Intervista a Giovanni Ticci [galep] [uggeri] [gamba] [ieva] [muzzi] [letteri]
di R.Vallasciani e F. Bosco
D. Signor Ticci, il Tex che sta disegnando ora ci sembra il migliore tra quelli fatti nel corso di
questi 25 anni dedicati al personaggio: la carica dinamica che hanno acquistato le figure dei
personaggi che si muovono all’interno delle sue storie è impressionante. Ci ha molto colpito
l’ultima con Tiger Jack.
T. Vi ringrazio, perché tanti lettori preferiscono i vecchi disegni. Io non li posso più vedere.
Penso che questo dipenda dal fatto che prima cercavo spesso sui fotoromanzi, soprattutto se
avevo da fare qualche posizione, anche di lotta … adesso io mi cerco solo quello che è
ambiente, paesaggi o città se voglio fare delle cose un pochino originali.
D. E le figure?
T. Le faccio solo con l’immaginazione, è più facile, viene un disegno più vivo, perché se si fa con
la fotografia tutto diventa più statico e freddo. (A questo punto Ticci ci mostra alcune bozze a
matita per il “Texone” del ’94.) Ecco, queste le ho schizzate stamane, senza guardar niente,
sono soltanto il frutto della fantasia.
D. Accidenti, questo conferma la nostra fantasiosa ipotesi che vuole le sue storie disegnate tutte
in una notte!
T. Questo mi fa tanto piacere, perché anche in redazione una volta mi hanno detto “Ora
fermati, eh, perché qui arrivi al massimo. Sei troppo impressionista.”
D. Glielo ha detto Sergio Bonelli?
T. Beh … sì, Sergio. Decio ha un po’ meno coraggio. Però son tutti un po’ titubanti. Io trovo che
la sintesi sia la cosa migliore, e a me piacerebbe poter disegnare quasi senza metter le linee,
lavorando col tratto in bianco e nero. Solo che è una cosa da pazzi, è difficile. Quando sembra
tirato via, no è tirato via, perché ogni seghettino che ci metto è pensato. Fusco mi dice “Ah,
ma te sei velocissimo.” “Eh, no velocissimo” gli rispondo io “ci vuole otto, nove ore per fare
una pagina”.
D. In realtà Fusco ci sembra più veloce di lei!
T. Infatti lui è velocissimo, io no. Lui fa trenta pagine al mese quasi regolarmente, io ne fo
17/18… Quando c’è da correre arrivo a farne 20/25. Nell’ultima storia di Tiger Jack feci 29
pagine in un mese, che per me rappresentano una cosa pazzesca.
D. Con quanto anticipo viene effettuata la consegna del lavoro rispetto alla data di
pubblicazione?
T. Generalmente ho due o tre mesi di vantaggio, ma capita, o almeno a me capita, che l’ultimo
albo si consegni con solo un mese di anticipo.
D. Ma lei per tempo di realizzazione intende il pensare, l’impostare o …
T. Mah … a me ci vuole soprattutto con l’inchiostro, è la parte più lunga del lavoro.
D. La difficoltà del lavoro dipende anche dal tipo di sceneggiatura? Si dice che Nizzi sia molto
preciso …
T. Nizzi è molto meticoloso. Non si fanno errori con lui. Io mi trovo molto bene, perché trascrive
ogni particolare e quando c’è qualcosa di più complicato mi fa lo schizzettino e me lo manda.
Tra l’altro lui disegna anche abbastanza bene. Non in quest’ultima storia, ma nell’altra, c’era
tutta una planimetria per farmi vedere una sparatoria attraverso le rocce… qui ci sta Tex, qui
gli indiani e da quest’altra parte Carson. Me li indica con A, B, C: questo spara a questo e
questo spara a quest’altro; Tex si sposta da B a C, e così via.
