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In primo piano

Leggere e collezionare Jonny Logan [Altri fumetti]

Uscito nelle edicole nel luglio del 1972 Jonny Logan cattura subito l’attenzione del pubblico e della critica! Le avventure di Giovanni Loganetti, il Professore, Mago Magoz, Danilo Muscoletti e Benito Talponi si svolgono in Italia, un gruppo di personaggi un poco strampalati che formano i C.T. ovverosia i Cacciatori di Taglie.

L’autore, Romano Garofalo, utilizzando la non facile chiave umoristica-satirica riesce a creare un affresco realista e a renderlo comprensibile agli adolescenti, ai quali era rivolto il fumetto. Affresco oggi quanto mai attuale con le classiche problematiche italiane mai risolte, che i Cacciatori di Taglie affrontavano con idee alternative e creative condite con un pizzico di genialità e visione del futuro.

Una considerazione: lo stile di scrittura nel panorama fumettistico italiano nasce aulico e didattico con i primi Corriere dei Piccoli, poi referenziale fino al dopoguerra, subito dopo la crescente voglia di libertà e il fascino esterofilo degli USA fanno prevalere dialoghi coloriti e a volte buffoneschi. Si avvicina il ’68, l‘Underground nato in America negli anni ’50 trova autori italiani che esplorano quel mondo, il linguaggio diventa più diretto, volgare per rompere gli schemi, non si fanno sconti a chicchessia e la maggiore presa di posizione politica ne diventa un marchio di fabbrica. La confusione poi degli anni successivi pesca un po’ dappertutto a seconda del pubblico a cui si rivolge la pubblicazione, ecco allora negli anni ’80 abbiamo sia il trash che il più forbito e ricercato linguaggio autoriale.

Oggi il linguaggio fumettistico è figlio di questi tempi, con il paradosso forse che troppi scrivono e pochi leggono.

Jonny Logan ha un linguaggio pulito e integro nella forma, uno stile classico, scorrevole, che risulta piacevole nella sua eleganza senza tempo.

Collezionare Jonny Logan

Pochi collezionano seriamente Jonny Logan, da sempre un po’ snobbato in favore di altre testate e, a torto, ritenuto un epigono di Alan Ford, che se da un lato ha delle innegabili analogie dall’altro ne va riconosciuta la visione e l’evoluzione totalmente diversa.

Ma procediamo con ordine e vediamo di dare finalmente la giusta importanza e valenza collezionistica a questo splendido fumetto, che come vedremo non è proprio così semplice da raccogliere e completare, anzi è una bella sfida. Due sono le serie edite, la prima di 56 numeri in formato libretto e la seconda che consta di 21 numeri in formato albo spillato. La prima cosa che notiamo è la particolarità delle prime 18 copertine, con la curiosa vignetta della cover che corre anche sul retro, cosa che personalmente non ricordo sia  stata adottata in altri fumetti prima di Jonny Logan, sistema che sarà poi ripreso da Milazzo per i suoi Ken Parker. La copertina non è in cartoncino comune ma plastificata e lucida e questo ne ha permesso un minor deterioramento nel tempo.

Entriamo ora nel dettaglio per quanto riguarda la prima serie: numeri veramente difficili non ci sono, salvo però trovare i tre numeri in blister con allegato che sono i numeri 9-19 e 24.

Il numero 9 contiene il poster a colori di grande formato, circa 50/70, disegnato da Dino Busett dove ci sono tutti i componenti dei C.T., il gatto Aristide e il Commissario Tagliola con i suoi due assistenti Trik e Truk.

Al numero 19 l’allegato editoriale “Medium”, un albetto autocopertinato di 16 pagine in bianco e nero, promo della nuova serie di R. Garofalo con i disegni di Trevisan. Non sono sicuro ma mi sembra di ricordare che lo stesso albetto venne distribuito anche ad una Lucca Comics.

Nel numero 24 il poster della Nazionale Italiana di calcio.

Tutti e tre sono difficili da trovare, un poco meno forse quello col poster dei C.T.

Mentre quello con albetto Medium sembra più difficile, si può supporre che i resi siano stati aperti e ridistribuito l’albetto.

Capitolo adesivi: sono nei numeri 11-12-13-14-15-16, più comuni i primi quattro, il 15 più noioso, ma il vero scoglio è il difficile numero 16, forse dipende dal fatto che tutti gli adesivi hanno personaggi singoli o in coppia mentre il numero 16 è uguale al poster con tutta la banda al completo.

Un numero che risulta meno comune a trovarsi è il 46 che spesso si trova con il corpo pagine scollato dalla copertina.

Gli ultimi numeri della serie leggermente meno diffusi ma niente di impossibile.

I supplementi della prima serie:

Manos Kelly di A. H. Palacios al n. 26.

Ai numeri 14-17-31 tre cartonati quadrati, rispettivamente: Le altre avventure di Nick Carter - Il primo libro di Zio Boris - Nick Carter story.

Al numero 44: Per un pugno di lenticchie.

Al numero 46: Clovik e il Burgundo.

La seconda serie è composta da 21 numeri, cambia il formato che diventa, da libretto, albo spillato con episodi tutti a colori.

La carta fine della copertina e lo sfondo sempre completamente bianco rende gli albi molto delicati per quanto riguarda la conservazione, e più soggetti ad usura rispetto ai libretti della serie precedente.

Serie abbastanza difficile da trovare completa, soprattutto in ottime condizioni, gli ultimi 5 numeri i più difficili e in particolare il 20 e l’ultimo, il 21, che è il vero scoglio della serie.

Segnalo anche il bel volume del 2006, Jonny Logan collection - edizioni Lo supponevo -, ristampa dei primi due numeri della prima serie, con una bella analisi di presentazione scritta da Graziano Frediani: “Il dito nella piada“.

