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In primo piano

Rip Kirby compie 75 anni [Fumetto USA]

Rip Kirby compie 75 anni.

Dopo la seconda guerra mondiale, Raymond non tornò a lavorare su nessuno dei suoi precedenti fumetti di successo (Flash Gordon, Jungle Jim, Secret Agent X-9), ma iniziò invece a lavorare su una nuova striscia in cui l’ex marine Rip Kirby ritorna dalla seconda guerra mondiale e va a lavorare come investigatore privato, a volte accompagnato dalla sua ragazza, la modella Judith Lynne "Honey" Dorian (il suo nome e soprannome sono stati presi in prestito dai nomi delle tre figlie di Raymond).

Rip Kirby si basava sul suggerimento del redattore di King Features Ward Greene affinché Raymond provasse una striscia "da detective". Pubblicato per la prima volta il 4 marzo 1946, la striscia ricevette un immediato successo sia per la narrazione che per l’arte grafica per la quale Raymond e Rip ricevettero il premio Reuben nel 1949.

Durante i 10 anni di Raymond sul personaggio (1946/1956), le storie furono inizialmente scritte da Ward Greene e successivamente, dopo la morte di Greene, da Fred Dickenson. Alcune sequenze sono state scritte anche da Raymond. Nel 1956 Raymond rimane ucciso in un incidente d’auto. King Features ha subito bisogno di un sostituto e lo trova in John Prentice. Dickenson continuò a scrivere la serie fino alla metà degli anni ’80, quando fu costretto a ritirarsi per motivi di salute. Prentice ha successivamente assunto la scrittura insieme ad altri, continuando la striscia fino alla sua morte, avvenuta nel 1999. La striscia si conclude con il ritiro di Rip il 26 giugno 1999. Prentice ha ricevuto la National Cartoonists Society Story Comic Strip Award per il 1966, 1967 e 1986 per il suo lavoro sulla striscia.

Nel corso degli anni di pubblicazione, la striscia è stata "ghostata" e assistita da molti artisti e scrittori, tra cui Frank Bolle, Al Williamson, Gray Morrow, Al McWilliams, Al Williamson, Angelo Torres, Bob Fujitani, Dan Adkins, George Evans, Grey Morrow, Leonard Starr, Neal Adams, Tex Blaisdell, Wayne Boring.

Rip è la chiave del fumetto moderno, seguito moltissimo anche in Italia da artisti di livello come Galleppini, Civitelli ed altri. Ricordiamo che Tex vede nascere la sue gesta grafiche con molti disegni ispirati all’opera di Rip Kirby.

La redazione [04/03/2021]

Mezzo secolo fa [Autori di Tex]

Era il febbraio del 1971, esattamente 50 anni fa, quando usciva l’albo di Tex n. 124 “Giubbe Rosse”, nel quale si concludeva una della più acclamate storie di Tex: “La croce tragica”, di Gianluigi Bonelli e Giovanni Ticci. È una storia che fa parte del cosiddetto “periodo d’oro” di Tex che molti identificano nella fascia che va più o meno dal n. 101 fino a circa al n. 199. Che dire? Sicuramente si tratta del periodo in cui il successo di vendite della testata raggiunge i picchi più alti (600mila copie per l’inedito più le quasi 200mila della ristampa Tre Stelle), ma da qui a definirlo il periodo in cui escono le storie più belle ce ne corre. Non vorremmo dimenticare “La valle della paura”, “Il tranello”, Sangue navajo”, “Le terre dell’abisso”, “Il grande re”, “El Rey”, “Sinistri presagi”, “La gola della morte”, “Gli sciacalli del Kansas”, “La rivolta degli Apaches”, “La città d’oro”, “Dramma al circo”, ecc… tra quelle più cariche di leggenda, o “Il Coyote Nero”, “Avventura sul Rio Grande”, “L’uomo dalle quattro dita”, “Yuma”, “Incidente a Fullertown”, “La caccia”, “Il sicario”, ecc… tra le ante 100 caratterizzate da quel pizzico di insolenza narrativa tanto cara a Bonelli, fino a “Tucson”, “Il clan dei cubani”, “Gli eroi di Devil Pass” e molte altre post 200. Detto ciò, non si può negare che il cosiddetto “periodo d’oro” sia certamente contrassegnato dalla straordinaria continuità di storie dalla elevata e inequivocabile fattura se solo pensiamo a Bonelli e soci quando infilano, una dietro l’altra, “El Morisco”, “Il giuramento”, “Gilas”, “Massacro”, “Chinatown”, “Sulle piste del nord” e “Il figlio di mefisto” ed ancora “La cella della morte” e “Terra promessa”… o capolavori come “Diablero” chiusa tra la buonissima “Conestoga” e la non indimenticabile “Il ritorno di Montales”.

