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Sandro Bongarzoni [07/02/2026]
La bellezza di un albo di Zagor non è più quella di un tempo: del personaggio non si riconoscono nemmeno più le caratteristiche peculiari con cui Guido Nolitta e Gallieno Ferri lo avevano costruito. Si potrebbe dire che quell’eroe abbia fatto il suo tempo e che, con l’incedere degli anni, nulla, che si tratti di fumetto o di qualsiasi altra forma di espressione visiva, possa restare vitale come nel momento della sua creazione.
Naturalmente esiste un’infinità di circostanze che concorrono alla crisi della lettura di un fumetto, ma a mio avviso la principale è una sola: non aver coltivato con sufficiente efficacia una formula che, potenzialmente, avrebbe potuto continuare a funzionare, pur perdendo nei numeri. Zagor è di per sé un personaggio stravagante - basta osservare il suo abbigliamento, tipico degli eroi del fumetto italiano degli anni Cinquanta e Sessanta - e viene dunque spontaneo chiedersi a cosa serva “reinventarlo” all’interno di avventure di stampo fantasy.
Questo presunto “aggiornamento” non è altro che un modo per mascherare la mancanza più grave di cui parlavo: non aver mantenuto viva la scuola nolittiana (così come, in Tex, non è stata realmente preservata quella di Gianluigi Bonelli, se non in parte con Nizzi) e aver scelto invece di modernizzare il tutto nella speranza di arginare la perdita di lettori, finendo però per snaturare la storicità dell’eroe, pur conservandone l’aspetto esteriore.
Qualcuno potrebbe obiettare: «Non possiamo certo rifare il look a Zagor per adeguarlo ai tempi». Ed è vero. Ma proprio quel look implica necessariamente la prosecuzione di una scrittura di tradizione che, per quanto mi riguarda, è, o meglio, sarebbe stata, inesauribile… o dignitosamente esauribile.
Che cosa sarebbe stato dunque necessario mantenere in vita? Innanzitutto la grafica. Il disegnatore Marco Verni rappresenta un esempio emblematico di come la “tradizione” regga molto meglio dell’innovazione, soprattutto quando il ricambio non è all’altezza. Accanto a una visualizzazione classica sarebbe quindi servita anche una scrittura classica: i cliché sono sempre gli stessi, ma è sufficiente svilupparli con una buona dose di fantasia per renderli ancora efficaci. Non avrete mica in testa l’idea che una vecchia storia di Bignotti o Donatelli, chessò una Molok o una Libertà o morte, sarebbero oggi un fiasco. No?