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Francesco Bosco [28/09/2026]
E alla fine arrivò il grande giorno.
Non quello della pubblicazione di un nuovo albo, di una bella storia o di un personaggio finalmente tornato a emozionare i lettori. No. Quello della caccia al supermercato.
La Bonelli Editore, in una delle sue più recenti trovate commerciali, ha pensato bene di confezionare quattro albi con copertine variant, infilandoli nelle apposite buste e affidandoli alla benevolenza del destino. O, più precisamente, alla benevolenza dei supermercati.
Il risultato era facilmente prevedibile. Appena saputo che una delle quattro variant era particolarmente rara, è cominciata la corsa all’acquisto compulsivo: buste aperte, confezioni rovistate, pile di albi scrutate con l’attenzione che normalmente si riserva a un reperto archeologico. Qualcuno avrà probabilmente controllato anche sotto gli scaffali dei detersivi, nel caso la rarissima variant fosse accidentalmente finita lì. E naturalmente, appena è comparso il primo esemplare su eBay a 1.500 euro, il circo ha aperto ufficialmente i battenti.
Da una parte i collezionisti inferociti, dall’altra quelli che, con l’aria di chi ha appena scoperto la soluzione definitiva ai problemi dell’umanità, hanno sentenziato: “Se non ti sta bene, non comprarlo!” Ah, ecco. La frase magica. Quella che risolve tutto.
Non ti piace una copertina? Non comprarla. Non ti piace la confezione? Non comprarla. Non ti piace la politica commerciale? Non comprare. Non ti piace quello che fa l’editore? Non leggere. Non ti piace il prezzo? Lascia tutto sullo scaffale e vai serenamente a comprare le patate.
Perché, naturalmente, la Bonelli non è una ONLUS.
E fin qui, nessuno lo ha mai sostenuto.
Ma il problema non è stabilire se un editore abbia il diritto di vendere quello che vuole. Il problema è un altro: che tipo di rapporto vuole avere con il proprio pubblico.
Ed è proprio qui che, secondo me, entra in scena il vecchio Sergio.
Due giorni fa, 26 settembre, ricorreva il quindicesimo anniversario della sua scomparsa. E viene quasi da sorridere amaramente pensando a cosa avrebbe potuto dire davanti a una situazione del genere. Perché Sergio Bonelli poteva essere molte cose, ma certamente non era uno che avrebbe liquidato una protesta dei lettori con un burocratico: “Se non ti va bene, non comprarlo”
E, soprattutto, viene da chiedersi se un’operazione come questa avrebbe mai ricevuto il suo entusiasmo. Personalmente ne dubito fortemente. Sergio conosceva il lettore di fumetti. Sapeva che il collezionista è una creatura particolare: può passare vent’anni a cercare un albo, può discutere per tre ore sulla posizione di un punto esclamativo, può riconoscere una ristampa dalla grammatura della carta e, soprattutto, può trasformare una semplice differenza di copertina in una questione di Stato. Si, si… un giorno me lo sono ritrovato a banco di un amico che acquistava l’album di figurine di Zagor. Vuoi che non conosca il collezionismo?
Dargli quattro buste, una delle quali contiene il Sacro Graal, e poi lasciarlo libero di scatenarsi davanti allo scaffale del supermercato era praticamente un esperimento di psicologia sociale.
E infatti l’esperimento è perfettamente riuscito.
Il problema è che, nel frattempo, sul web si è scatenata la solita guerra civile.
Una parte dei lettori protesta, un’altra parte li prende per i fondelli, una terza osserva dall’alto con l’aria del filosofo stoico e sentenzia che nessuno obbliga nessuno a comprare.
“Non comprarlo!”
È diventato il nuovo manifesto culturale.
Una specie di “Se non ti piace il PD, fonda un partito tuo”, applicato al fumetto.
E qui arriviamo a un altro aspetto abbastanza curioso. Ho fatto un rapido giro anche fra alcune pagine dedicate a Dylan Dog e ho trovato, accanto alle proteste, una nutrita schiera di aziendalisti fino al midollo, prontissimi a difendere qualsiasi scelta dell’editore e, soprattutto, prontissimi a spiegare al lettore che il problema è il lettore.
Questa è forse la cosa che trovo più triste. Perché un’azienda può sbagliare. Un editore può fare una scelta discutibile. Un prodotto può non piacere. Ma quando sono gli stessi lettori a diventare i guardiani dell’azienda contro altri lettori, allora qualcosa si è davvero inceppato.
Il lettore che protesta diventa il rompiscatole. Quello che fa domande diventa il nostalgico. Quello che critica diventa il nemico. Quello che ricorda come funzionavano le cose una volta viene invitato, con una certa eleganza da salotto buono, a non comprare.
E allora sì, forse è proprio arrivato il momento di dirlo.
Non sono io quello che deve comprare. Siete voi quelli che dovreste preoccuparvi di farmi venire voglia di comprare.
E qui torniamo inevitabilmente a Sergio. Oggi il suo pensiero, nella Bonelli, è inevitabilmente soprattutto un ricordo. È normale: le aziende cambiano, le persone cambiano, le generazioni cambiano.
Ma qualche volta viene il sospetto che sia rimasta la fotografia appesa al muro mentre, nel frattempo, qualcuno ha cambiato completamente arredamento.
E non è raro sentirsi rispondere, da qualche personaggio dei piani alti, com’è successo al sottoscritto: “Se non ti va bene, non comprare”
Benissimo. Messaggio ricevuto. Io, del resto, ho già risolto il problema da parecchio tempo. Ho chiuso con gli albi Bonelli decenni fa. Tex è stato l’ultimo ad arrendersi: 2018. Da allora non ho più avuto particolari motivi per tornare indietro. E oggi, guardando certe discussioni, mi viene da pensare che forse non ci sia più nulla da recuperare.
Critichi? Non comprare. Protesti? Non comprare. Ricordi i tempi in cui il lettore veniva ascoltato?Non comprare. Hai persino la malaugurata idea di pensare con la tua testa? Per carità. Non comprare!
E allora sapete cosa vi dico? Tranquilli. Non compro. Anzi, ormai sono talmente tranquillo che posso osservare tutto questo spettacolo con la stessa espressione di Roger Murtaugh in Arma Letale: “Sono troppo vecchio per queste stronzate”
Ecco. La penso proprio così. Solo che, a differenza di qualcuno, io non pretendo di insegnare agli altri cosa devono comprare.
Se volete spendere 1.500 euro per una variant uscita da una busta del supermercato, liberissimi. Se volete comprarne dieci, ancora più liberi. Se volete difendere l’azienda a spada tratta, fate pure.
Ma almeno risparmiateci la predica. Perché il giorno in cui il lettore smette di essere un interlocutore e diventa semplicemente uno che deve stare zitto, pagare e non rompere i coglioni, il problema non è più la variant. Il problema è che, forse, il fumetto ha smesso di essere un rapporto tra chi lo produce e chi lo legge. E quando anche il lettore storico viene trattato come un fastidioso intruso, resta una sola cosa da fare. Sedersi comodamente. Guardare il circo, come faccio io. E, possibilmente, non comprare il biglietto.
Francesco Bosco - Non compro. Come da istruzioni