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Francesco Bosco [12/12/2025]
Una breve riflessione sul fumetto d’anteguerra, dopo aver visto ad un banco di due amici un albo dell’editrice Nerbini strappato in due e lasciato su una sedia, come un oggetto qualsiasi, durante la fiera del fumetto di Bologna tenutasi a fine novembre. Nell’immagine che trovate a corredo di questo articolo compare un numero della collana Albi Vari, Le avventure di Saetta, datato settembre 1936. Un pezzo che sul mercato vale poche decine di euro, nulla che faccia tremare i portafogli, ma che reca addosso quasi novant’anni di storia editoriale italiana. Un frammento del nostro passato, sopravvissuto a guerra, tempo, traslochi e incuria, e che oggi giace, strappato, come un giornale del giorno prima.
La cosa singolare è che quell’albo non l’ho trovato in un angolo remoto o su un banco disordinato qualunque, bensì tra gli scaffali di amici appassionati , Bruno e Roberto, persone che al fumetto vogliono davvero bene. Quasi sembrava che l’avessero lasciato lì in bella posta, su quella sedia, come un messaggio muto, come per vedere se qualcuno si sarebbe fermato a riflettere sul valore delle cose vissute. E proprio questa contraddizione mi ha colpito: un pezzo fragile, ma autentico, nel cuore di chi il fumetto lo custodisce e lo celebra.
Nelle ore precedenti avevo girato per i banchi di amici, osservando il consueto rito del collezionista moderno: luce puntata sulle copertine, occhi che cercano la minima piega, il tono del bianco, la consistenza delle cuciture; discussioni su restauri invisibili o su minuscole abrasioni della costa. Il mercato, si sa, ruota attorno al concetto di perfetto, intonso, da collezione … quasi che il valore di un albo si misurasse non nella storia che porta, ma nell’assenza di segni che quella storia inevitabilmente lascia.
Ed è proprio per questo che quel Nerbini abbandonato mi ha dato un piccolo pugno allo stomaco. Un fascicolo spillato nel 1936 non può che portare i segni del tempo: carta sottile e acida, formato fragile, letture distratte di ragazzi che non immaginavano certo che un giorno qualcuno avrebbe cercato di conservarlo come reliquia. È normale che sia vissuto, consumato, magari malconcio. Fa parte della sua esistenza. Eppure, nel vedere quel frammento di storia trattato ( non certo dai nostri amici Roberto e Bruno) come scarto, ho percepito il paradosso del collezionismo contemporaneo: ciò che è davvero antico e sincero spesso viene ignorato, perché imperfetto; mentre si rincorrono copie immacolate, restaurate fino all’inganno, più giovani di quanto dovrebbero sembrare.
Forse dovremmo ricordare che certi albi sopravvivono proprio perché hanno vissuto. Ogni strappo, ogni macchia, ogni pagina brunita è la traccia di mani, epoche, vite. Guardarlo solo come oggetto commerciale significa perdere la sua voce. Quel Nerbini è un segno dei tempi.