Ad ogni modo, “La croce tragica”, più comunemente conosciuta come “Sulle piste del nord”, pur non essendo una delle storie preferite da Gianluigi Bonelli, è senz’altro la “Dark side of the moon” dei Pink Floyd, disco che è una sorta di fiore all’occhiello della band inglese.

Fu la prima storia di Tex che lessi, non sapevo chi fosse Galep e su questo Tex avevo l’impressione di una roba per grandi non certo per ragazzini come me. Di Ticci avevo visto la firma sulle tavole, mi entusiasmavano i paesaggi nordici, il treno alla stazione di Winnipeg, il pontile di Lacoste, le pinete secolari, ma anche i caseggiati cittadini e gli interni degli uffici. Da quel giorno divenne il mio disegnatore preferito ed è curioso che nel mondo texiano io venga definito da sempre un inguaribile e fissato galleppiniano. Ho amato Galep e Letteri moltissimo, ma Ticci è colui che più mi ha colpito. Lo incontrai di persona quando “Sulle piste del nord” aveva ormai più di venti anni e ricordo perfettamente che mentre ero in macchina e mi stavo recando a casa sua pensavo a come parlargli delle emozioni che mi avevano suscitato da ragazzino i disegni di quella storia. Ahimè, un buco nell’acqua: a Giovanni non piaceva parlare delle sue vecchie cose, figuriamoci guardarle. Fortuna volle che capitai quando stava disegnando “Il pueblo perduto” (una storia che pochi sanno essere destinata originariamente alla serie regolare) e sui ripiani della sua libreria giacevano alcune straordinarie tavole di “Furia rossa”, cosicché l’iniziale amarezza si trasformò presto in rinnovato entusiasmo. Nonostante ciò, riuscimmo a parlare lo stesso di “Sulle piste del nord”, della evidente influenza giolittiana che traspare nella parte iniziale della storia, degli aiuti di Bignotti nelle tavole finali e della bellezza dei dialoghi scritti da Gianluigi Bonelli.

Insomma, ognuno di noi è stato inevitabilmente forgiato dalla prima lettura texiana. Nel 1971, quando iniziai a leggerlo, erano già usciti più di centoventi albi, poteva capitarmi Raschitelli o poteva capitarmi quella storia fatta con i montaggi redazionali (“Avventura a Cedar Mines”) e non so se sarebbe cambiato qualcosa. Davvero non lo so dire… ma forse sì, qualcosa sarebbe cambiato, perché per me i disegni sono metà dell’opera.

Francesco Bosco [22/02/2021]

TEXIANI IN LIBERA USCITA N. 17 [Documentazione]

E cominciamo con le frasi celebri, tanto per gradire…

"Quasi tutti i giorni spariscono delle parole perché sono maledette. Allora al loro posto naturalmente vengono messe delle parole nuove che corrispondono alle nuove idee."

Agente Lemmy Caution: Missione Alphaville

"Non senti ancora la bellezza della distruzione delle parole. Non lo sai che la neolingua è l’unica lingua del mondo il cui vocabolario s’assottigli di più ogni anno? … Giunti che saremo alla fine, renderanno il delitto di pensiero, ovvero lo psicoreato, del tutto impossibile perché non ci saranno più parole per esprimerlo."

