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Eustorgio La Talpa [19/06/2026]

Il fumetto ai tempi del tuttologo

Parliamo di fumetto. E, per una volta, lasciamo da parte le polemiche su questo o quell’autore, su questa o quella casa editrice. Il problema, forse, è più ampio.

Basta guardarsi attorno. Nel settore gravitano oggi centinaia e centinaia di figure: disegnatori, illustratori, soggettisti, sceneggiatori, coloristi, grafici, divulgatori, commentatori, consulenti, manager e sedicenti esperti di ogni genere. Nulla di male, anzi. Il fumetto è sempre stato un ambiente aperto, e le contaminazioni hanno spesso portato risultati di rilievo. Ma si ha l’impressione che, parallelamente all’aumento esponenziale delle voci, si sia abbassata in maniera altrettanto evidente la soglia della competenza.

Un tempo, per quanto si potesse essere in disaccordo con qualcuno, si aveva la sensazione di confrontarsi con persone che conoscevano il mestiere, che avevano fatto gavetta, studiato, sbagliato e imparato. Oggi, invece, capita sempre più spesso di iniziare una conversazione con qualcuno che si presenta come autore, consulente, esperto editoriale o storico del fumetto, per poi accorgersi dopo pochi minuti che dietro la facciata c’è poco o nulla. Qualche informazione raccattata qua e là, un po’ di terminologia imparata sui social, una certa sicurezza nell’esporre concetti vaghi, e il gioco è fatto. Dietro, il nulla assoluto.

Il fenomeno è trasversale e non risparmia nessuno. Ci sono persone che entrano nel settore da porte secondarie, magari sfruttando le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale come scorciatoia più che come strumento. Fino a ieri vendevano viti in ferramenta o panini allo stadio (professioni rispettabilissime, sia chiaro) e oggi si propongono come sceneggiatori, illustratori o consulenti editoriali. Non perché abbiano maturato negli anni una competenza specifica, ma perché il sistema sembra aver abbassato le barriere d’ingresso al punto che basta aprire un profilo social, imparare quattro parole d’ordine, e costruirsi una reputazione autoreferenziale.

E così assistiamo a una proliferazione di gente che non sa un cavolo di niente, di critici che non hanno mai studiato davvero la materia, di storici che ignorano le fonti e di esperti che pontificano dal proprio altare virtuale. Naturalmente, non si tratta di rimpiangere un’età dell’oro, me ne guardo bene. Anche in passato c’erano improvvisati, millantatori e personaggi pittoreschi. La differenza è che un tempo l’incompetenza faticava a nascondersi: prima o poi arrivava il banco di prova, e il mestiere presentava il conto. Oggi, invece, certi meccanismi consentono a molti di galleggiare indefinitamente, creando attorno a sé piccole corti di ammiratori e un’apparenza di autorevolezza che, alla prova dei fatti, si rivela inconsistente.

Il paradosso è che mai come oggi abbiamo avuto a disposizione strumenti straordinari, archivi sterminati, possibilità di confronto e accesso alle informazioni. Eppure, proprio nell’epoca dell’abbondanza informativa, sembra che la preparazione profonda sia diventata un optional. La velocità ha sostituito lo studio. Con il risultato che, sempre più spesso, la parte più difficile non è trovare qualcuno con cui parlare di fumetti, ma trovare qualcuno che ne parli sapendo davvero di cosa sta parlando. E questa, più che una crisi del fumetto, rischia di essere una crisi della professionalità. Perché i disegnatori mediocri, gli sceneggiatori improvvisati e i critici da strapazzo ci sono sempre stati, ma non ai livelli di quelli di oggi. Quello che sembra essersi perso è il pudore dell’incompetenza: la consapevolezza dei propri limiti. Oggi tutti sanno tutto, tutti insegnano a tutti e nessuno, apparentemente, ha più nulla da imparare. Ed è forse proprio questo il segnale più preoccupante.