Nel 1978 esce il volume cartonato di Jonny Logan, copertina di Dino Busett, che ristampa a colori le storie dei numeri 2-8-9-12 e 28, rimontate in 4 tavole per pagina che rendono le storie più scorrevoli graficamente.

Leone Cimpellin, scomparso nel 2017 alla veneranda età di 90 anni, è il creatore grafico di Jonny Logan, un disegnatore eclettico attivo dagli anni ’50. Ha disegnato Red Carson, Plutos, Pecos Bill, per il Corriere dei Piccoli vari personaggi umoristici come Carletto Sprint, Gelsomino e Gibernetta. Sua la famosa pubblicità Un tigre nel motore per la ESSO. Fine anni ’60, Belfagor e fiabe proibite per il fumetto erotico. Diabolik, Martin Mystere e Nathan Never, e questa è solo una piccola parte del suo mondo. La critica francese lo ha definito “l’Uderzo (disegnatore di Asterix) italiano”, e questo fa capire la grande considerazione che avevano di lui.

Personalmente di Jonny Logan reputo il suo disegno più bello la bellissima lito del 2006, in 50 copie numerate e firmate, della Galleria Libreria Dell’Arco. La banda al completo, un raro equilibrio nella composizione grafica che risulta piacevole alla vista, chiari-scuri perfetti, il segno di Cimpellin un po’ secco ma che rende la morbidezza nell’insieme, e questo ci dà la cifra del disegnatore che era.

Chiudo questo viaggio, credo completo, nel mondo collezionistico di Jonny Logan, con una rara chicca che sigilla la mia collezione: il Calendario edito dalla Dardo nel 1975 dato in omaggio ai club di Jonny Logan; inutile dire che è bellissimo, ogni mese con un grande disegno con i vari componenti del gruppo rappresentativo della stagione e questo esemplare nella foto è stato firmato all’epoca da Romano Garofalo.

Segnalo una curiosità: Jonny Logan è scritto sbagliato, come potete verificare dalla foto, è scritto JOHNNY con la H, chissà se errore del tipografo o cosa altro. Probabilmente rimarrà un mistero!

Piero Caniparoli [11/12/2017]

ADIOS RENZO [Autori di Tex]

Se ne va, stavolta davvero, dopo un’infinita serie di notizie ora smentite ora confermate in tutta la giornata del 3 novembre, Renzo Calegari (1933-2017), un mito del fumetto popolare che ha accompagnato la fantasia di molti di noi attraversando la storia dei fumetti italiani con quel tratto intenso ed estremamente sognante.

Calegari inizia la sua carriera professionale presso lo Studio Dami (1955) disegnando le serie bonelliane El Kid e I Tre Bill e la serie Big Davy per i testi di Gianluigi Bonelli. Entrato in contatto con Gino D’Antonio intreccia matite e pennelli ai primissimi episodi della Storia del West, su testi dello stesso D’Antonio: sua la bella performance presente nell’albo “L’ultimo duello”, numero 25 della serie. Dopo aver abbandonato il fumetto, in piena epoca di contestazione giovanile, Calegari ritorna con Welcome to Springville su testi di Giancarlo Berardi. Per Il Giornalino realizza poi le serie Boone e Gente di Frontiera.

Appare anche su Tex con la bellissima storia La ballata di Zeke Colter, di Claudio Nizzi, inchiostrando magistralmente le matite di Stefano Biglia e Luigi Copello. Disegna anche una storia di Mister No. Nel 2007, ancora in coppia con l’amico Gino D’Antonio, esce “Bandidos!” per la Bonelli editore.

Renzo Calegari non è mai stato un campione di prolificità ma semplicemente un campione che trasmetteva emozioni attraverso i suoi disegni e le sue illustrazioni; i suoi tagli di luce sulle figure e sull’abbigliamento dei personaggi rimangono ancor oggi momento emozionale che è difficile dimenticare.

Pace a te, Renzo

La redazione [05/11/2017]

Plot? [Documentazione]

Nelle personali dedicate a Tex, che di tanto in tanto troviamo in giro per il paese e in angoli della rete attraverso i siti specializzati, non è raro imbattersi in qualche pagina della sceneggiatura originale di Gianluigi Bonelli. Qualcuno dirà che sono sempre le solite, e questo è vero, e che è strano che dagli archivi di casa Bonelli non siano mai uscite quelle del primissimo periodo, cioè quelle della fine anni ’40 e di tutti gli anni ’50. Ebbene, cominciamo col dire che è probabile che le pagine della scrittura iniziale di Tex, intese come sceneggiatura vera e propria, potrebbero non essere nemmeno mai esistite, laddove G. L. Bonelli avesse generato un lavoro di narrazione attraverso un meccanismo simile ad un “plot”: cioè la stesura dell’intreccio della trama senza nessuna specifica indicazione di scene o azioni ai suoi disegnatori. Se infatti proviamo a vedere alcuni dei primi episodi di Tex, noteremo subito il balloon dei dialoghi insinuarsi impropriamente tra le figure dei personaggi che compaiono nelle vignette, come se il disegnatore non avesse indicazioni su come spartire gli spazi tra la scena disegnata e il parlato dei dialoghi. Altresì, analizzando i suddetti dialoghi, si osserva che in qualche caso essi invadono la vignetta successiva per mancanza di spazio nella propria.