George Orwell, 1984

Texiani in libera uscita n. 17

La redazione [07/01/2021]

Il west di D’Antonio [Autori]

Se non è D’Antonio, ci somiglia molto. E se non fosse lui, non saprei dire chi è questo mostro di bravura.

Ok, a prescindere da chi sia (ma è lui), Gino è uno di quelli che ho amato di più, un disegnatore formidabile, carico di intensità, dinamismo e spontaneità. Lo scoprii con "Il Ponte", sulla Collana Rodeo, mi innamorai di come disegnava i cavalli, le donne, i paesaggi e tutta la frontiera. Al tempo già leggevo Tex, leggevo Gian Luigi Bonelli, uno che ti scorre sotto gli occhi e nella mente come un torrente che fluidifica verso valle, così D’Antonio, scrittore oltre che fumettista, mi era invece un po’ più ostico da leggere. Confesso che la sua Storia del West mi prese solo a tratti, ma solo perchè non amo il fumetto storico, sono nato con i seriali d’avventure, di fantasia, quello dove tutto si inventa e dove tu sei parte attiva come sognatore, ho infatti sempre considerato il fumetto come un’arte che ti deve far evadere, sognare, fantasticare... non una cosa educativa o didattica. Non ho bisogno di comprare un albo di fumetto per sapere da qualcuno cosa veramente successe nella frontiera americana di fine ottocento, mi prendo uno, cinque, venti libri di quelli giusti e ho risolto il problema didattico. Eppure sono riuscito a farmi piacere l’opera di D’Antonio, soprattutto nel suo ultimo periodo: dalla seconda metà degli anni ’70 sino alla fine... della pista.

Ma il primo "Storia del West" non fu quello di D’Antonio ma di Renzo Calegari: altra tremenda botta d’amore... cos’era il Duello o L’ultimo duello (vinto a piastre), un titolo compartecipato nella seconda mi pare da Erminio Ardigò. Che roba quei chiaroscuri di Renzo. Facevo le classifiche un paio di volte l’anno (le mandavo anche a Sergio Bonelli, che me le chiedeva) e D’Antonio e Calegari erano sempre ai primi posti. Ma vabbé ai primi posti c’erano sempre i soliti: con Renzo e Gino, Ticci, Milazzo, Galleppini, Tacconi, Ferri... ma quando ci infilai gli internazionali al primo posto della classifica mise le tende un certo Alex Raymond, che non volle più toglierle. Già, gli internazionali, lotta dura con gli italiani quando arrivarono prima Kubert e poi Buscema, Williamson, Krenkel e perfino De La Fuente, uno a cui hanno rotto le palle sul Tex ma che aveva una potenza grafica impressionante. Che noia questa storia dei talenti presi a pallonate su Tex: Diso, talento naturale, non garba, però poi garba Font, garba Breccia. Boh, un mistero ‘sto lettore dei nostri giorni. 

A me non sono mai troppo piaciuti i disegnatori che impiastravano le vignette con mucchi di robe, a meno che non fossero Toppi o Battaglia, e non mi sono mai piaciuti nemmeno quelli col segno con "troppe linee da capire", alla Crepax per intenderci, avevo l’impressione di qualcuno che mascherava il suo poco saper disegnare con la scusa del “messaggio”. Due scatole ’sto messaggio nei fumetti. Gli unici, diciamo così, messaggi che ho accettato nel fumetto son stati quelli di Andrea Pazienza e Stefano Tamburini. Fine della storia.

Francesco Bosco [31/12/2020]

Fonti e... pantaloni [Articoli]

Altra storiella raccontata in rete è quella della paternità dei pantaloni indossati da Tex nella sua prima apparizione. C’è un plebiscito per i pantaloni ereditati da Occhio Cupo. Ok, solo che Occhio Cupo è uscito dopo Tex, seppur di qualche giorno.

