




Sei in: Home page > Articoli > Ciao Capitano
francesco bosco [01/08/2026]
Quando si dice che una parte di te se ne va, perché hai perso una persona cara o, nel mio caso, un animale a cui eri profondamente legato, sembra quasi sempre un’espressione eccessiva. E invece devo ammettere che ieri, alla notizia della scomparsa di Franco Baresi, ho provato proprio quella sensazione.
Forse perché, a parte Gianni Rivera, non ho mai vissuto il culto del calciatore. Non sono mai stato uno di quelli che trasformavano un campione in un idolo assoluto. Paolo Maldini, pur immenso, l’ho sempre sentito un po’ distante; Carlo Ancelotti, invece, mi ha trasmesso qualcosa in più. Ma Baresi era semplicemente Baresi. Rappresentava il Milan che più ho amato di più.
Ricordo che, nei quasi due anni in cui vissi a Milano, tra il 1980 e il 1981, andavo spesso a San Siro a seguire quel Milan costretto alla Serie B. Ma il mio primo incontro con Baresi risale ancora prima: maggio 1979, stadio Olimpico, Lazio-Milan, l’anno della Stella. Eravamo partiti in 128 con i miei zii - uno interista e uno milanista - e con mio nonno paterno, tifosissimo del Napoli, per assistere all’ultima partita di Rivera.
Erano davvero altri tempi. Si andava allo stadio per il piacere del calcio, anche quando non giocava la propria squadra del cuore. Ricordo le trasferte all’Olimpico per Roma-Napoli, Inter-Roma e tante altre partite vissute con naturalezza, senza le tensioni che oggi sembrano inevitabili.
Di quel Lazio-Milan ho un’immagine rimasta impressa nella memoria: “Baresi II”. Nessuno poteva immaginare che quel ragazzo, già definito da Gianni Rivera un extraterrestre, sarebbe diventato non solo uno dei più grandi difensori della storia del calcio, ma anche uno dei simboli più autentici del Milan e della Nazionale, per molti di noi, un pezzo della nostra giovinezza.
A proposito di Nazionale, c’è un altro ricordo che mi torna alla mente. Durante i Mondiali del 1994 stavo realizzando una cucina in muratura nella casa di Ostia del professor Paolo Zeppilli, medico della Nazionale italiana. Spesso, dagli Stati Uniti, Zeppilli telefonava alla moglie per salutarla.
Il giorno della finale, o forse uno o due giorni prima, approfittammo di una di quelle telefonate per chiedergli se Roberto Baggio sarebbe riuscito a giocare contro il Brasile. Baggio era praticamente fuori causa e tutta l’Italia si interrogava sulle sue condizioni. La risposta del professor Zeppilli ci lasciò di stucco: «Giocherà Baresi!».
In quel momento ci sembrò quasi impossibile. Franco Baresi, infatti, si era lesionato il menisco nella seconda partita del Mondiale e si parlava addirittura di un suo rientro anticipato in Italia. Nessuno immaginava che potesse recuperare in tempi così brevi, tanto meno per disputare una finale mondiale.
E invece accadde davvero. Baresi tornò in campo appena ventiquattro giorni dopo l’intervento, disputando una partita gigantesca contro Romario e Bebeto, probabilmente una delle più straordinarie della sua carriera. Il rigore fallito nella lotteria finale è rimasto nella memoria collettiva, ma finisce quasi per oscurare l’impresa autentica: essere riuscito a guidare la difesa dell’Italia in una finale di Coppa del Mondo quando, fino a pochi giorni prima, sembrava che il suo Mondiale fosse già finito. Anche quella, forse, è l’immagine che più di ogni altra racconta chi fosse Franco Baresi: un uomo capace di andare oltre ciò che sembrava umanamente possibile.
Che dire, solo buon viaggio Capitano, e grazie di tutto!