D. Non c’è possibilità di errore.
T. No, no. Lui poi mi fa un riassunto di tutta la storia. Con Sergio e con il padre non sapevo mai
come andava a finire o come vestire i personaggi o che tipo di armi e così via. Ad esempio,
nell’ultima storia che sto disegnando mi sono fatto gli schizzi di tutti i personaggi della banda
(ce li fa vedere); sono nove cattivi che rapiscono lo stregone. Vediamo un po’ … questo è
morto, questo anche, questi due non ancora… questo qui l’ho ammazzato proprio in questi
giorni. (risate)
D. La sceneggiatura le viene recapitata in una sola volta?
T. No. Con Nizzi in due o tre volte. Con Sergio mi arrivano venti/trenta pagine alla volta e non
so mai quanto è lunga una storia.
D. A proposito del Texone: sapevamo che nel ’94 doveva essere finalmente la volta di Magnus.
T. Beh, oramai di lui non possono più fidarsi, così l’anno scorso mi hanno chiesto di prepararlo.
Non lo faccio troppo volentieri anche se mi piace avere tutto un libro con i miei disegni; ma
preferisco essere stampato sulla serie normale. In ogni caso, a febbraio l’avrò finito.
D. In ogni caso, Tex e solo Tex. Il ranger la marca stretto …
T. Fò solo il Tex. Facevo le copertine di una collana western, ma ora ho smesso. (A questo punto
Ticci scarta un grosso pacco contenente gli acquarelli originali di queste copertine. Appare
subito la sua straordinaria abilità con il colore che, confessiamo, non ci aspettavamo.
Splendide sono anche le illustrazioni per un volume sui sotterranei di Siena.) Come vedete, a
parte alcune piccole cose, faccio solo Tex. E’ una gran fortuna farlo anche perché è un lavoro
ben pagato. Lo dico sempre che Tex è come una prigione dorata, una sicurezza economica,
anche se è un poco restrittivo perché si disegnano sempre le stesse cose. Per fortuna a me
piace molto il west.
D. E’ anche vero che lei è una sicurezza per il Tex e che senza Giovanni Ticci il personaggio
verrebbe a perdere uno tra i più “vitali” riferimenti grafici. In fondo molti disegnatori si
rifanno al suo stile e noi crediamo che lei rappresenti, forse involontariamente, l’evoluzione
naturale del Tex.
T. Beh, ragazzi… se mi fate una visita così al mese mi ridate la carica. Io sono un tipo riservato:
vado in bicicletta, a pesca, mi piace curare i fiori, il prato e per quanto riguarda il fumetto
son sempre andato a correte. Non ci sono più gli entusiasmi di quando avevo trent’anni e se fò
dei cambiamenti, avvengono inconsapevolmente; non c’è una ricerca da parte mia che mi fa
dire “Alt, ora lo voglio fare così”. E’ un evoluzione artistica naturale. E sono contento che ci
sia quest’evoluzione perchè allora significa che on son finito. Credo che ognuno di noi
disegnatori abbia inevitabilmente un apice seguito purtroppo da una discesa.
D. Quello che sfortunatamente sta accadendo a Galleppini.
T. Galleppini ha dei guai fisici, credo si sia fatto operare recentemente.
D. Sì, ce lo ha detto ed è stato molto toccante.
T. Galleppini è sempre stato piacevole da leggere e il suo fumetto era ben equilibrato, un bel
bianco e nero, scorrevole, veloce, insomma si leggeva bene. Se lo dovevi analizzare dal punto
di vista della fedeltà al vero West, devo dire che non sembrava curarsene molto,
specialmente agli inizi. Era il West di Galleppini, come c’era il West di tanti altri in quel
periodo. Comunque era tutto un altro modo di lavorare. Quando io andai da D’Ami, nel 1956,
ricordo che lui ci faceva copiare tutto, ma trovare un libro sul west era un’impresa disperata.
Ora si trovano anche in lingua italiana, si trova tutto…poi c’è la televisione, il
videoregistratore, anche se io non l’adopero.
D. Ci diceva Mario Uggeri che ha dovuto vedere Remington a Roma per scoprire cosa fosse il
West.