Di sicuro il Tex di Galep e Bonelli è inizialmente improntato su una gabbia fissa di tre strisce composte sempre da tre vignette, salvo rarissime eccezioni (la prima striscia a due vignette è la n. 17 de “La Roccia Parlante”, pagina 19 del f.to gigante), dove in casi frequenti un pannello è occupato dalla didascalia. Per non farci ingannare aggiungo che chi non possiede le strisce, ma magari una ristampa Tre Stelle, dovrà fare i conti con il fatto che tutte le vignette di ogni fine episodio sono allungate per mano della redazione per coprire il pannello di presentazione dell’episodio successivo, elemento inutile per una pubblicazione come il gigante Tre Stelle che presenta continuativamente le storie. Ad esempio, la striscia finale dell’episodio El Diablo riporta originariamente due vignette più il pannello di presentazione dell’episodio successivo (Sul sentiero della morte). Quest’ultimo sparisce nella ristampa Tre Stelle dando vita a due vignette allungate per opportunità in redazione. È tra l’altro la stessa striscia da cui scompare il famoso “dannazzione!” (con due z) pronunciato da Tex.

Ad ogni modo, l’uso del “plot” non è insolito nel fumetto: in Italia è adottato da qualche autore nel genere sexy degli anni ’60/’70 ed è in voga per un certo periodo negli States sui supereroi. Per Tex non abbiamo la certezza, ma molti elementi portano a pensare che la sceneggiatura, come quella che si vedrà dagli anni ’60 in poi, non esistesse e che il plot di Bonelli fosse gestito direttamente da Galleppini e redazione. Prova ne è il fatto che Galep disegnò i primissimi episodi di Tex rifacendosi fedelmente al Rip Kirby di Raymond e che quindi non seguì un canovaccio di sceneggiatura preciso e dettagliato.

In verità, ancora nella prima metà degli anni ’60, quando la sceneggiatura texiana cominciò a mostrare un respiro più ampio, alcuni tecnicismi narrativi che riguardavano la divisione della striscia rimasero inalterati: osservando le tavole di Dramma al circo, ove si ha la sensazione di leggere una sceneggiatura simile a quelle del periodo post-striscia (La caccia, 1968) che, a mio avviso, potremmo definire come la “prima opera moderna e completa della saga”, si nota come essa derivi da un percorso di “taglio delle scene” cominciato con storie precedenti (vedi L’orda selvaggia o Dramma nella prateria) le quali riportavano i prodromi della sceneggiatura futura a 4-6 vignette per pagina. Sì, La banda dei Mormoni, più comunemente detta “Dramma al Circo”, ha infatti quasi assenti le strisce a 3 vignette (ne ho contate solo 3 tra gli albi 65 e 66 che, analizzate a dovere, non sono altro che il risultato di una forzatura redazionale) mentre se ne contano a bizzeffe “a disegno unico”. Quest’ultime sono una prerogativa del Tex a narrazione più “aperta” che si vedrà definitivamente dalla fine degli anni ’60 in poi.

Nel Tex primordiale non che mancassero le strisce a disegno unico, ma se ne faceva comunque un uso molto dosato: in “Duello a Lineville” (L’eroe del Messico, n. 4 del gigante) ne troviamo una a pagina 30 e, facendo un bel salto in avanti, ne “l’Ultima carta di Tex” (Il tranello, n. 10) alla 13 e alla 19 ne troviamo addirittura due. Che dire… se la sceneggiatura de Il tranello fosse stata improntata sul metodo 4-6 strisce e non con all’epoca il canonico 7-9 avremmo ora a che fare con una storia tra le più lunghe della saga!

Da notare comunque che la striscia divisa in tre vignette non va mai del tutto in pensione: nel 1970 la famosa scena del fucile Henry, in cui Tex dà prova della sua abilità con l’arma di fronte al capitano Dark (Quando tuona il cannone, n. 114), ne è una testimonianza, laddove nella sequenza del lancio dei barattoli da parte di Damned Dick c’è una vignetta divisa in tre parti. Ancora nel 1978, ne La casa sul fiume (Tex n. 209) a pagina 55, vi è un’altra dimostrazione che la striscia divisa in tre parti ha sempre la sua valenza, allorquando GL la “rispolvera” per un’azione molto particolare fatta di coltelli e pistole. E anche nel Tex dei nostri giorni, almeno in quello di Boselli, Ruju e Faraci, vi è l’uso della striscia a tre vignette.

Ritornando a Dramma al circo, vorrei porre l’attenzione sul fatto che in alcuni episodi precedenti (penso a El Cisco, Tex gigante n. 64) la sceneggiatura è improntata sul vecchio sistema delle 7-8 vignette per pagina e questo non fa che porre una domanda: perché questo continuo alternarsi dei due modi di sceneggiare? La risposta non l’avremo mai, ma non è escluso che in presenza del disegnatore Francesco Gamba, colui che più si avvicendava a Galleppini nella realizzazione degli episodi e, tra l’altro, autore di El Cisco, si preferisse adottare un tipo di sceneggiatura diversa da quella che stava prendendo piede quando ai pennelli c’erano Galleppini, Muzzi e Nicolò. Che possa essere intervenuta la redazione al fine di dare un taglio più armonico al mix di vignette ritagliate dal Tex di Galep e quelle del buon Gamba? E dire che Gamba, nel realizzare il suo Piccolo Ranger, aveva una certa dimestichezza con la pagina a 4-6 vignette sceneggiata da Andrea Lavezzolo.

Bene, dopo questo excursus che ci ha paracadutati ancora una volta nel vecchio Tex, penso alle tavole di sceneggiatura del maestro Bonelli di cui abbiamo oggi testimonianza e a quel suo modo di prepararle con veloci schizzi a compendio. Sergio era uno che col disegno se la cavava bene, ma anche il vecchio Gianluigi non era male: suo il Carson in cima a questo articolo. È proprio quel Carson che ha ispirato questo mio piccolo viaggio nel mondo della sceneggiatura texiana… come dire: GL colpisce ancora!

Francesco Bosco [02/11/2017]

In nome della cosa [Edicola]

In nome di cosa? È per caso in “nome dell’interpretazione” che dobbiamo trovarci di fronte a questa strana specie di creatura texiana dal volto rank-xeroxiano che fa rabbrividire anche il più incallito fan della mitica Frigidaire?