Ma andiamo per ordine: intanto quei pantaloni della primissima vignetta di Tex arrivano da una vignetta del Flash Gordon di Raymond, poi Occhio Cupo è graficamente ispirato un po’ all’Errol Flyn di "Captain Blood" e un po’ al Prince Valiant di Foster. Blood fu peraltro lavorato da Raymond per alcune locandine dell’omonima pellicola, Valiant è addirittura la fonte di Galep della sesta copertina del cappa e spada di Gian Luigi Bonelli e Aurelio Galleppini "L’impresa di Occhio Cupo" (Audace, 13 dicembre 1948). Da capire poi se il risvolto dei pantaloni di Tex è realmente un risvolto oppure uno stivaletto. Nella vignetta fonte di Raymond (Flash Gordon) è uno stivaletto, personalmente in Tex io lo interpreto come un risvolto.

Inoltre, c’è anche da analizzare una identica vignetta di Rip Kirby (vera fonte di Tex ne "Il totem misterioso"), nella quale il personaggio di Raymond indossa un elegante pantalone con risvolto.

Nella seconda vignetta di Tex disegnata da Galep, la prima del secondo episodio, "La roccia parlante", il nostro caro fuorilegge indossa pantaloni con risvolto, neanche più così tanto aderenti, come nella prima, ma anzi assai più larghi e pennellati con tratteggio discontinuo. In realtà, ciò è dipeso dalle fonti a disposizione: nei primi episodi vi sono molte aderenze con le fonti usate da Galep come ad esempio quella di Giulio Bertoletti presente su Grand Hotel ne "Le lagrime d’oro". Per chi ha voglia, può procurarsi i primissimi numeri della rivista della Universo e trovare con relativa facilità fonti e... pantaloni.

Francesco Bosco [05/12/2020]

LA TAZZINA DI STERLING [Autori di Tex]

- «C’è stato un tempo in cui Tex e i pards uccidevano anche a sangue freddo: ad esempio, ne “Gli sciacalli del Kansas”, Carson si mette a fare il cecchino con…»

- «È vero! Quando fa saltare di mano la tazzina a Sterling, in realtà vorrebbe fargli saltare la testa: lo dice esplicitamente.»

- «E tu chi cazzo sei? Hai vent’anni, che ne sai di Sterling?»

Con queste parole, a una fiera del fumetto di qualche anno fa, il sottoscritto fece conoscenza con i due vecchi ficcanaso Bosco e Scremin. Un’amicizia subito innaffiata con qualche barilotto di birra, fatto rotolare comodamente fino ai tavoli del bar.

Il giorno stesso, durante la chiacchierata, i due vecchi stregoni Papago predissero che in futuro avrei scritto una storia di Tex; un proposito che non mi era mai passato per l’anticamera del cervello.

Facemmo una scommessa: loro scommisero a mio favore e io contro.

Oggi devo pagare, ma lo farò volentieri. La mia sceneggiatura, pubblicata sul Color Tex 18, è poca cosa in confronto al lavoro dei veri professionisti, ma rappresenta il coronamento della mia passione di bambino. Per questo motivo, nel soggetto che ho scritto, è proprio un bambino ad essere spalleggiato dai cazzotti e dal piombo di Tex e Carson.

Se sono riuscito a portare a casa la pelle, è grazie alla preziosa disponibilità di Mauro Boselli e ai suoi sganassoni metaforici, nonché grazie ai pennelli di Giovanni Bruzzo. Gran parte del lavoro l’hanno fatta loro.

Se la storia fa schifo, date la colpa a Bosco e Scremin, il gatto e la volpe. Sono stati loro ad istigarmi.

