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Francesco Bosco [13/01/2013]

STEFANO ANDREUCCI

Allo Studio Leonetti di Roma a partire dalla seconda metà degli anni ’70 sono passati tanti giovani di belle speranze per imparare il mestiere di fumettaro. Oggi molti di loro lavorano per la Bonelli o per altre testate del settore e con risultati brillanti.

Che dire? A sentire chi ha frequentato la “prima edizione” dello Studio (quella dei primi anni ’60, dove si perfezionarono Angelo Todaro e Romano Felmang), che all’epoca si trovava in Via Pandosia ed era formato da Leonetti, Silio Romagnoli e Franco Verola, Dino si mostrava davvero un maestro con i giovani. Ci sapeva fare ed aveva da insegnare loro qualcosa che facile da inculcare non era: la narrazione grafica, il cosiddetto “story-telling”… un “dono” che non sempre “viaggia” con la bravura tecnica, col talento.

Leonetti, come disegnatore, non era un fuoriclasse, bravo ma non un fuoriclasse, ma aveva il “dono” si saper raccontare le storie. Come Bignotti, per intenderci. O come D’antonio… che però era un fuoriclasse.

Beh, tra i “frequentatori” di quella “seconda edizione”, quella dei Dino Leonetti Studios nati nella seconda metà degli anni ‘70, vi era anche Stefano Andreucci che inizia lì la sua formazione professionale nel 1986… nonché Mauro Laurenti (Zagor), Giuseppe Barbati (Magico Vento), Roberto De Angelis (N. Never), Massimo Carnevale (DYD) ed altri.

Di Stefano Andreucci, mio compaesano, e del quale ho rivangato assieme al cugino (portiere della squadra di calcetto in cui giocavo fino a qualche tempo fa) qualche ricordo adolescenziale del campo di pallone di via del Faro a Fiumicino, mi viene subito a mente l’episodio di quando nel nostro paese si “sparse” la voce che c’era uno che disegnava Tex: in realtà non si trattava ancora di Tex, ma di Zagor, però chi s’interessava di fumetti, come il sottoscritto, ne rimase colpito.

Oggi Andreucci disegna davvero Tex, e con buoni risultati devo dire. La storia attualmente in edicola ha secondo me una caratteristica particolare: è divisa in due parti grafiche concettualmente diverse. La prima leggermente macchinosa e più virtuosa, la seconda più “leonettiana”… ovvero con uno Story-Telling decisamente migliore.

Mi aspetto un secondo albo in crescendo, anche se vedo il “solito” segno Toth/bernettiano colpire l’autore così come è per Mastantuono & C.

A mio parere non è la strada da seguire ma, va bene, per uno che ama Ticci è “perdonabile”, ma più Leonetti sarebbe auspicabile.