No, è in nome di niente che avviene tutto questo, se non per la moda americana della Variant-cover ormai tanto in voga.

Non so come ora ci si possa giustificare di fronte ai lettori del più popolare eroe a fumetti del dopoguerra dopo che bordate di fischi, da ogni angolo del web, hanno salutato la cover di Simone Bianchi: “Ma che faccia è quella!!??” si son chiesti tutti.

Già, “che faccia è” me lo chiedo anch’io che sono abituato a tutto e digerisco pure i sassi quando si parla di interpretazione. Ma soprattutto che significato ha approvare e pubblicare un Tex del genere? È forse una provocazione? Oppure la convinzione che questa specie di Rank Xerox avrebbe attecchito?

Nulla contro Simone Bianchi, che è un bravo disegnatore di fumetti e al quale potrei attribuire l’errore di un braccio destro di retrospettiva con una mano più grande dello stesso volto dell’antagonista di Tex, ma approvare una illustrazione davvero fuori dalla grazia di Dio mi fa pensare ormai che tutto il popolo texiano sia solo una sorta di mucca da spremere.

Dice: “ma è solo una variant-cover destinata a pochi…”. ‘Mbè, a parte il fatto che una variant più “cristiana” avrebbe fatto accrescere le vendite e non sono pochi quelli che hanno dichiarato che non prenderanno l’albo a causa della brutta cover, ma poi quei pochi non meritano lo stesso rispetto dei molti?

Al peggio non c’è mai fine! Personalmente credevo che con quella di Liberatore, per un Color di qualche tempo fa, si fosse giunti al limite, e invece qui ci troviamo di fronte alla classica goccia che fa o farà traboccare il vaso.

Sempre personalmente (non parlo a nome di nessuno), mi pare che negli ultimi anni i rospi da ingoiare stiano cominciando a diventare troppi: si parla sempre troppo delle storie e troppo poco del comparto grafico, e nessuno pare accorgersi che Tex è diventato una specie di figuro logoro, mancante di ogni caratteristica positiva, a volte triste e pure un po’ racchio. Eppure la rappresentazione visiva di Tex è estremamente importante e quando la si affida a mani sbagliate o ai cosiddetti maestri internazionali, molti dei quali vengono a svernare sulla pubblicazione, i danni possono essere pesanti, al limite dell’irreparabile.

L’interpretazione! Ok, ma perché questa cavolo di interpretazione è sempre e solo rivolta ad una visione del personaggio che è esattamente l’opposto di quella creata da Galleppini, Ticci, Letteri etc etc…? Sembra quasi che per far colpo si giochi a rappresentare il nostro Tex stravolgendone un po’ cattivamente le caratteristiche peculiari. Cattiveria per cattiveria: ma l’avete mai letto un Tex o andate solo al cinema? Non c’è interpretazione che regga di fronte a certe visioni del character. È un’interpretazione solo vostra e tale rimarrà, poiché quelle dei Breccia, Liberatore, Frank, Deodato, Manara, Serpieri, Gomez, Suarez & C., nulla hanno a che vedere con l’ironico e sbeffeggiante Tex creato da Galep e Bonelli.

Vabbè, poi arriva il solito genio che ti dice: “Non ti piacciono? Non comprarli!”. Voglio vederli a bottega chiusa, questi. Ancora non hanno capito che le critiche, in questo e in molti altri casi, valgono molto di più del loro becero aziendalismo a tutti i costi.

Immagine Copyright SBE - Sergio Bonelli Editore -

Francesco Bosco [23/10/2017]

Mister 45 [Articoli]

Tra le storie di Tex definite “minori”, o peggio ancora “riempitivo”, appare nella serie Cobra, dal 22 agosto 1966 al 12 settembre 1966, “Oro nero” nella sequenza dei titoli “Oro nero” (39), “Lotta senza quartiere” (40), “Una visita inattesa” (41) e “Dente per dente” (42), per i testi di G. L. Bonelli e i disegni di Galleppini (matite), Gamba (chine) e interventi di Raffaele Cormio.

Difficile capire se la definizione “riempitivo” derivi dal fatto che si tratta di una storia breve, come per le mitiche “Avventura sul Rio Grande”, “Il mistero delle Montagne Lucenti”, “Guerra sui pascoli”, “La regina dei fuorilegge”, “Sulla frontiera del Nevada” o se proprio la loro brevità sia indigesta a tutti coloro che considerano la narrazione Texiana sviluppabile solo a frequenze di non meno di un paio di albi.

Allora potremmo tranquillamente dire che Tex è un quasi totale riempitivo per i primi 100 numeri, anche se qualcuno identifica in “Gilas”, “La dama di picche”, “Gli sterminatori”, “A sud di Nogales”, cioè storie cosiddette dell’epoca d’oro post 100, come “riempitivi”. Riempitivi di cosa? Non sarà che proprio il gettar addosso a questi gioielli ombre immeritevoli faccia perdere il gusto di leggere le “minori” a chi si approccia per la prima volta a Tex?

Del resto, se si apre un blog texiano, un sito dedicato all’eroe o qualsiasi forum in cui si discuta di Tex, si scoprirà presto che “Il figlio di Mefisto”, “Terra promessa”, “La cella della morte”, “Il giuramento” o “Sulle piste del nord” sono tra le più gettonate per un commento o un articolo mentre quasi nessuno ricorda, ad esempio, “Oro nero” e compagnia cantante.

Narrativamente le lunghe storie hanno più presa tra i lettori, ma Tex è comunque sparso in più angoli della saga ed ha la stessa e identica valenza: ecco, forse dalle storie brevi esce il lato del carattere del personaggio più apicale ma al tempo stesso più sommerso, ai più sconosciuto o di non rilevante importanza.

