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Francesco Bosco [11/05/2026]
Brutta storia, gente.
Ieri, dopo tempo immemore, mi sono fatto un giro su Facebook e ho dato un’occhiata a un po’ di pagine dedicate a Tex. E non parlo del circolo di appassionati che discutono con rigore filologico delle variazioni cromatiche degli stuzzicadenti in betulla canadese, ma di gruppi con decine di migliaia di iscritti, autentiche piazze virtuali del sapere texiano.
E lì, come da sempre, tutto ristagna placidamente in una palude di sciocchezze sparate a raffica e di solenni interventi dei cosiddetti “dotti del fumetto”, instancabili censori pronti a distribuire bacchettate morali a destra e a manca a poveri malcapitati che osano esprimere un’opinione.
A volte ho l’impressione di assistere a una sorta di teatro sperimentale della follia d’avanguardia, dove gli attori, una volta saliti sul palco, perdono ogni freno inibitorio e si esibiscono in performance che oscillano tra il grottesco e la comicità più involontaria.
Basta che qualcuno scriva: “Tex non merita questa bruttura di disegno”.
Apriti cielo. Nel giro di pochi secondi si materializza l’ESA (Esercito della Salvezza Artistica), schierato in difesa dell’autore additato. E il motivo è di quelli inoppugnabili: “È un autore internazionale”.
Ah, beh, dimenticavo. In effetti, se uno è internazionale, ogni tratto diventa automaticamente sublime. Le proporzioni possono andare a farsi benedire, i volti assumere sembianze deformi e Tex impresentabile, ma guai a farlo notare. L’internazionalità, a quanto pare, è una sorta di indulgenza plenaria.
La scena mi ricorda irresistibilmente la celebre disputa sui nasi di Alberto Breccia, nasi talmente improbabili da risultare indifendibili persino agli occhi di chi allora dirigeva la testata. E non stiamo parlando dell’ultimo arrivato. La promessa pubblica fu memorabile: “Nella prossima storia non ci saranno più quei nasi!”.
Una frase che, da sola, meriterebbe di essere scolpita nel marmo.
E che dire poi de “Il segno indiano”, secondo alcuni un albo di Tex che dovrebbe misurare un altezza di 23,5 centimetri per rispettare i canoni dell’ortodossia?
Ma il vero evergreen, il tormentone che non conosce tramonto, resta la questione della cronologia. C’è sempre qualcuno pronto a spiegare, con l’aria di chi ha appena decifrato i crittogrammi di Zodiac, che tutta la cronologia di Tex si fonda imprescindibilmente su Tra due bandiere e che tutto ciò che è stato scritto prima sarebbe, di conseguenza, anacronistico.
E quindi?
Quindi, se Gian Luigi Bonelli non avesse scritto Tra due bandiere, l’intero edificio cronologico sarebbe rimasto miracolosamente intatto, puro e incontaminato.
Ma soprattutto: possibile che non venga mai il dubbio che lo stesso Bonelli sapesse perfettamente quello che stava facendo? O dobbiamo davvero immaginare che, dopo aver costruito uno dei personaggi più longevi e coerenti del fumetto italiano, passasse il tempo a darsi metodicamente la zappa sui piedi?
Non serve un convegno di chiosatori per arrivarci.
Basterebbe, più modestamente, un minimo di buon senso. O, quantomeno, studiarsi la “posizione etico-politica” del suo editore.
Poi, lasciamo pure perdere il “dibattito” sulla compravendita degli albi, perché lì si raggiungono vette antropologiche altissime. Uno pubblica le foto della propria collezione. E subito arriva il raffinato critico d’arte del collezionismo a sentenziare: “Brutta questa collezione”.
A quel punto, inevitabilmente, si assiste alla replica, altrettanto misurata e ispirata ai più alti valori del confronto civile: “Brutta sarà la patata di tua madre!”.
Sipario.
Ecco, è in quel preciso istante che si comprende che non siamo più nel mondo del collezionismo, ma in una sorta di circuito di matti dove l’argomentazione più normale cede il passo alla filosofia dell’insulto ortofrutticolo.
In quei momenti capisci che Facebook non è soltanto un social network. È un immenso esperimento sociologico.
- Un ringraziamento particolare va a Marta Azzara -