Filippo Iiriti [25/11/2020]

Tex, il vaccaro [Articoli]

La figura che nella Albo d’Oro impenna il cavallo non sembra proprio essere Tex e dunque, se non lo è, possiamo stabilire con certezza che si tratta della prima copertina della prestigiosa collana in cui il Ranger è assente. Parliamo del n. 7 della I serie, pubblicato nel 1952. La copertina ha una sua fonte ben precisa, ma a prescindere da questo, sono sette su cinquantasei le cover dell’Albo d’Oro prima serie in cui manca Tex. Nove su trentaquattro nella II serie. Undici su ventiquattro nella III serie. Dieci su venti nella IV serie, considerando che l’ultimo numero della serie vede un personaggio che noi tendiamo a non considerare come Tex. Nove su ventiquattro nella V serie. Sei su quattordici nella VI serie, anche qui considerando che almeno un paio di lavori sembrano non ritrarre Tex, ma personaggi a cui solo forzatamente possiamo assegnare la figura del Ranger. Due su dodici nella VII serie. Tre su ventuno nella VIII serie, non comprendendo le due in cui Tex appare travestito da uomo della morte. Un totale di 57 copertine senza il personaggio principale su 210: più di un quarto dell’intera collana “Albo d’Oro”. Lo stesso dato che riporta la I serie a striscia, laddove sono 16 su 60 le copertine dove manca Tex, proporzione che curiosamente si mantiene anche sulla II serie: 18 su 75.

Altri dati sono: 12 su 33 nella III serie, 11 su 24 nella IV serie, 20 su 46 nella V serie e 23 su 48 nella serie Verde. Colpisce il dato della serie Verde, con quasi la metà delle copertine prive di Tex.

Per quel che riguarda i giganti I e II serie, i conti vengono più facili, diciamo solo che sulle copertine della collana 1-29 (gigante I serie), dove sicuramente Tex manca almeno cinque volte, ci sarebbe da riflettere su alcune figure interpretabili effettivamente come Tex o come personaggi generici (una su tutte la numero 19 "Tex il re dei tiratori"), mentre nel gigante II serie, diremmo che una svetta su tutte: "Asssedio al posto n. 6".

La redazione [19/11/2020]

Tormentone Gary Cooper [Articoli]

Nelle varie pagine on line dedicate a Tex tutte le volte che viene fuori una foto di Gary Cooper "versione western" scatta l’associazione della somiglianza tra l’attore e il Ranger di Galep e Bonelli. Eppure non esiste nessuna vignetta nelle storie che lo ricordi, né di Cooper né di altri. Esistono certamente alcune copertine, come "Falsa accusa" dove tra l’altro Tex non somiglia per niente a James Stewart pur avendo Galleppini usato come fonte di ispirazione una locandina di cinema dove era immortalato l’attore americano, o come "Duello apache", la cui figura di Tex trova radici nella star d’oltreoceano Burt Lancaster ma esclusivamente nella postura e non certo per la somiglianza, ma nulla di più. Vogliamo dunque chiamarla fake, questa cosa di Gary Cooper? Sì perchè "fake" è il termine giusto in casi come questo. Tex è ispirato al Rip Kirby e parzialmente al Gordon di Raymond, poi al Kit Carson di Walter Molino e infine alla mezzatinta di Grand Hotel sempre di Molino e del suo collega Giulio Bertoletti. Questo nel primo periodo. Poi, una decina di anni dopo, il nostro Tex viene ispirato a fonti ben più complesse e poco conosciute, come quelle degli attori americani James Arness e Richard Boone, resi a fumetti da Alberto Giolitti nel suo lungo soggiorno negli States. Nel frattempo nascono i Tex di José Salinas, di Al Williamson, di John Buscema, di nuovo quelli di Raymond con Agent- X9, di Bob Correa, di Giovanni Ticci e di Harry Bishop. Insomma nessun Gary Cooper. Verrebbe da chiedere a lor signori se possono postare qualche Tex con la faccia di Cooper: non lo troverebbero. La star del cinema ispirò Galep in una pubblicazione precedente a Tex, basta andarsela a cercare e studiarsela. Per aiutare un pochino gli sfaticati, trattasi di un albo auto-conclusivo disegnato nel 1948.