Nelle storie epocali Tex può dedicarsi alla morte di Gentry in un paio di vignette, a quella del padre addirittura fino ad una. Ma come? Gentry si fa in quattro per guidare l’amico tra le gole del Grand Canyon e lui non lo ricompensa neanche con una cerimonia funebre, un pensiero? E al padre tutto quello che riesce a fare è guardarne il cadavere dall’alto? Nessuna sorpresa, G. L. Bonelli ha sempre solo sfiorato certe “tematiche”, vuole ricondurre al più presto il lettore nell’alveo per cui il personaggio è stato costruito: il dolore per la scomparsa dei propri cari, degli amici, il lutto in generale, non può e non deve primeggiare rispetto alla radice “fondativa”. E in genere è proprio nelle storie brevi che non si ha modo di incagliare in questioni intime che riguardano l’eroe. Al contrario nelle storie brevi emerge quel Tex capace di interpretare al meglio la parte di “colui che sovverte” mandando in tilt con azioni criminose e con ogni tipo di ricatto un intero sistema precostituito. Ciò che appunto avviene in “Oro Nero”, dove l’amico Filippo Iiriti ha puntualmente segnalato le vignette dialogate - e che dialoghi - a corredo dell’articolo. “L’arma psicologica preferita di Tex: l’intimidazione mafiosa!”, scrive Filippo, in un angolo della rete. E continua: “Vogliamo parlare di infallibilità? La cosa più particolare di questa storia è che alla fine Tex... le prende! Saranno Kit e Tiger a riportare l’ordine in paese a suon di dinamite, mentre Tex se ne sta a letto con due pallottole in corpo”.

Tacito che in questo ormai continuo commentare il Tex delle lunghe storie, certe tesi possono anche creare qualche imbarazzo (se non totale confusione) in coloro che vedono il personaggio in una sola maniera, ma tant’è.

In fin dei conti, con questa roba (col Tex eversivo e ricattatore, intendo) qui ci si potrebbe fare un album… chiaramente non quello di inutili ed insulse figurine commemorative, ma un album di diaboliche figurine dialogate pescate dai “riempitivi”. Forse gli album sarebbero però più di uno.

“Ehi, e questo dove lo butto?”

Francesco Bosco [15/10/2017]

TEXIANI IN LIBERA USCITA n. 11 [Documentazione]

“Proviamo!” ci siamo detti quasi per scherzo. Veramente qualche timore c’era, ma cosa vuoi che sia? Al massimo avremmo perso qualche ossicino, qualche cartilagine, tutto sommato niente di grave. Insomma, alla fine abbiamo preso coraggio e l’abbiamo fatto: ci siamo tolti le bende. Solo che… (orrore!) sotto non c’era niente! NIENTE! Neppure uno sbuffo di polvere. Ma quale carne putrefatta? Quale odore nauseabondo? Di tomba c’era solo il silenzio del nostro stupore. “Horror vacui”, ecco cosa ha invaso la nostra anima. Anima? Forse non c’è rimasta neppure quella… Svanita, con tutto il resto. Ma dopo tutto, un’anima… l’abbiamo mai avuta? La realtà è che non sappiamo più nulla, il terreno vacilla sotto i nostri piedi, non c’è sostegno, non c’è appiglio. Men che meno uno zoccolo duro sul quale appoggiarsi disperati…

Texiani in libera uscita n. 11

 

La redazione [08/10/2017]

FUMETTO O ALTRO? [Documentazione]

200.000 mila persone visiteranno da domani Romics 2017, eppure anche quest’anno non si hanno notizie di stand Bonelli al padiglione dei fumetti. La cosa succede da almeno tre anni e francamente non se ne capiscono i motivi: la rassegna è fatta su misura per la casa editrice milanese, visto il materiale librario e “gadgettistico” proposto dalla SBE da un paio d’anni a questa parte, sotto la direzione di Airoldi.

Non crediamo sia un problema di costi, che peraltro riteniamo facilmente ammortizzabili, quanto di gestione e organizzazione di una trasferta considerata probabilmente troppo impegnativa. Peccato, quale occasione migliore di Romics per sponsorizzare le ultime iniziative e spingere con tutto il merchandising?

Si apre giovedì 5 ottobre alle ore 10.00 e si chiude domenica 8 alle 19.00. I prezzi dei biglietti di ingresso, ci si può scommettere sopra qualsiasi cosa, saranno in aumento come è stato per tutte le ultime edizioni della kermesse: solo pochi anni fa si pagava 6 euro il giovedì e il venerdì e 8 euro il sabato e la domenica. Non ci meraviglieremmo se quest’anno si arrivasse a 9-10 euro per i primi due giorni e naturalmente 10-12 euro per il weekend. Se così fosse, salutiamo la fiera, che tanto di fumetto “vecchio stile” non sa che farsene. E loro, c’è da scommettere anche qui, saluteranno noi, che tanto dei vecchi appassionati non sanno che farsene: hanno i loro bravi polli da spennare.

Insomma, se una famiglia desiderasse passare una domenica a Romics, dovrebbe sborsare un minimo di 40 euro in biglietteria, un tot al parcheggio (una volta 5 euro, ora non sappiamo) e siccome al padiglione non ci si arriva con l’aria, mettici anche un po’ di benzina. Non parliamo di spese per mangiare qualcosina in loco; un panino, un caffettino, un gelato ed ecco il centozzo volar via sommessamente dal nostro portafogli. 

Fumetti? Manco a parlarne. Almeno per quel che riguarda il settore vintage, ormai ridotto ad un paio di eroici amici, i quali, se non avessero anche qualche banco Manga parallelo, potrebbero tranquillamente chiudere bottega. Sappiamo di persone che hanno preferito mollare - pur vendendo manga - a causa dei prezzi assolutamente esosi, per non dire proibitivi, per l’affitto dei banchi, i costi per i parcheggi, l’organizzazione etc etc…

Questa è la realtà “Romics”, uno spettacolare guazzabuglio senza nessun significato… e laddove in passato sono state presentate iniziative, ci sarebbe da discutere sulla valenza di alcuni prestigiosi intervenuti.

