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Francesco Bosco [30/09/2026]
Lui è Tex, l’unico vero fenomeno italiano capace di attraversare la storia del nostro Paese lasciandosi scivolare addosso tutto ciò che gli è passato intorno. Non è l’infallibile pistolero che vive nell’immaginario collettivo e, forse, nemmeno un eroe a tutto tondo. Anzi, dentro Tex, a volte, si affacciano la poesia e i sentimenti. Ma Tex è soprattutto intrattenimento intelligente, sotto forma di avventura a fumetti.
Non ha mai avuto pretese culturali, eppure il ribaltamento di certi luoghi comuni — l’indiano cattivo contrapposto al bianco buono, per esempio — il suo autore lo mette in pratica almeno dieci anni prima della rivoluzione culturale del cinema americano. E lo fa senza alcun bisogno di schierarsi politicamente o di impartire lezioni a qualcuno. «Un Pannella che fa a cazzotti», lo definì il suo creatore.
Su Tex il negro si chiama negro e il cieco cieco, senza troppe ipocrisie, perché le parole, da sole, non hanno mai fatto diventare migliore il mondo. L’indiano può essere giusto o ingiusto, così come il bianco può essere giusto o ingiusto. Non esistono categorie morali preconfezionate: esistono persone, buone o cattive, e storie che devono raccontarle. In nome, se vogliamo, di quel sano «politicamente scorretto» che oggi sembra diventato più scandaloso di una sparatoria a Nogales.
Bene, oggi Tex compie settantotto anni. Non so se sia nato più da Spillane o da Hammett; sicuramente deve qualcosa ad Alexandre Dumas e a Peter Cheyney. Ma, a quanto pare, sulla scena ci resterà ancora per molti lustri.
Sarebbe però salutare per tutti - per Tex, per i suoi lettori e forse anche per chi deve venderlo - smetterla di mettergli addosso tazze, giochi, T-shirt, statuine, interazioni, album e ogni altra amenità che possa essere appiccicata a un marchio. Perché non è il merchandising a far salire le vendite del fumetto: è Tex. È quel nome, quel personaggio, quel logo.
E se si dimentica questa semplice verità, prima o poi potremmo trovarci davanti a qualche sorpresa. E non è detto che, questa volta, sia una sorpresa piacevole.
Io non ho mai pensato che Tex dovesse trasmettere importanti messaggi politici o sociali: io intendevo soltanto proporre un personaggio che offrisse una lettura divertente, stimolante proponendo il modello (assai semplice o se preferite persino semplicistico) di uomo di buon senso, rispettoso di certi valori fondamentali ... No, direi che in quarant’anni le mie storie non state influenzate dal clima politico che gravava intorno al mio studio (Gianluigi Bonelli)