Francesco Bosco [11/11/2020]

Storie d’armi e di soldi [Autori di Tex]

È il 1948 quando Aurelio Galleppini interrompe il suo rapporto di collaborazione con gli editori Nerbini e Del Duca, per passare all’Audace. I motivi? Beh, ascrivibili principalmente al diverso trattamento economico che Tea Bonelli gli riserva: “... da quel lato lì devo dire che Sergio Bonelli mi ha rivalutato dal lato finanziario” (Galleppini). In realtà, nel 1948 Sergio aveva appena 16 anni, e dunque è Tea a trattare il rapporto finanziario tra Galep e l’Audace, ed è sempre la signora Bonelli che ha il merito di credere in un artista che fino a quel momento si è occupato prevalentemente di animazione, illustrazione, cartellonistica e pittura, assegnandogli ruoli solitamente appartenenti ad un navigato fumettista del seriale popolare. Non che Galep non lo fosse, ma le sue precedenti prestazioni erano più opere a se stanti illustrate in modo certosino (vedi “Le perle del Mar d’Oman” o “Pino il mozzo”, realizzate su soggetto di Pedrocchi) che fumetti seriali con l’obbligo della scadenza settimanale. Altre, come il Mandrake apocrifo per Nerbini, non è che fossero banchi di prova gratificanti per Galleppini - Ho capito che lì, quando mi ha ridotto a copiare Mandrake, avevo finito - dichiarò. Così, dopo un paio di racconti liberi per l’Audace, che disegnò nel suo periodo di permanenza in Sardegna, Galep fece la scelta: trasferirsi a Milano. Alloggiò inizialmente presso l’abitazione della signora Tea e del figliolo. Milano era il luogo giusto, la città dove avrebbe avuto un contatto diretto con il nascente mondo dei fumetti. In effetti, nel periodo in cui stette in Sardegna, Galep è come isolato dal punto di vista professionale. Nell’isola era riuscito a stento ad accedere alla lettura del Gordon di Raymond. Eppure, sarà proprio Raymond a influenzare maggiormente il suo stile, quando nell’estate del 1948 comincia a disegnare “Occhio Cupo”, un cappa e spada marinaresco, e “Tex Willer”, un fuorilegge inserito in un western un po’ sui generis, ricco di avventure con riferimenti esotici e dove pullulano pin-up in un mix tra vamp e ingenue donzelle, un personaggio, si dice, che fa da ruota di scorta al pirata “Occhio Cupo” ma che nell’essenza del racconto sembra non esserlo affatto. Scioccchezze, infatti G. L. Bonelli imprime subito forza al suo Tex, altro che ruota di scorta.

Il fatto che il settimanale Tex vedesse riposte le abituali speranze all’Audace, è storicamente noto. Fino a che punto, però, non è dato sapersi: una casa editrice non mette a punto una pubblicazione senza avere velleità di successo. Di sicuro c’è che la striscia di Tex fu proposta probabilmente con gli stessi intenti delle serie auto-conclusive di quel periodo (vedi La pattuglia dei senza paura, Ipnos, Furio mascherato, ecc...), ma questa guadagnò il consenso del pubblico a tal punto che venne riprogrammata più volte in corso d’opera. Non è escluso che all’Audace si fossero prefissati di circoscrivere le avventure del personaggio alle sole due prime serie e che, visto che le vendite erano in progressivo aumento, ne decidessero la continuazione.

