente sessualizzate e a malapena vestite, adornavano innumerevoli paperback polizieschi, noir e locandine cinematografiche, da dieci centesimi. La Hite si è spenta a settembre dello scorso anno, all’età di 77 anni.

Modelle e modelli spariscono letteralmente con l’avvento della cover fotografica; dal 1967, circa, le riviste dedicate ai soli maschi adulti iniziano a pubblicare foto di procaci ragazze, inizialmente leggermente svestite poi completamente nude. Tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, alcune di queste testate proporranno audaci copertine sexy con interni palesemente hard. Il modello d’importazione trovò seguito anche in Italia, seppur con qualche anno di ritardo.

 

La redazione [07/09/2021]

"Cari amici..." [Articoli]

Non ho mai avuto particolare attrazione per Kriminal o Satanik, ma mai, nemmeno quando avevo 10 anni, ho usato parole di disprezzo nei confronti di personaggi che non amavo, figuriamoci ora. A tal proposito mi viene in mente un episodio che accadde negli anni ’80. Acquistavo Orient Express, una rivista che accoglieva molti autori di grido come Giardino, Milazzo e Berardi, Tacconi, D’Antonio, Brandoli, ecc... e ricordo che al suo interno si ospitava una rubrica di posta in cui si poteva lasciare a ruota libera un proprio commento (naturalmente all’epoca dovevi armarti di busta e francobollo per farlo). Dopo qualche mese dalla sua pubblicazione decisi di dire la mia, così presi un foglio e iniziai a scrivere ciò che in realtà mi stava facendo incazzare da un po’ di tempo, e cioè la cattiveria con cui certa gente si esprimeva nei confronti degli autori che pubblicavano i loro lavori sulla rivista. In particolare mi pare che fosse Anna Brandoli quella più bersagliata, ma sicuramente non solo lei. Scrissi una paginetta che aveva un titolo "Cari amici postaroli", la misi nella busta e la spedii alla redazione del giornale. Passò, credo, un mese, forse due, acquistai Orient in edicola per gustarmelo come al solito e anche per vedere se avevano pubblicato quella mia lettera nella rubrica della posta. Niente, evidentemente quello che avevo scritto o non era interessante oppure quella busta si era persa in mezzo al mucchio della posta che arrivava. Lasciai la rivista sul tavolo del soggiorno di mia suocera (vivevo da lei con sua figlia) e me ne andai alla scuola di musica. Quando ritornai, la mia ragazza sorridendo mi disse che avrei dovuto informarla che avrei scritto un editoriale per Orient Express firmandolo con il suo nome. Rimasi sbigottito. Così mi fece vedere che il direttore Luigi Bernardi aveva usato quella roba che avevo scritto per farci l’editoriale al posto del suo consueto pezzo. E naturalmente era firmato Rita Di Casola (la mia fidanzata). Insomma, ora andarlo a recuperare quel numero mi comporterebbe un mucchio di fatica, chissà in quale scatolone ho messo la raccolta degli Orient Express, ma in sostanza era un atto di accusa verso tutti coloro che disprezzavano, usando termini esplicitamente offensivi, gli autori di quella rivista.

Episodio sulla terra: Al Palatino di Roma (una piccola mostra mercato che si svolgeva ogni prima domenica del mese fino a qualche anno fa) uno arrivò a dire che Leone Frollo non sapeva disegnare e che non gli piaceva nemmeno il grande illustratore Averardo Ciriello. Meno male che lo disse solo a me e che io, per pietà, non diffusi la notizia in sala. No, non si trattava di un turista di passaggio ma di uno che di fumetto sapeva. Ora, resta da stabilire se "Leone Frollo non sa disegnare" è da mettere nella categoria de gustibus, oppure se chi spara queste cazzate è da radiare seduta stante dall’albo degli intenditori di fumetto. Opto per la seconda, e lasciatemi dire che ’sta storia del de gustibus ha letteralmente frantumato i chitarrini, almeno al sottoscritto.