T. Ecco, lui ha visto forse per caso Remington e ha scoperto il West. Oggi chi inizia a disegnare
sa già che c’è Remington, Russell… insomma c’è tutto. (Ticci prende un volume su Russell
dalla libreria e, mostrandoci le opere del grande artista, ci racconta un curioso aneddoto).
Una volta un amico di Russell gli diede un libro, un resoconto di un viaggio attraverso la
prateria o qualcosa del genere che però lui si tenne per parecchi mesi. Un bel giorno l’amico
rivolle indietro il libro, un po’ risentito, ma Russell gli rispose che lo avrebbe riavuto solo
dopo una settimana. E infatti, dopo una settimana, si presenta dicendo “Eccolo qua. Mi sono
permesso di farci qualche disegno perché non c’era neanche un’illustrazione”. Del libro si
persero le tracce finché un libraio di New York telegrafò ad un collezionista dicendo “Ho il
libro!”. Il collezionista, mi pare si chiamasse Parker, si precipitò a New York, ma nn trovò più
il libro. Il libraio gli disse che nel frattempo era passata una vecchietta che si era innamorata
del libro e che lo voleva a tutti i costi. Allora lui, per scoraggiarla, sparò un prezzo enorme:
25.000 dollari! Senza batter ciglio, la vecchina tirò fuori il libretto degli assegni, pagò la cifra
richiesta a si portò via il prezioso libro. Comunque il libro alla fine uscì fuori di nuovo perché
la nonnina milionaria lo lasciò a non so quale fondazione.
D. Una storia davvero curiosa…
T. … e pensate che potevamo non avere mai questo libro.
D. Passiamo dai grandi pittori come Russell o Remington ai grandi autori di fumetti, facendo un
solo nome: Alex Toth.
T. Poter disegnare come disegnava lui credo sia stato il sogno di tutti i disegnatori. Eravamo sei
o sette disegnatori che lavoravamo per lo studio D’Ami: io, Calegari, Porcini, Tuis, Coliva e
altri. Facevamo le matite che poi lui inchiostrava, cercando di uniformare tutti i nostri stili. Il
nostro compito si limitava a questo e io ci rimanevo un po’ male a ricopiare tutte quelle cose
che arrivavano dall’America, anche se era pur sempre il miglior sistema per imparare a
disegnare. E io di influenze di disegnatori ne ho avute molte, a partire da Giolitti, che era
quello che si copiava più spesso perché era molto cinematografico, preciso, c’era tutto: era
proprio western. Poi mi piaceva molto Caniff. In seguito scoprii Toth, che fu scoperto da tutti,
del resto, e tutti lo ricopiavano. Lui fu quello che mi spinse ad usare il pennino. Cioè, non lui
di persona, magari, ma i suoi disegni (risate). Scherzi a parte, a quei tempi tutti usavano il
pennello: Muzzi, Bignotti, e anche Uggeri, che adoperava dei pennellini finissimi per fare il
tratteggio.. anche Galleppini usava il pennello allora mentre oggi, a vedere certi suoi segni,
sembra che si servi anche de pennino. Poco dopo mandai dei disegni ripassati a pennino a
Giolitti, in America; era il periodo in cui facevo le matite a Bignotti per il “Ragazzo nel Far
West”… trovai il suo indirizzo sul “Vittorioso” e mandai i disegni. Pensavo non rispondesse…
D. E invece…
T. E invece risposse! Anzi, si cominciò una corrispondenza abbastanza fitta dove mi diceva che
avrebbe provato anche lui con il pennino. Gli piacque molto, e così cominciò a lavorare col
pennino. Poi nel ’60 venne in Italia e fu così che lo incontrai. Giolitti mi propose subito di
lavorare con lui e così cominciai a fare delle matite, degli sfondi.
D. Da D’Ami a Bignotti a Giolitti, sempre in veste di matitista?
T. Sì, all’inizio facevo quasi tutte matite. Con Bignotti si lavorava uno di fronte all’altro ed era
una specie di catena di montaggio: “L’hai fatta?”, mi sollecitava; “Toth”, e gli passavo la
tavola.