Francesco Bosco [22/10/2020]

LA TREDICESIMA MUMMIA [La leggenda]

Teletrasporto

Il rifiuto di consegnare lo yaqui Gayuma al nostro eroe è stato pagato a caro prezzo dai messicani di Huerta, che troppo tardi si sono resi conto di trovarsi di fronte a uno specialista in fatto di rappresaglie. “Hanno voluto spazzar via da Huerta tutti gli uomini bianchi, no? Ebbene, ora gli uomini bianchi spazzeranno via Huerta dalla faccia della terra”. Detto fatto: alle sei della sera Huerta verrà effettivamente spazzata via a colpi di dinamite al punto che nel giro di pochi minuti rimarranno solo macerie fumanti. E di fronte all’ultimatum di Tex, che minacciava di abbattere a colpi di fucile chiunque non avesse obbedito, gli abitanti terrorizzati dovranno rassegnarsi ad evacuare il paese in fretta e furia portandosi dietro le poche masserizie che erano riusciti a salvare.

Del resto la bravura e il valore dimostrati da Tex e Carson in questa circostanza sono tali da convincere i Figli della Notte che sarebbe il caso di prendere i due amici al loro servizio: “Meglio sarebbe catturarli e ridurli schiavi… Il nuovo impero del Grande Serpente ha bisogno di abili guerrieri”. Naturalmente le cose andranno diversamente. Ma Tex non tarderà a capire che con le mummie non c’è da scherzare. Sulle tracce di una spedizione archeologica inghiottita dalle sabbie del Gran Desierto, i due pards si imbatteranno in qualcosa che va al di là dell’immaginazione. “Se andassimo al Quartier Generale a raccontare una storia del genere – riflettono –, faremmo ridere anche i muri”. E le parole rivelatrici pronunciate dallo yaqui Natan in punto di morte saranno per il nostro eroe come il lampo notturno che illumina le tenebre. La minaccia che incombe è terribile e va affrontata con misure del tutto eccezionali. Gli Yaquis, suddivisi in tanti clan indipendenti, “da tempo immemorabile” hanno sempre condotto la loro esistenza vagando nei territori desertici del sud-ovest “e hanno sempre rifiutato sdegnosamente ogni contatto con gli indiani del nord”. Ora, guidati dai Figli della Notte, stanno per diventare una nazione unendosi alle comunità messicane a cavallo del confine. La minaccia va quindi affrontata con sistemi eccezionali. Ed ecco che Tex, ricorrendo al suo prestigio di capo indiano e di membro della fratellanza degli stregoni, chiamerà a raccolta Navajos, Hopi, Apaches e Papagos formando così una grande coalizione con la quale scatenerà una vera e propria guerra tribale che si concluderà con lo sterminio degli Yaquis (i quali, detto per inciso, subiranno lo stesso trattamento riservato agli Hualpai di Mefisto).

La natura misteriosa delle mummie azteche rimane però l’elemento più sconcertante per i nostri eroi. L’incontro con Rama è talmente sconvolgente che fa andare il vecchio Kit in crisi di nervi. I Figli della Notte dispongono di un potere oscuro e terrificante, un potere che si scatena col favore delle tenebre e che sembra attingere a una misteriosa radiazione (raggi X?) che fuoriesce dalle profondità della terra. Fatto sta che hanno la capacità di dissolversi e di materializzarsi a piacimento spostandosi istantaneamente da un luogo all’altro con la velocità del pensiero. Sulle prime Tex pensa di aver a che fare con dei tipi alla Mefisto, salvo ricredersi più avanti. “Questi Figli della Notte – ammetterà infatti – hanno l’aria di essere più pericolosi”. A differenza di Mefisto, che poteva proiettare solamente la propria immagine ma non colpire personalmente, questi strani esseri si spostano materialmente attraverso lo spazio e questo li mette in grado di uccidere. Ed è proprio ciò che capita a Te-He-Nan, lo sventurato stregone dei Chiricahuas, strangolato da un Figlio della Notte in persona all’interno del grande accampamento sorto nei pressi del villaggio papago.