Francesco Bosco [31/08/2021]

TEXIANI IN LIBERA USCITA N. 18 [Documentazione]

LE FRASI CELEBRI

Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione, quindi, è eccellente.

Confucio

Quando Yahweh, tuo Elohim, ti benedirà come ti ha promesso, tu farai prestiti a molte nazioni, ma non prenderai nulla in prestito. Dominerai molte nazioni, mentre esse non ti domineranno.

Deuteronomio 15,6

Che cos’è il sigillo della raggiunta libertà? Non provare più vergogna davanti a se stessi.

Friedrich Nietzsche

Texiani in libera uscita n. 18

La redazione [11/08/2021]

Rip Kirby compie 75 anni [Fumetto USA]

Rip Kirby compie 75 anni.

Dopo la seconda guerra mondiale, Raymond non tornò a lavorare su nessuno dei suoi precedenti fumetti di successo (Flash Gordon, Jungle Jim, Secret Agent X-9), ma iniziò invece a lavorare su una nuova striscia in cui l’ex marine Rip Kirby ritorna dalla seconda guerra mondiale e va a lavorare come investigatore privato, a volte accompagnato dalla sua ragazza, la modella Judith Lynne "Honey" Dorian (il suo nome e soprannome sono stati presi in prestito dai nomi delle tre figlie di Raymond).

Rip Kirby si basava sul suggerimento del redattore di King Features Ward Greene affinché Raymond provasse una striscia "da detective". Pubblicato per la prima volta il 4 marzo 1946, la striscia ricevette un immediato successo sia per la narrazione che per l’arte grafica per la quale Raymond e Rip ricevettero il premio Reuben nel 1949.

Durante i 10 anni di Raymond sul personaggio (1946/1956), le storie furono inizialmente scritte da Ward Greene e successivamente, dopo la morte di Greene, da Fred Dickenson. Alcune sequenze sono state scritte anche da Raymond. Nel 1956 Raymond rimane ucciso in un incidente d’auto. King Features ha subito bisogno di un sostituto e lo trova in John Prentice. Dickenson continuò a scrivere la serie fino alla metà degli anni ’80, quando fu costretto a ritirarsi per motivi di salute. Prentice ha successivamente assunto la scrittura insieme ad altri, continuando la striscia fino alla sua morte, avvenuta nel 1999. La striscia si conclude con il ritiro di Rip il 26 giugno 1999. Prentice ha ricevuto la National Cartoonists Society Story Comic Strip Award per il 1966, 1967 e 1986 per il suo lavoro sulla striscia.

Nel corso degli anni di pubblicazione, la striscia è stata "ghostata" e assistita da molti artisti e scrittori, tra cui Frank Bolle, Al Williamson, Gray Morrow, Al McWilliams, Al Williamson, Angelo Torres, Bob Fujitani, Dan Adkins, George Evans, Grey Morrow, Leonard Starr, Neal Adams, Tex Blaisdell, Wayne Boring.

Rip è la chiave del fumetto moderno, seguito moltissimo anche in Italia da artisti di livello come Galleppini, Civitelli ed altri. Ricordiamo che Tex vede nascere la sue gesta grafiche con molti disegni ispirati all’opera di Rip Kirby.

La redazione [04/03/2021]

Mezzo secolo fa [Autori di Tex]

