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Giuseppe Vannini [15/05/2026]
“Mi piacerebbe che il mosaico dei suoi disegni,
sparsi come una semina, non si ricomponesse mai,
regalandoci così l’illusione che da qualche parte
le sue matite continuino ancora a ballare sulla vita.”
Vincenzo Mollica
Quest’anno ricorre il 70’ di Andrea Pazienza e un po’ ovunque lo si ricorda con mostre ed eventi. In particolare va segnalata la grande retrospettiva del MAXXI di Roma che segue a ruota quella che si è tenuta recentemente a L’Aquila. Contemporaneamente, nella consueta e irrinunciabile tradizione italica, si ravvivano le fazioni di coloro che considerano il Paz il più grande genio artistico del ventesimo secolo e chi lo considera un discreto disegnatore che deve la sua fama essenzialmente alla sua prematura scomparsa.
Da molto prima che ci abbandonasse in una fresca e luminosissima mattina di giugno 1988 in tanti avevano già iniziato a parlare di lui e tanti altri hanno continuato a farlo dopo e continueranno anche domani al punto che qualsiasi cosa è già stata detta e ridetta, la pietra è stata squadrata da ogni lato. No, tranquilli, Montale è l’unico che non ha scritto nulla su di lui, o almeno credo.
Difficile quindi aggiungere qualcosa di nuovo se non esprimere il proprio personale ricordo con le sensazioni che esso ha scaturito, volando basso ma talmente basso che di più non si può.
Io mi trovo un una posizione controversa, imballata dai pregiudizi canonici. Come amante indefesso del disegno americano classico realistico alla Raymond, Foster, Caniff, per intenderci, non ho mai pensato che i loro lavori si potessero confrontare con quelli degli autori umoristici o satirici, Disney in primis. Sia ben chiaro, non voglio dire che Barks non fosse all’altezza di Burne Hogarth o che Altan sia meno virtuoso di Magnus, dico solo che si tratta di stili e tecniche non confrontabili tra loro, pere con mele. O, perlomeno, non sono classificabili con la mia mente non sufficientemente aperta. Ad esempio, mi sono reso conto dopo tanti anni che Picasso era capace di disegnare solo quando ho visto una galleria dei ritratti dal vero che aveva fatto in gioventù, prima di iniziare ad esplorare le frontiere dell’astratto.
Già, è difficile riconoscere tecnica e talento se chi la possiede decide di utilizzarla solo nei momenti in cui gli serve, è molto più facile ostentarla in tutti i modi anche se poi da ciò che si produce non scaturisce nulla…
Bologna è considerata la città di adozione del Paz ed essendo praticamente quasi contemporanei oltre che concittadini, in svariate occasioni ho avuto la fortuna di vederlo all’opera a disegnare con mezzi e supporti improvvisati come pennarelli svaniti su pagine già scarabocchiate o a improvvisare con matite spuntate sugli spazi bianchi di scatole di dentifricio. Mi ha sempre colpito la capacità che aveva di iniziare un disegno quasi per caso, senza che neppure lui sapesse cosa fare e di inventare una storia mentre lo faceva.
Nel 1977 frequentavo l’Università occupata quando un manipolo di studenti incazzati rovesciava le auto e bruciava i cassonetti. Tutti noi circolavamo tra i vicoli del centro incuranti dei mezzi blindati, e dei gas lacrimogeni, dei megafoni e dei genitori a casa in apprensione. Un mese dopo, sulle pagine del milanese Alter Alter esordivano le avventure di Pentothal, una specie di radiocronaca in diretta di quanto accadeva, vista con gli occhi di chi vive e sopravvive in prima persona quotidianamente sul palcoscenico della città convivendoci e incurante delle ipocrisie collettive. A tal proposito, viene da citare un commento di Charles Dierick, all’epoca direttore del Centre Belge de la Bande Dessinée di Bruxelles, un luogo sacro del fumetto mondiale, per intenderci: “…Pazienza è un autore non soltanto capace di assorbire lo spirito del suo tempo, ma anche di restituirlo in maniera immediatamente riconoscibile attraverso e per il più vasto pubblico”.