Beh, alla fine se volete visitare una fiera del fumetto, lasciate stare Romics. Non che il Manga non sia fumetto, ma una rassegna con così alti introiti (almeno quelli da biglietto: 200000 visitatori, fate voi i conti) che non fa nulla per promuovere davvero la storia del comics italiano, se non salvando capre e cavoli con qualche retrospettiva su qualche autore o qualche personaggio, che ruolo ha? Pagate 10 euro e non lo saprete mai.

La redazione [04/10/2017]

Magari neppure sa che esiste altro? [Articoli]

Prendete questo articolo, apparso sul Fatto Quotidiano qualche giorno fa, e leggetelo al contrario. Sì, proprio al contrario… dall’ultima frase, espressa da colui che Tex evidentemente non deve averlo mai letto con sufficiente cura, fino a risalire ad altre discutibili considerazioni sparpagliate lungo le quattro colonnine. Non mi riferisco al fatto che si sbaglino le informazioni più semplici, che non ho bisogno di citare perché le conoscete già, quanto a certi concetti che appartengono ad un Tex mai esistito o, appunto, esistito al contrario. Cita Stefano Feltri, l’autore del pezzo: “Congelato nella sua perfezione, Tex è ormai così anacronistico da essere diventato un personaggio originale e quasi sovversivo.

Ah beh, quel “quasi sovversivo” grida vendetta. Passi pure “originale” - è il Tex originale dei Boselli, Ruju, Manfredi etc… ci mancherebbe - ma sovversivo, caro Feltri, Tex lo è sin dalle prime pagine della sua scrittura, chiaramente quella del vecchio Bonelli! Non resta, dunque, che leggerlo con un po’ più di attenzione, poiché il Nostro oltre che essere un “sovversivo” è anche un latifondista, incendiario, baro e finanche corruttore, lascia impiccare un uomo senza intervenire e disobbedisce continuamente al potere. Certo Tex non è solo questo, è a suo modo un giustiziere, un uomo leale, un difensore dei diritti, un uomo dai sani principi e, vabbè, mettiamoci pure ‘sto “tutto d’un pezzo” che tanto va di moda recentemente. “Quasi sovversivo” oggi? Chi, Tex? Sinceramente sovversivo Tex non lo è più da anni, cioè da quando Sergio gli ha cucito addosso un vestito diverso, fatto di aperture benevole e compassionevole umanità.

No, non starò a sindacare sul fatto che Feltri sbagli date ed informazioni tecniche, però è anche vero che uno che scrive che Tex nasce nel 1946 - e la colpa non è da attribuire al titolista del Fatto Quotidiano, visto che la stessa data appare anche nell’articolo - e che Lupe appare nei numeri 7 e 8 “degli anni quaranta”, mostra quantomeno un’approssimazione imbarazzante. Senza contare che sentenziare con “chi legge Tex non è un lettore di fumetti onnivoro che si applica anche alle 114 pagine mensili in bianco e nero. No, chi legge Tex è un lettore di Tex e basta, magari neppure sa che esiste altro”, è praticamente una puttanata mai sentita.

Forse è meglio che il dottor Feltri si applichi un po’ di più sulle 162 pagine e, a seguire, sulle 128 pagine texiane, prima di fare analisi sulle 114.

Alla fine mi domando… che ci danniamo l’anima a fare noi poveri commentatori di Tex se poi, in un sol guizzo, uno in vista mette a soqquadro il personaggio?

Spero non abbia voglia di commentare Gordon o Phantom la prossima volta, sennò qui tocca ricominciare  daccapo.

Francesco Bosco [03/10/2017]

Un fascicolo infiltrato [Collezionismo]

Scrive il nostro vecchio amico Angelo: “Dopo un periodo di pausa ho ripreso a collezionare Tex e ho avuto l’opportunità di acquistare un Tex 1 non censurato nella versione “Leggete” in terza, senza la parola purtroppo. Prezzo consono alle condizioni dell’albo, che presenta diversi problemi. Appena arrivato ho avuto la "sgradita" sorpresa di notare che il quarto fascicolo (quello che inizia con l’episodio dal titolo “Terrore a El Paso”) non era quello del numero 1, bensì quello del terzo fascicolo del numero 2 (riferimento “Sul Sentiero di Guerra”), sempre comunque non censurato. Stavo per contattare il venditore per riavere indietro il pagamento ma poi pensandoci bene ho ritenuto opportuno tenere l’albo. Il motivo lo si può ben immaginare e riguarda appunto i tempi di uscita del n. 1 di Tex non censurato da sempre appassionatamente dibattuti. Com’è possibile, infatti, che in tipografia fossero già presenti i fascicoli del n. 2, quando si stava cominciando a stampare il primo albo della collana?

C’è da supporre che la versione del n. 1 con dicitura “Leggete”, tra l’altro sicuramente uscita a breve distanza dalla versione con dicitura “Nel Bellissimo Albo”, sia stata preparata in tipografia assieme all’albo n. 2 e la conferma non può che arrivare dal fatto che per ridurre i costi di stampa e distribuzione, era più logico aumentare le tirature in tipografia: dunque, l’Audace faceva stampare gli albi spillati di prima generazione in coppia. Se ne dedusse qualcosa anche quando Sergio Bonelli parlò di cover del gigante preparate a coppie.