D. Da lì la firma “Bignoticci”. Non era un granché come firma…
T. L’aveva creata lui. La sua firma era “Bignot”.
D. Sa che Bignotti ha curato molte delle copertine dei primi 50 numeri della serie Tex Gigante?
Non è stato mai scritto, ma ne siamo praticamente certi.
T. Ah sì? Non lo sapevo neanche io. So che in redazione ha fatto un po’ di tutto, ma questa è una
vera novità. Dal momento che state riordinando le cronologie dei disegni di Tex, ricordate che
c’è un tizio, non ricordo il nome, che ha disegnato una sessantina di tavole e che poi è
scomparso.
D. Lei allude a Raschitelli?
T. Sì, esatto. Chissà che fine ha fatto, se è vivo?
D. Non lo sappiamo; speriamo di sì, perbacco …
T. Comunque dopo il numero 100 il ruolo dei disegnatori abbastanza chiaro, no?
D. Sì, è proprio così. Dopo il SuperTex si stabilizza il quintetto formato da lei, Muzzi, Letteri,
Nicolò e, naturalmente, Galleppini, e a parte gli aiuti di Gamba a Galleppini e a Nicolò e le
solite teste di Galep per Muzzi, tutto procede con regolarità. Secondo noi il periodo più bello
di Tex è proprio quello che inizia con questo nuovo equilibrio e che perdurerà sino al numero
150 ed oltre: storie come “La trappola” o come “Il giuramento” o la sua “La croce tragica”
rappresentano quanto di meglio abbia prodotto G. L. Bonelli.
T. Mi trovate d’accordo. Quell’avventura di Nicolò dove Tex tenuto prigioniero è molto bella. .
Sì, in quel momento Bonelli padre era in gran forma.
D. C’è stata qualche storia, realizzata da altri, che le sarebbe piaciuto disegnare?
T. Rispondo dicendo che sarebbe stato divertente disegnare Mefisto, ma sono sicuro che
incontrerei delle difficoltà a fare tutti quei mostri: ce ne sono di tutti i tipi nelle storie di
Mefisto e figlio!
D. A sua richiesta potrebbe farsi scrivere un “Ritorno di Mefisto” nelle nevi del Canada o tra le
gole del Grand Canyon.
T. Ecco, sì, questa è una buona soluzione (risate). Tra l’altro una vera storia sul Grand Canyon
non è mai stata fatta. Ci sono stati degli accenni che ho fatto proprio io, ma mai troppo
sviluppati. Mi piacerebbe molto disegnarla una cosa del genere.
D. Eh, già, non s’era capito! (risate) Scherzi a parte, i giochi prospettici più incredibili li
abbiamo visti proprio nell’ultima storia e riguardano proprio le rocce.
T. Me lo dicono in tanti che le rocce le faccio bene…
D. E le dicono che fa benissimo anche i cavalli?
T. Me lo dico da me che faccio bene i cavalli. Se devo guardare una posizione particolare di un
cavallo vado a rivedere i miei.
D. Abbiamo notato che i suoi cavalli li “sfruttano” in parecchi. Non le da fastidio?
T. Più che altro mi infastidisce che vengano ricopiati i miei disegni più volte. Posso capire che un
disegnatore agli inizi per adeguarsi ad un personaggio si copi un altro disegnatore, ma quando
c’è uno sfruttamento metodico, allora devo dire che mi da fastidio.
D. A proposito dei nuovi disegnatori, le piacciono Villa e Civitelli?
T. Sono molto bravi! Villa, in modo particolare. Le cose che fa lui alla sua età io non le facevo.
Lo trovo molto bravo davvero.
D. Non lo avrà raccomandato lei a Bonelli per le copertine del Tex?
T. (risate) No, quella è una scelta della redazione. Oh, non sarà stato mica Galleppini a
raccomandarlo? (altre risate)
D. Forse un pizzico di amarezza le sarà rimasto, se teneva alle copertine.
T. Beh, certo che mi avrebbe fatto molto piacere realizzare le copertine del Tex, ma, come ho
detto, la scelta di Villa mi sembra valida, sia per la sua bravura che per la giovane età: lui ha
una vita davanti come disegnatore.