Era il febbraio del 1971, esattamente 50 anni fa, quando usciva l’albo di Tex n. 124 “Giubbe Rosse”, nel quale si concludeva una della più acclamate storie di Tex: “La croce tragica”, di Gianluigi Bonelli e Giovanni Ticci. È una storia che fa parte del cosiddetto “periodo d’oro” di Tex che molti identificano nella fascia che va più o meno dal n. 101 fino a circa al n. 199. Che dire? Sicuramente si tratta del periodo in cui il successo di vendite della testata raggiunge i picchi più alti (600mila copie per l’inedito più le quasi 200mila della ristampa Tre Stelle), ma da qui a definirlo il periodo in cui escono le storie più belle ce ne corre. Non vorremmo dimenticare “La valle della paura”, “Il tranello”, Sangue navajo”, “Le terre dell’abisso”, “Il grande re”, “El Rey”, “Sinistri presagi”, “La gola della morte”, “Gli sciacalli del Kansas”, “La rivolta degli Apaches”, “La città d’oro”, “Dramma al circo”, ecc… tra quelle più cariche di leggenda, o “Il Coyote Nero”, “Avventura sul Rio Grande”, “L’uomo dalle quattro dita”, “Yuma”, “Incidente a Fullertown”, “La caccia”, “Il sicario”, ecc… tra le ante 100 caratterizzate da quel pizzico di insolenza narrativa tanto cara a Bonelli, fino a “Tucson”, “Il clan dei cubani”, “Gli eroi di Devil Pass” e molte altre post 200. Detto ciò, non si può negare che il cosiddetto “periodo d’oro” sia certamente contrassegnato dalla straordinaria continuità di storie dalla elevata e inequivocabile fattura se solo pensiamo a Bonelli e soci quando infilano, una dietro l’altra, “El Morisco”, “Il giuramento”, “Gilas”, “Massacro”, “Chinatown”, “Sulle piste del nord” e “Il figlio di mefisto” ed ancora “La cella della morte” e “Terra promessa”… o capolavori come “Diablero” chiusa tra la buonissima “Conestoga” e la non indimenticabile “Il ritorno di Montales”.

Ad ogni modo, “La croce tragica”, più comunemente conosciuta come “Sulle piste del nord”, pur non essendo una delle storie preferite da Gianluigi Bonelli, è senz’altro la “Dark side of the moon” dei Pink Floyd, disco che è una sorta di fiore all’occhiello della band inglese.

Fu la prima storia di Tex che lessi, non sapevo chi fosse Galep e su questo Tex avevo l’impressione di una roba per grandi non certo per ragazzini come me. Di Ticci avevo visto la firma sulle tavole, mi entusiasmavano i paesaggi nordici, il treno alla stazione di Winnipeg, il pontile di Lacoste, le pinete secolari, ma anche i caseggiati cittadini e gli interni degli uffici. Da quel giorno divenne il mio disegnatore preferito ed è curioso che nel mondo texiano io venga definito da sempre un inguaribile e fissato galleppiniano. Ho amato Galep e Letteri moltissimo, ma Ticci è colui che più mi ha colpito. Lo incontrai di persona quando “Sulle piste del nord” aveva ormai più di venti anni e ricordo perfettamente che mentre ero in macchina e mi stavo recando a casa sua pensavo a come parlargli delle emozioni che mi avevano suscitato da ragazzino i disegni di quella storia. Ahimè, un buco nell’acqua: a Giovanni non piaceva parlare delle sue vecchie cose, figuriamoci guardarle. Fortuna volle che capitai quando stava disegnando “Il pueblo perduto” (una storia che pochi sanno essere destinata originariamente alla serie regolare) e sui ripiani della sua libreria giacevano alcune straordinarie tavole di “Furia rossa”, cosicché l’iniziale amarezza si trasformò presto in rinnovato entusiasmo. Nonostante ciò, riuscimmo a parlare lo stesso di “Sulle piste del nord”, della evidente influenza giolittiana che traspare nella parte iniziale della storia, degli aiuti di Bignotti nelle tavole finali e della bellezza dei dialoghi scritti da Gianluigi Bonelli.

Insomma, ognuno di noi è stato inevitabilmente forgiato dalla prima lettura texiana. Nel 1971, quando iniziai a leggerlo, erano già usciti più di centoventi albi, poteva capitarmi Raschitelli o poteva capitarmi quella storia fatta con i montaggi redazionali (“Avventura a Cedar Mines”) e non so se sarebbe cambiato qualcosa. Davvero non lo so dire… ma forse sì, qualcosa sarebbe cambiato, perché per me i disegni sono metà dell’opera.

Francesco Bosco [22/02/2021]

TEXIANI IN LIBERA USCITA N. 17 [Documentazione]

E cominciamo con le frasi celebri, tanto per gradire…

"Quasi tutti i giorni spariscono delle parole perché sono maledette. Allora al loro posto naturalmente vengono messe delle parole nuove che corrispondono alle nuove idee."

