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Giuseppe Vannini [19/07/2026]
C’è in edicola una nuova rivista mensile che senza troppo chiasso ha girato tranquillamente la boa del settimo numero con un’invidiabile tiratura media di ventimila copie e punte di quarantamila per il numero di lancio.
Grafica essenziale, carta comune, foliazione minima, redazionali scarni. Escludendo Linus che vive in una bolla propria, le ultime riviste di un certo peso cui ho memoria sono state Touch e Animals, anzi no, forse Frigidaire Nuova Serie, esperimenti di nicchia tipo Capex o certe riviste online di nicchia che sopravvivono tuttora. Se si unisce il fatto che la nuova rivista è un extra allegato a un quotidiano di parte non espressamente interessato al fumetto d’autore, verrebbe spontaneo fare spallucce e storcere un po’ il naso.
Tanti artisti si alternano, ciascuno con poche pagine a disposizione per episodi autoconclusivi o per puntate di storie inedite la cui lunghezza è definita di volta in volta un po’ come ai vecchi tempi, per intenderci, quando le riviste non acquistavano le storie già completate e gli autori progettavano la nuova puntata tra un numero e l’altro.
La regola è che chi lo desidera può partecipare e chi partecipa può fare quello che vuole. Così vediamo i vari Altan, Bruno Bozzetto, Maicol & Mirco, Manuele Fior, Zerocalcare, Gipi ed altri noti autori divertirsi senza necessariamente dovere seguire i loro schemi consolidati, avvicendati da un’ampia schiera di giovani in gran parte poco noti al grande pubblico o quanto meno a me.
Allora mi vengono subito due considerazioni.
La prima è che ho spesso recriminato per il fatto che tantissimi autori di grande talento e di indiscusse potenzialità, generalmente per inopinabili valutazioni esclusivamente economiche, ma certuni anche per pigrizia professionale da pesce nel barile, siano costretti a seguire i cliché imposti dalle varie case editrici, uniformandosi alla massa e perdendo quei tratti distintivi che sono propri dell’artista. Capisco perfettamente quanto sia difficile in Italia per chi non sia una superstar far quadrare i conti con il fumetto, ma per chi sfoglia i rari fumetti che escono ancora in edicola i risultati di questa lobotomizzazione globale si notano eccome. Quindi ben venga una rivista dove chi partecipa non deve adeguarsi ai binari imposti dal politicamente corretto ma può tirar fuori i suoi appunti dal cassetto delle idee ed elaborarli nel modo che preferisce.
La seconda considerazione è molto più personale e nasce dalla lettura dell’editoriale del numero 6 in cui Maicol & Mirco, tra le altre cose, ribadisce come un fumetto sia costituito da due elementi ben distinti: il testo e il disegno e che entrambi, attraverso una propria simbologia, hanno il compito di evocare nel lettore ulteriori personali immagini. Sia la parola scritta che il disegno contengono una idea della realtà che il lettore coglie e rielabora nella sua mente. Niente di nuovo se vogliamo, questi meccanismi siamo in grado di intuirli da soli anche senza dover scomodare Platone o l’ectoplasma di Umberto Eco. Ma se stanno così le cose, perché allora il disegno non se ne sta sempre tranquillo al suo posto, ovvero fa il suo serio e dignitoso lavoro e basta? Perché così facilmente sconfina, dimentica di essere puro disegno e tenta di sostituirsi alle parole? Io non pretendo delle acqueforti a bulino del ‘600 ma i disegni di certi racconti non sono immagini evocative ma segni a contorno del testo che anche riguardandoli da ogni angolazione non mi trasmettono alcun significato e non forniscono alcun valore aggiunto alla storia. Che messaggi mi dovrebbero trasmettere? Sono volutamente fatti così perché le scuole di fumetto ed anche le attuali Accademie di Belle Arti sfornano continuamente autori con queste impostazioni i quali presumo sarebbero pure capaci di disegnare benissimo. Se si desidera che l’attenzione si sposti tutta sulla parola, allora tanto vale non inserire affatto disegni troppo scarni perché si sa che l’impatto visivo è sempre quello che fa decidere il lettore se proseguire o meno la lettura.
E’ un vecchio discorso ancestrale come la teoria su chi sia nato prima tra l’uovo o la gallina: è meglio un bel testo disegnato male o un brutto testo disegnato bene? E’ vero, Gipi anni fa ci ha degnato della sua vita disegnata male e fu un successo, così come il Fritz underground di Crumb. Il Maus di Art Spiegelman, voluta parodia disneyana, ha spopolato in mezzo mondo. Proseguendo, si può includere l’Alack Sinner di Munoz e il Perramus di Breccia per arrivare a Igort, Carpinteri, Echaurren ma analizzando attentamente tutti quei fumetti il disegno era elemento imprescindibile della storia che forse sovrastava il testo stesso, non qualcosa di appiccicato lì solo per dividere una pagina in riquadri. Persino i disegni di Fumetti Brutti che sono davvero brutti, costituiscono l’elemento trainante del messaggio che quel fumetto vuole trasmettere.
Gli esempi sono tantissimi, ma perché oggi bisogna a tutti i costi farne uno standard? Termini super valutati come Graphic Novel o letteratura disegnata non possono trovare riscontro in un disegno minimale e assai discutibile che non aggiunge alcuna sostanza all’insieme.
Vabbè, il discorso è parecchio complesso e non vorrei offendere nessuno con questi ragionamenti che forse tanti appassionati del genere non condivideranno o troveranno opinabili.
Intanto liberiamo matite, penne e fantasia perché come sappiamo, dalla libertà delle idee può nascere qualsiasi cosa.