D. Beh, dopo aver visto oggi i suoi lavori “dal vivo”, dobbiamo dire che un Ticci disegnatore di
cover andava forse sperimentato, magari insieme ad altri.
T. Mi fa molto piacere che pensiate questo e vi ringrazio.
D. Lei ha cominciato con Tex a 25 anni, però ha fatto Judok con Bonelli anche prima!
T. Judok finì male per colpa mia. Lavoravo con Giolitti e consegnavo a Sergio 4 o 5 tavole al
mese, anzi, neanche terminai la storia: le ultime pagine le ha fatte un altro. Sicchè Bonelli mi
disse “Basta, lo chiudiamo”. Judok doveva essere una serie di un nuovo personaggio
ambientato in una fantascienza più umana. Pensavo che Sergio non me l’avrebbe mai
perdonata e invece, due o tre anni dopo, mi chiamò per fare Tex. Ora sono quasi trenta anni
che lo fò…
D. Il suo esordio, l’episodio “Vendetta indiana”, fu anche una delle ultime storie pubblicate a
strisce. Abbiamo notato che nella ristampa per la serie Gigante lei ha aggiunto qualche
vignetta.
T. Sì, ho aggiunto tre o quattro strisce nella scena in cui il colonnello viene trascinato
dall’indiana a cavallo. (Ticci ce le indica sull’albo, poi ci racconta degli aneddoti riguardanti i
disegni di quella storia: infatti alcune posizioni degli indiani che siedono nella tenda sono
state riprese dal materiale fotografico di Giolitti. La cosa sorprendente è che Ticci, a
trent’anni di distanza, ricorda con dovizia di particolari la nascita di molti di quei disegni,
anche se oggi è molto critico rispetto ad essi).
D. E’ un albo di influenza “giolittiana”?
T. E’ un albo di influenza “giolittiana”!
D. E Bonelli non le chiese di restare vicino allo stile di Galleppini?
T. No, si raccomandò affinché io guardassi bene la faccia di Tex e infatti mi mandò parecchi albi
di Galleppini.
D. A proposito di facce di Tex: c’è stato un periodo in cui lei, a detta di molti, aveva “allungato”
i visi di Tex e dei suoi pards. La cosa non fu molto apprezzata dai lettori e dai critici del
settore, i quali non le hanno risparmiato delle critiche.
T. Neanche me ne accorsi. Effettivamente ci fu un periodo durante il quale facevo i visi più
lunghi ma ciò non faceva parte di chissà quale ricerca grafica: era più semplicemente la mia
concezione dell’epoca. Quando poi Mondadori, in accordo con Bonelli, decise di fare un libro
a colori in cui veniva ristampata proprio una storia con quei famosi visi allungati, mi feci
rimandare indietro le pagine dell’episodio e corressi quello che secondo me, non andava. Così
ridisegnai i volti di una settantina di tavole ed uscì “Avventura nel Nord”.
D. Parliamo un momento del lettering: quello delle storie disegnate da lei è realizzato da sua
moglie Monica, vero?
T. Sì, lo fa mia moglie oramai da molti anni e mi sembra che dia dei buoni risultati.
D. Scrive solo per lei?
T. No, fa anche il lettering per le storie di Civitelli.
D. A proposito di parole, ci vengono in mente i “bang” che lei faceva nelle prime storie di Tex:
erano davvero inconsueti rispetto a quelli che “scrivevano” gli altri disegnatori.
T. Anche quell’idea proveniva dallo stile di Alberto Giolitti. La scritta era, diciamo così,
“sdoppiata” in modo da ottenere un effetto-ombra.
D. … Un effetto che comportava, comunque, una maggiore perdite di tempo, senza contare che
la scena non ne guadagna molto, anzi…
T. Sì, forse era un po’ pesantoccia e così passai ai classici “bang”, “smack”, e così via.
D. Abbiamo già letto da qualche parte, e la cosa è assai visibile ad un’osservazione diretta, che
lei si è atto aiutare nella realizzazione i un paio di episodi da suo fratello Alfio e da Vincenzo
Monti: probabilmente tali situazioni si sono verificate a causa della sua, diciamo così,
“lentezza”?