Un esordio quasi in sordina, ignorato dal sottoscritto per i dialoghi e didascalie troppo logorroici e il disegno grottesco al limite dell’underground. Sì, lo ammetto, anche Crumb e Spiegelman li apprezzo per altri motivi differenti dalla voglia di prendere lezioni di disegno.
A un certo punto, mentre da bravo abbonato sfogliavo il suddetto mensile alla ricerca di fumetti più consoni alla mia bolla di certezze, a metà di una tavola, in mezzo a un fitto di parole scorsi le familiari due torri. E’ così che ha preso il via il mio amore odio per Pazienza. Odio per Pentothal e Pompeo, amore per Zanardi, Pertini, le copertine dei dischi di Vecchioni e la locandina della Città delle donne.
Amore e odio perché riconoscevamo in Zanardi e i suoi amici uno di noi, oppure noi ci sentivamo dei loro perché alla notte allo stesso modo si usciva a fare goliardate, spaghettate, a bere alcol e a trastullarci con sostanza proibite ma di giorno si indossava il maglioncino di lana a collo alto con la giacca di tweed e si andava puntuali in facoltà a prendere appunti alle lezioni per poi pranzare a casa con i gomiti fuori dal bordo della tavola e il tovagliolo diligentemente spiegato sulle ginocchia. Niente rutti e scorregge diurni perché l’obiettivo dichiarato a priori era diventare medico, commercialista o avvocato con una gran festa per gli amici di famiglia, un fine in ogni caso assai diverso dal vivere costantemente alla giornata in prima linea di Zanardi e Colasanti. Una canzone di Venditti recitava: “compagno di scuola, compagno di niente, ti sei salvato dal fumo delle barricate? … o sei entrato in banca pure tu?” Per queste frasi i compagni gli tiravano i pomodori e quelli che sono entrati in banca facevano finta di esser capitati lì perché bisognava capitarci. Chissà con quale tagliente ironia un Pazienza settantenne li avrebbe disegnati oggi?
“E’ stato solo un episodio”, come gridava Pertini dalla copertina del Male e non ci sarebbe potuto essere un Pazienza separato dal DAMS, dall’eroina, dai movimenti studenteschi? Difficile da credere ma nessuno può saperlo, lo si può solo immaginare. Ho chiesto a un amico proprietario di una fumetteria cosa si vende di più oggi. Oltre ai soliti manga, ha detto, qualsiasi cosa entri di Pazienza esce venduta in un attimo e chi compra sono ragazzi di vent’anni che di ciò che accadeva mezzo secolo fa non gli frega nulla…
Ah le mode! E’ davvero una questione di moda?
Qualche giorno fa, ricordando quei tempi, fa ho preso fuori da una delle mie scatole sperdute la collezione de Il Cannibale e, cosa che non facevo ormai da anni, ho esaminato con estrema attenzione pagina dopo pagina tutti gli albi della rivista. Mentre continuavo a convincermi che all’epoca i vari Scozzari, Tamburini, Mattioli e Liberatore erano tutti suppergiù sullo stesso livello tecnico di Pazienza, mi sono reso conto che lui aveva quel pizzico di genialità in più che poco per volta aveva fatto la differenza creando il vuoto alle sue spalle.
Per i motivi che ho elencato prima, fatico molto a schierarmi con coloro che considerano il Paz il più grande. Tuttavia, guardando la monumentale Tutto Pazienza, ventiquattro volumi di tutto rispetto di cui è appena partita una nuova edizione riveduta e corretta, non mi capacito di quante cose tutte diversissime tra loro sia riuscito a produrre in un decennio. Poi, ripensandoci, credo che, avendo per le mani un giusto quantitativo di materiali scriventi, col suo genio disordinato sarebbe stato capace di replicare di getto il contenuto di tutti i volumi nell’arco di una sola notte, così come gli accadeva di ritardare fino all’ultimo le consegne pattuite con gli editori.
Ma questa, come si dice, è un’altra storia.