Curiosamente (e incomprensibilmente) la scena dello strangolamento è stata del tutto cancellata a partire dall’edizione Tre Stelle dell’albo n. 51 (v. immagine in alto). Nella nuova versione Te-He-Nan cade all’indietro e muore battendo la testa su una pietra dopo che “uno di quegli esseri misteriosi gli era apparso improvvisamente avanti”. La cosa strana è che non sembra trattarsi di una censura vera e propria, come capita spesso negli albi di Tex, quanto di una modifica volta forse a far credere che i Figli della Notte possano sì apparire improvvisamente davanti ma non nuocere. Ciò che, però, rende questa nuova “versione” del tutto incoerente con i dialoghi fra Tex e lo stregone Tyamal riportati nelle strisce immediatamente precedenti e mai modificati! Un piccolo pasticcio, insomma, a cui nemmeno la magia di Tex ha saputo porre rimedio…

("Lo stregone", "I figli della notte" e "Sangue Navajo", nn. 49-50-51)

Mauro Scremin [01/10/2020]

Prima di Muzzi, tanti... [Autori di Tex]

Virgilio Muzzi arriva a Tex nella primavera del 1960 disegnando l’episodio "Contrabbando" (serie a striscia "Città d’oro" o albo gigante n° 44 "Una audace rapina"). Per circa otto anni staziona su Tex in modo un po’ incerto: sue le prime due storie (al di là delle infelici conclusioni di espertoni un po’ orbi che lo vedrebbero con le teste di Galleppini fin da subito), poi un periodo un po’ travagliato in cui si districa tra poche storie complete (lì sì con le teste di Galep) ed un mucchio di compartecipazioni al Tex di Galep assieme a Francesco Gamba e Raffaele Cormio.

Quando si scrive che Muzzi fu tra i primi a illustrare Tex, oltre Galleppini, si commette un errore fatale, infatti prima di lui ci sono stati Guido Zamperoni, Mario Uggeri, Pietro Gamba, Lino Ieva, Francesco Gamba e perfino ghost artists mai identificati. Uno sarebbe Angelo Corrias, ma io non trovo la presenza di questo autore nella grafica texiana del primo periodo.

Per ritornare a Muzzi, ritengo che con la pubblicazione delle storie inedite sul gigante (la prima fu "La caccia" disegnata proprio da Muzzi in stile vagamente ticciano-giolittiano), l’autore si guadagnò i gradi per far parte del quintetto storico che illustrò Tex nel periodo di maggior successo editoriale. La persecuzione delle teste di Galep non l’abbandonò mai, infatti chiuse la carriera col personaggio di G. L. Bonelli con non poca amarezza: 

"... era avvilente dover lasciar degli spazi vuoti per le teste" mi confessò.

nb. Ticci è un vero signore e non ha voluto rispondere alla domanda che gli feci nel 1993, e cioè se qualche tavola di Muzzi vedeva la sua collaborazione (Canyon Diablo).

nb2. Se Tex porta la mano verso la bocca con il cerino acceso e poi non ha in bocca nessuna sigaretta, significa che Muzzi ha impostato il disegno per primo e che Galep ha dimenticato di fare la cicca. Segnalo questa cosa perchè si parla (anche in una mia intervista a Muzzi) del contrario.

Francesco Bosco [30/09/2020]

Quante edizioni ci sono dei censurati nella 478? [Collezionismo]

Ebbene sì, ci siamo sempre molto impegnati a risolvere le "questioni" degli albi di Tex spillati in prima edizione o non censurati, di quelli in brossura, delle edizioni simil spillate ecc... Ma mai troppo a fondo delle versioni censurate, fascia 1/6, con NBA e Leggete, e nemmeno della fascia 17/22 con tutte le sue contraddizioni nello strillo 100 pagine. Della prima possiamo dire che lo studio è in corso (stiamo raccogliendo le necessarie testimonianze). Della seconda ci piace passare questo studio dell’amico Paul che a nostro avviso è ottimamente documentato. Intanto ve lo sottoponiamo così com’è e nel frattempo se qualcuno dovesse avere ulteriori informazioni (testimoniate da foto), saremo lieti di aggiornare la crono-tabella presente nell’articolo.

Allegato: Quante edizioni ci sono dei censurati nella 478?

La redazione [24/09/2020]