T. Fu una necessità perché ero indietro con i tempi di consegna, così mi diedero una mano mio
fratello e Monti. Alfio soprattutto con le matite e Monti con alcuni ripassi a penna e con i
fondalini.
D. Non ce ne vogliano i suoi “aiutanti”, ma il loro intervento è piuttosto riconoscibile,
soprattutto nella storia ambientata a Panama. La cosa, comunque, non è più successa: è stata
un’esperienza che le ha insegnato qualcosa?
T. Mi ha insegnato che è meglio fare da soli. Semplicemente questo.
D. Beh, chi fa da sé, fa per tre, no?
T. (ride) E’ proprio così.
D. Nella parte finale di un’altra storia ci sono molte tavole “strane”; l’impostazione non sembra
appartenere né a lei, né a suo fratello o a Monti…
T. Vero. Si tratta di Angelo Todaro che, in effetti, ha abbozzato una quarantina di tavole a
matita. Fu Giolitti a consigliarmi questo disegnatore. Ora credo che lavori nel campo della
grafica pubblicitaria, o qualcosa del genere…
D. Insomma, disegnare da soli e… un occhio sempre puntato alla scadenza della consegna.
T. Certo, anche se talvolta i calcoli sulla consegna possono essere stravolti da questioni
personali. Del resto è capitato anche a me i essere d’aiuto agli altri.
D. Con Monti, ad esempio, è successo.
T. Sì, esatto. Ho fatto qualche pagina a Monti che evidentemente è “lento” quanto me.
D. E la possibilità che Giovanni ticci possa “esibirsi” in altre cose che non siano il Tex?
T. Ho creduto tante volte di poter fare qualche cosa di mio ma, come vi ho già detto, Tex mi
occupa pressoché costantemente. Chissà…
D. Noi speriamo che questa voglia le rimanga almeno nella testa, perché siamo sicuri che prima
o poi…
T. Ne siete sicuri? Io oramai è tanto tempo che rimando tutto al giorno dopo… e poi non son
sicuro di poter far bene una cosa mia.
D. Rimandare sempre al domani può essere, a lungo andare, un meccanismo pericoloso, ma per
quanto la riguarda ha almeno un aspetto positivo: secondo noi oggi si può ammirare il miglior
Ticci di sempre e quindi mai tanto “ritardo” fu più azzeccato.
T. Beh, mi mettete in difficoltà, ma vi ringrazio.
D. Un’ultima cosa e poi la lasciamo, altrimenti la tavola che deve inchiostrare oggi va a farsi
benedire.
T. Secondo me è già benedetta, ma non è un problema perché è stata una conversazione molto
piacevole.
D. Stavolta siamo noi a ringraziarla, ma non possiamo fare a meno di chiederle qualcosa del Ticci
lontano da matite e pennelli.
T. Ho una proposta migliore: chiudiamo il discorso su Tex con un disegno. Vi faccio un disegno
per il libro mentre mia moglie prepara un caffè, così potremo stare un po’ più comodi di là in
salotto, okay?
D. …?!?...! (Ancora increduli, guardiamo Giovanni Ticci armarsi di foglio e matita ed iniziare il
disegno che diventerà la copertina di questo libro. A noi sembra splendido e non potrebbe
essere altrimenti dal momento che siamo effettivamente convinti che il disegnatore toscano
stia attraversando il suo apice artistico. Il tempo di fumare un paio di sigarette e Tex,
cappello al vento, inizia a “vivere” davanti ai nostri occhi. A proposito di fumo, Ticci è l’unico
disegnatore, tra quelli che abbiamo incontrato, che abbia la passione per le “bionde” e chi ne
fa le spese è la povera lampada posta sul tavolo di lavoro: un giorno doveva essere di un bel
bianco candido smaltato, quella lampada, mentre oggi è “condannata” al color tabacco!)