Agente Lemmy Caution: Missione Alphaville

"Non senti ancora la bellezza della distruzione delle parole. Non lo sai che la neolingua è l’unica lingua del mondo il cui vocabolario s’assottigli di più ogni anno? … Giunti che saremo alla fine, renderanno il delitto di pensiero, ovvero lo psicoreato, del tutto impossibile perché non ci saranno più parole per esprimerlo."

George Orwell, 1984

Texiani in libera uscita n. 17

La redazione [07/01/2021]

Il west di D’Antonio [Autori]

Se non è D’Antonio, ci somiglia molto. E se non fosse lui, non saprei dire chi è questo mostro di bravura.

Ok, a prescindere da chi sia (ma è lui), Gino è uno di quelli che ho amato di più, un disegnatore formidabile, carico di intensità, dinamismo e spontaneità. Lo scoprii con "Il Ponte", sulla Collana Rodeo, mi innamorai di come disegnava i cavalli, le donne, i paesaggi e tutta la frontiera. Al tempo già leggevo Tex, leggevo Gian Luigi Bonelli, uno che ti scorre sotto gli occhi e nella mente come un torrente che fluidifica verso valle, così D’Antonio, scrittore oltre che fumettista, mi era invece un po’ più ostico da leggere. Confesso che la sua Storia del West mi prese solo a tratti, ma solo perchè non amo il fumetto storico, sono nato con i seriali d’avventure, di fantasia, quello dove tutto si inventa e dove tu sei parte attiva come sognatore, ho infatti sempre considerato il fumetto come un’arte che ti deve far evadere, sognare, fantasticare... non una cosa educativa o didattica. Non ho bisogno di comprare un albo di fumetto per sapere da qualcuno cosa veramente successe nella frontiera americana di fine ottocento, mi prendo uno, cinque, venti libri di quelli giusti e ho risolto il problema didattico. Eppure sono riuscito a farmi piacere l’opera di D’Antonio, soprattutto nel suo ultimo periodo: dalla seconda metà degli anni ’70 sino alla fine... della pista.

Ma il primo "Storia del West" non fu quello di D’Antonio ma di Renzo Calegari: altra tremenda botta d’amore... cos’era il Duello o L’ultimo duello (vinto a piastre), un titolo compartecipato nella seconda mi pare da Erminio Ardigò. Che roba quei chiaroscuri di Renzo. Facevo le classifiche un paio di volte l’anno (le mandavo anche a Sergio Bonelli, che me le chiedeva) e D’Antonio e Calegari erano sempre ai primi posti. Ma vabbé ai primi posti c’erano sempre i soliti: con Renzo e Gino, Ticci, Milazzo, Galleppini, Tacconi, Ferri... ma quando ci infilai gli internazionali al primo posto della classifica mise le tende un certo Alex Raymond, che non volle più toglierle. Già, gli internazionali, lotta dura con gli italiani quando arrivarono prima Kubert e poi Buscema, Williamson, Krenkel e perfino De La Fuente, uno a cui hanno rotto le palle sul Tex ma che aveva una potenza grafica impressionante. Che noia questa storia dei talenti presi a pallonate su Tex: Diso, talento naturale, non garba, però poi garba Font, garba Breccia. Boh, un mistero ‘sto lettore dei nostri giorni. 

A me non sono mai troppo piaciuti i disegnatori che impiastravano le vignette con mucchi di robe, a meno che non fossero Toppi o Battaglia, e non mi sono mai piaciuti nemmeno quelli col segno con "troppe linee da capire", alla Crepax per intenderci, avevo l’impressione di qualcuno che mascherava il suo poco saper disegnare con la scusa del “messaggio”. Due scatole ’sto messaggio nei fumetti. Gli unici, diciamo così, messaggi che ho accettato nel fumetto son stati quelli di Andrea Pazienza e Stefano Tamburini. Fine della storia.

Francesco Bosco [31/12/2020]