Riguardo al fascicolo immesso erroneamente, possiamo testimoniare che oggi esistono versioni in brossura dei vari personaggi Bonelli che risentono dello stesso problema: come, ad esempio, un fascicolo (perchè anche gli albi in brossura nascono in fascicoli) di Zagor che puoi ritrovarti in un Mark. E qui dobbiamo dire che le testimonianze non mancano.

Lo stesso numero 8 di Tex, nella sua versione censurata e spillata con strillo in quarta, è stato ritrovato con impressa la matrice degli interni di copertina della raccoltina della serie “Rossa” n. 71 “Caccia Notturna” (dicembre 1961) all’interno delle sue pagine. Alchimie tipografiche vere e proprie!

In ultimo, non sappiamo quante copie dei non censurati venivano commissionate alla tipografia dall’Audace, probabilmente non tante, è ovvio allora che assommare materiale, per giunta di ristampa, agevolava la contrattazione del prezzo. Se fossero state 50 mila, sembra normale che venissero portate a 100 mila (quindi due albi) portando la commessa ad un prezzo più vantaggioso. E non è escluso che questa procedura di stampa possa inoltre aver scaturito il n. 43 spillato che si ritrovò solo soletto in fondo alla fila con appiccicato sulle chiappe uno dei misteri più grandi della cronologia texiana: il “continua”.

La redazione [29/09/2017]

Casa dolce casa [Articoli]

Dopo aver forse un po’ troppo incautamente mollato la presa del nostro sito a favore di un lungo viaggio intrapreso in quel pazzesco luogo di rete che si chiama FB, eccomi qui pronto a dedicare un po’ di tempo al Baci e Spari. È un ritorno a casa. Mi vengono in mente i lunghi spostamenti di Zagor e persino quelli di Tex, tra Vichinghi e Canachi, Groenlandia e Panama… che non è esattamente la stessa cosa che un viaggio nelle terre di Facebook. E mi viene in mente anche il lunghissimo viaggio, durato quasi cinque anni, affrontato assieme al pard Mauro, per la realizzazione di un paio di volumi di cui poco si è parlato nei siti specializzati, se non attraverso la tastiera di qualche amico di forum. I nostri cari Western all’Italiana (il “paio” in questione) passati sottobanco! E dire che di materiale di discussione ne presentavano a valanghe  (e non solo quello riguardante la copiatura dei disegni). Qualcosa vorrà dire.

Nel frattempo i viaggi sono finiti, almeno per ora.

Breve nota: Facebook è qualcosa di estremamente sfiancante - con un po’ di sorriso mi viene da dire “un’esperienza difficile per un uomo di media intelligenza” - ma dal mazzo sono spuntate fuori delle carte affidabili, utenti con cui collaboreremo a breve… Corrado, Antonio, Maurizio e altri. I viaggi, anche se tra fiamme dell’inferno dei social, non sono mai vani, però non mi aspettavo una così bassa conoscenza dei fumetti in generale e di Tex in particolare: la gran parte degli utenti ha letto un paio di Tex e si scaglia nel dibattito senza nessuna pietà. Niente di male che non si sappia che esistono gli albi non censurati, la raccolta gigante degli 1-29, gli Albi d’Oro, per carità, ma quando arriva il racconto di un Tex mai esistito allora la sorpresa è grande. Esistono forse più Tex, per cui è inutile continuare a discutere? Esiste ancora la tavola originale incensurata di Tex (quella con “scagnozzi”)? Chi lo sa, però prendere intanto le distanze sembra il modo più semplice per continuare a vivere felici.

Francesco Bosco [28/09/2017]

Avventura Magazine - Omaggio a Galep - [Edicola]

Il quinto speciale di Avventura Magazine, omaggio al maestro Aurelio Galleppini, dal titolo 100 anni di Galep una vita con Tex è nelle edicole italiane da qualche giorno.

Contiene uno degli episodi di Tex più noti, Silver Bell (Araldo Tex gigante n. 99 La Sconfitta, 1969), pubblicato nella sua versione integrale e naturalmente a colori, Il Libro della Giungla, con i testi di Marcello Serra (Audace 1948/49) e Il Giuramento del Forzato, episodio di Occhio Cupo, su testi di G. L. Bonelli (Audace 1948/49).

Senza girarci troppo intorno, questa proposta della SBE lascia davvero il tempo che trova per una serie di motivi. Noi ne prendiamo in considerazione un paio:

1) proporre l’intera storia “Silver Bell”, che di memorabile non ha niente, sembra un’operazione che molti chiamano “riempitivo”. Ingiustamente, il termine è adoperato per alcune storie della saga di Tex, ma qui ha una giustificazione. Sarà anche in questo caso una famigerata gabbia a dettar legge? In ogni caso, tolta “Silver Bell”, cosa rimane di questo omaggio? Forse le tavole di Occhio Cupo che dalla versione “Albo d’Oro” vengono proposte, con dubbia riuscita, nel classico f.to Bonelli?

2) su Galep, se solo ve ne fosse stata la volontà, si potevano scrivere pagine mai scritte, visto che è stato uno dei più importanti disegnatori del dopoguerra e visto che in redazione ognuno avrebbe avuto un aneddoto o una storia da raccontare sul maestro. Non volevamo fuochi d’artificio ma neanche una retrospettiva di cose trite e ritrite… per di più pubblicata su un anonimo libretto. Spiace e basta.

Un’ultima considerazione: l’episodio “Silver Bell” è sì disegnato da Galep, ma molte delle tavole sono completate o completamente disegnate da Virgilio Muzzi e Raffaele Cormio. È noto il passaggio, romanzato, che vuole Muzzi chiuso in redazione in una notte di Natale a completare le tavole di questa storia. E se il Natale era quello del 1968 (e lo è), ricordiamo che l’albo n. 99 di Tex uscì verso la metà di gennaio del 1969, cioè venti giorni dopo quel simpatico siparietto forse mai accaduto. La verità è che Muzzi era un disegnatore che spesso si trovava in redazione e che un giorno (che non era Natale) rimase chiuso negli uffici per errore: cioè l’ultimo che aveva chiuso la porta non aveva immaginato che il povero Virgilio fosse ancora dentro.

