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Francesco Bosco [23/04/2026]

Ricordo di Maia Guarnaccia

Mi è appena arrivata la notizia della scomparsa di una persona che avevo conosciuto: Maia Guarnaccia Molho.

La prima volta che lo incontrai fu a casa mia. Avevo organizzato una cena tra amici e qualcuno lo portò con sé. Doveva essere tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90: lui era poco più che ventenne. Devo essere sincero, all’inizio non mi fece una grande impressione. Avevo la sensazione che volesse catalizzare l’attenzione su di sé, forte forse di una vita già molto movimentata tra Milano e Londra — se ricordo bene, orbitava anche nell’ufficio stampa di Stanley Kubrick.

Quella sera non legò molto con gli altri commensali. Forse perché erano più grandi, forse perché non aveva voglia di stare ad ascoltare quelli che, ai suoi occhi, potevano sembrare dei “vecchi babucchi”. Fatto sta che quell’impressione non fu solo mia. E così, da vecchi babucchi quali eravamo, giocammo la nostra carta: la capanna sugli alberi appena costruita nella pineta di Castelporziano.

Tra la capanna e la mia casa — che più che un’abitazione era una sorta di circolo artistico, con murales, colonne scolpite e strumenti musicali sparsi ovunque — qualcosa cambiò. Piano piano Maia si sciolse, e la serata prese una piega diversa, decisamente migliore.

La seconda volta lo incontrai a Milano, a casa dei suoi genitori, Tiziana e Matteo Guarnaccia. Matteo era un artista underground, critico, scrittore e, per quanto mi riguarda, un pittore straordinario. A lui devo anche un oggetto a cui sono molto legato: la medaglia che porto sempre al collo, che molti scambiano per il Thunderbird di Zagor, è in realtà una sua creazione. La indosso da quando lui non c’è più.

A Milano, però, anche quell’incontro con Maia fu veloce, quasi sfuggente, proprio come le poche occasioni successive in cui ci incrociammo.

L’ultima volta fu a Roma, credo intorno al 2018. Stavo sistemando il soffitto di un salone dove alcuni amici lavoravano a una sceneggiatura per la televisione. Quando finimmo, accompagnammo Maia alla sua macchina — o meglio, provammo a farlo, perché lui non ricordava più dove l’avesse parcheggiata.

Fu in quel momento, tra una battuta e l’altra, che colsi qualcosa che forse mi era sfuggito all’inizio: una dolcezza autentica, discreta.

E, sai, mica lo sapevo che avevi anche una rubrica su Linus

Ciao Maia, buon viaggio.