La redazione [27/09/2017]

Il ’58 [Articoli]

Prendi “L’Asso di Picche”, poi mettigli vicino “Il Tranello”, “La Regina della Notte”, “Supertex”, ”L’Orda Selvaggia” e comincia a riflettere sul fatto che tutta questa roba appartiene alla mano di un solo scrittore… uno scrittore che non faceva nutrire di solo western il suo personaggio, ma che portava le colt del suo eroe addirittura tra i sauri del giurassico.

È il Tex ampio. Quello scritto e disegnato con leggerezza, senza manie di perfezionismo… e senza maniaci della perfezione che correvano in edicola. È il Tex con cui si vuole trascorrere un’oretta in santa pace sgranando gli occhi e chiudendo il cuore. Solo pochissime volte il contrario.

L’Asso di Picche & C. rientrano in questa mappa punteggiata dal vecchio Bonelli, cadenzata però di tanto in tanto da storie redazionali reclamate da Sergio, messaggero dei “pruriti del lettore”. Sì, bisogna dirlo: anche allora esisteva un lettore che chiedeva con forza chiarimenti sulla partecipazione di Tex alla guerra di secessione, sulla sua vita privata, su che fine ha fatto quello e che fine ha fatto quell’altro. Poi, vabbè, voleva Mefisto. E Sergio assorbiva quelle richieste come una spugna.

In mezzo a tutto ciò esiste un lettore molto particolare: quello del periodo di Tex targato “1958”, allorché sulle serie a striscia si affacciano storie come Attentato a Montezuma, Incidente a Fullertown e l’Asso di Picche (episodio comunque del 1956).

Oggi le sopracitate storie passano sottobanco, quasi dimenticate e finanche poco commentate… se non per mano di qualche amante delle incongruenze (qui il nostro commento http://www.baciespari.it/comune/?ID=405).

Alla base di questi tre gioielli, di chiara tradizione classica, c’è un terreno dove G. L. Bonelli costruisce movimentate storie di contesto cittadino ricche di presenze femminili dipinte dal Galleppini in un frullato d’ispirazione moliniana e raymondiana. Gli interni, poi, con toilette, specchiere, scrittoi, camini ed eleganti divani frutto della scoperta del poliziottesco Agent X-9 da parte del nostro Galep, il quale trasporta sulle tavole del suo Tex tutto il fascino della strip americana disegnata da Alex Raymond rendendo merito, appunto, all’ampiezza del Bonelli.

Rileggere (o per qualcuno “leggere”) il “’58” è assai utile.

La redazione [26/09/2017]

IL RITORNO DI LUPE [Edicola]

Infedeltà

Una che sa lavorare così bene di coltello l’aspettavamo da tanto. Finalmente è tornata, ed è proprio lei! L’abbiamo riconosciuta e le sensazioni di quella prima volta le abbiamo rivissute. Un bel ceffone ed è crollato il mito del “vedovo inconsolabile”. Dovranno farsene una ragione tutti quelli che gridano allo scandalo, perché non si tratta altro che di un mito creato a posteriori nel lontano 1969 e che da quel momento è diventato legge, sacra ed inviolabile. Come se non bastasse quell’unica vera legge che informa l’agire del nostro e che dice di indignarsi, di combattere, di reagire al sopruso e di non porgere mai l’altra guancia.

E poi lui è un uomo d’azione, che si rompe terribilmente le palle a oziare, che per ingannare il tempo va a cacciare il bisonte o il puma, che sente fortemente il bisogno di andare in cerca di guai. Non adatto a metter su famiglia, lui è quello che affida suo figlio ancora in fasce ai Navajos per andarsene a zonzo nel Far West. Lui è il “vedovo inconsolabile” che si fa psicanalizzare da Freccia Rossa (un suocero da niente!) che sa capire il cruccio che lo tormenta, la causa vera e dichiarata della sua infelicità: l’essere lontano dalle terre dei visi pallidi, poter riavere la stella di Ranger, riconquistare la stima di Marshall, ripartire per l’avventura…

Per fortuna la tessitura dei personaggi architettata da Gianluigi non obbliga ad improvvisarsi detective: non esiste alcuna chiave interpretativa. Esiste solo ciò che è scritto. E tutto questo va detto a chiare lettere, visto che negli ultimi tre lustri vi è la tendenza a costruire e diffondere la mappa di un Tex MAI scritto. Ma pensato chissà da chi?

Ma veramente Tex è infallibile? Veramente non sbaglia mai? Siamo sicuri di aver letto bene quello che è stato scritto? Siamo sicuri di aver capito? Noi, che non siamo sicuri di niente, un ripasso ogni tanto lo facciamo, senza drammi o patemi d’animo.

Quindi, cari parrocchiani, è inutile gridare al sacrilegio, è inutile levare i soliti sospiri pianti e alti guai per una presunta lesa maestà. Qui il moralismo apocalittico da fine dei tempi è fuori luogo. Ed è altrettanto inutile quanto penoso invocare il ritorno di un già bistrattato salvatore. Gli spalti, per fortuna, sono sempre gremiti. Quasi duecentomila tifosi sono sempre lì ad assistere alla partita, compresa la ditta “casti & puri”.

Povera piccola Lupe, leggiadra guerriera! Al momento non sappiamo come andrà a finire, ma non importa. Almeno con te è tornata l’avventura e, perché no, anche il sentimento. L’importante è che i texiani, che siano maritati o meno, si lascino divertire. Ma certo che sì: anche quelli infedeli.

Francesco Bosco & Mauro Scremin [20/08/2017]